Comunità

Per sostenere il “comun fato”: ripartire, diversamente

"La vita è una lotta, non è una gara", scrive il Prof. Salvatore Cingari in questa bellissima lettera agli studenti dell'Università per Stranieri di Perugia: "Se questa traversia potrà far maturare l’idea di ripartire in un altro mondo possibile, essa potrà essere anche un’opportunità per affrontare diversamente la nostra fragilità: non bisogna competere l’un con l’altro, ma – come cantava il Poeta – confederarsi per sostenere il comun fato".

Cari studenti,

Nelle mie lezioni di questi anni e anche nelle occasioni in cui ci siamo visti per interviste o conferenze, ho avuto modo di fare spesso riferimento al ruolo di spartiacque della crisi economica del 2008. Ma il Titanic, ancora una volta, si è schiantato contro un duro iceberg, facendo naufragio in una notte gelida e buia. L’emergenza presente sarà ancor più dirimente per l’umanità di quella di alcuni anni fa. Cosa può dirci per il futuro?

Innanzitutto la crisi sanitaria ha portato all’attenzione di tutti il ruolo di istituzioni votate a rispondere al bisogno a prescindere dal merito dei soggetti. Il dibattito sembra stia riconsiderando con altra attenzione, rispetto al recente passato, il ruolo del lavoro pubblico e delle politiche pubbliche sul destino delle persone abbandonate alla disoccupazione e all’insicurezza sui luoghi di lavoro. Il sistema sanitario universale sta quotidianamente mostrando la differenza fra l’economia privata basata sul valore di scambio e quella votata a garantire un diritto senza guardare a graduatorie e punteggi in base ai like. La diffusione del virus ha spinto i governi, i parlamenti e i cittadini a prendere decisioni volte a preservare le persone più esposte al rischio, come gli anziani e i malati. Ha messo al centro dell’agenda amministrativa e politica non la performance ma la cura, l’attenzione alla vulnerabilità e non lo stimolo alla prestazione, lo spirito di servizio per una causa e non il successo personale. La consapevolezza della reciproca dipendenza e dell’appartenenza ad un comune destino ha, almeno in questi frangenti, sopravanzato la narrazione del soggetto come imprenditore di se stesso. Il concetto di un reddito di cittadinanza incondizionato (senza, cioè, la condizionalità di vincolarlo al valore di scambio del lavoro) è diventato meno scandaloso. Ed è stato quanto meno per la prima volta messa in discussione la logica mercantile su cui è stata fondata e continua a operare l’Unione europea.

Ma tutto questo non basta. Abbiamo già accennato a come nella crisi in corso alcuni soggetti continuino ad essere considerati immeritevoli: i carcerati, i senza dimora, i migranti clandestini, della cui sorte avversa media e istituzioni si fanno poco carico. Il produttivismo, l’efficienza, l’etica dell’eccellenza e del risultato, che hanno sempre alimentato l’ideologia neo-liberale come quella nazionalista, dovranno essere denunciati con ben altra forza di come si faccia oggi nell’ansia della «ripartenza» e nell’illusione che tutto torni presto come prima. Si è parlato addirittura di selezione naturale in settori dell’opinione pubblica insofferenti per le misure di confinamento e perplessi sul sacrificare le proprie libertà per preservare chi, a loro avviso, può essere giusto che soccomba per primo alla catastrofe, non corrispondendo al modello vitalistico e performativo con cui la società competitiva fa coincidere l’essere umano.

Per quanto riguarda il vecchio continente, l’Unione europea deve cambiare radicalmente natura per poter essere considerata uno spazio politico comune che riacquisti il consenso dei cittadini: dovrebbe proteggere e promuovere la vita delle persone senza sindacare sulla loro affidabilità e virtuosità. Questo spostamento è cruciale per evitare il consolidarsi di un ritorno agli egoismi nazionali, che costituisce la reattiva proiezione sul piano collettivo della competizione neoliberista e un suo eterno ritorno con la mascherina del cambiamento.

Il darwinismo sociale è la cinghia di trasmissione fra il liberalismo angustamente economico e il nazionalismo, con le sue propaggini di tipo xenofobo e razzista. Se non avverrà in tempi brevi una rifondazione dell’Unione europea su basi radicalmente diverse (la proprietà resa funzione sociale e non semplicemente tutelata, la rimozione degli ostacoli all’uguaglianza e al pieno sviluppo della persona umana e non la garanzia delle condizioni per la concorrenza), non ci sarà modo di organizzare politiche sociali di redistribuzione e assistenza, e bisognerà affidarsi ad un’improbabile secessione di alcune sue parti o ad un’autogestione e a un esodo dagli esiti che apparirebbero al momento altrettanto incerti. È stato opportunamente notato come non si possa esser ciechi di fronte all’analogia fra la competitività che campeggia nel Trattato di Lisbona e l’imperialismo fra Otto e Novecento: i rischi di guerra allora come oggi non possono essere imputati, in prima battuta, al populismo (B. Bonato, Sospendere la competizione, 2015: 16-17).

Se questa traversia potrà far maturare l’idea di ripartire in un altro mondo possibile, essa potrà essere anche un’opportunità per affrontare diversamente la nostra fragilità: non bisogna competere l’un con l’altro, ma – come cantava il Poeta – confederarsi per sostenere il comun fato.

Perché la vita è una lotta, non è una gara.

[Pubblicato l’1 maggio su su Koinè, il blog degli Universistrani, che ringraziamo]

Foto di Gerd Altmann da Pixabay.

Altri articoli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

N.B. I commenti devono essere approvati da un amministratore prima di venire pubblicati. Se non vedete subito il vostro commento è perfettamente normale, non serve che lo scriviate nuovamente. Grazie!