Riproposte

Paul Lafargue, “Il diritto all’ozio” (1880)

Le società occidentali sono intrise di cultura del lavorismo, che non è intesa qui con l’accezione dello stare dalla parte di chi lavora, bensì di considerare il lavorare come una virtù in sé. Ciò porta a numerose conseguenze. Il lavoro può diventare infatti schiavitù,  sia materiale sia mentale, e chi non lavora – nonostante la disoccupazione sia fenomeno strutturale connaturato all’attuale assetto economico – è sempre visto come un colpevole. Così, pur di lavorare per mantenersi perché privati di qualsiasi sostegno pubblico, pur di non essere sanzionati socialmente, gli individui prestano la propria opera accettando condizioni sempre più al ribasso. Ma soprattutto, in questo quadro di lavorismo acritico, è del tutto assimilato a un disvalore il concetto di ozio, di osservazione, di stare bene per sé. Per questo riproponiamo questo scritto di Paul Lafargue, che, scritto nel 1880, conserva praticamente intatta la sua forza critica.

Una strana follia possiede le classi operaie delle nazioni in cui regna la civiltà capitalista. È una follia che porta con sé miserie individuali e sociali che da due secoli torturano la triste umanità. Questa follia è l’amore per il lavoro, la passione mortale per il lavoro, spinta fino all’esaurimento delle forze vitali dell’individuo e della sua progenie. Invece di reagire contro quest’aberrazione mentale, i preti, gli economisti, i moralisti hanno santificato il lavoro, lo hanno sacralizzato. Uomini ciechi e ottusi, hanno voluto essere piú saggi del loro Dio; uomini deboli e spregevoli, hanno voluto riabilitare ciò che il loro Dio aveva maledetto. Io, che non mi dichiaro cristiano, economo e morale, contro il loro giudizio mi appello a quello del loro Dio; alle prediche della loro morale religiosa, economica, di liberi pensatori, oppongo le spaventose conseguenze del lavoro nella società capitalista. Nella società capitalista il lavoro è la causa di ogni degenerazione intellettuale, di ogni deformazione fisica. Confrontate il purosangue delle scuderie Roth-schild, servito da uno stuolo di bimani, con la pesante e rozza bestia delle fattorie normanne che ara la terra, trasporta il letame, il raccolto nel granaio. Osservate il nobile selvaggio che i missionari del commercio e i commercianti della religione non hanno ancora corrotto con il cristianesimo, la sifilide e il dogma del lavoro, e osservate poi i nostri miserabili servi delle macchine.

Quando, nella nostra Europa civilizzata, vogliamo ritrovare una traccia della bellezza originaria dell’uomo, dobbiamo andare a cercarla in quelle nazioni dove i pregiudizi economici non hanno ancora sradicato l’odio per il lavoro. La Spagna, che purtroppo sta degenerando, può ancora vantarsi di avere meno fabbriche delle nostre carceri e caserme; ma l’artista ammira estasiato il fiero Andaluso, bruno come una castagna, dritto e flessibile come un’asta d’acciaio; e il cuore dell’uomo sussulta udendo il mendicante, superbamente ammantato nella sua capa stracciata, dare dell’amigo a un duca di Ossuna. Per lo spagnolo, nel quale l’animale primitivo non è atrofizzato,

Il lavoro è la peggiore delle schiavitú. I greci nell’epoca del loro splendore disprezzavano, anche loro, il lavoro; solo agli schiavi era permesso di lavorare; l’uomo libero si dedicava esclusivamente agli esercizi fisici e ai giochi dell’intelligenza. Era l’epoca in cui si viveva e si respirava in mezzo a un popolo di Aristoteli, Fidia, Aristofani; era il tempo in cui un pugno di coraggiosi distruggeva a
Maratona le orde di quell’Asia che Alessandro avrebbe presto conquistato. I filosofi dell’antichità insegnavano il disprezzo per il lavoro, degradazione dell’uomo libero; i poeti cantavano l’ozio, dono degli dèi:

O Meliboe, deus nobis haec otia fecit

Cristo, nel suo discorso della montagna, predicò l’ozio: «Guardate i gigli dei campi: non lavorano né filano, eppure io vi dico che Salomone in tutta la sua gloria non è mai stato vestito piú splendidamente». Geova, il dio barbuto e arcigno, diede ai suoi adoratori il supremo esempio dell’ozio ideale: lavorò per sei giorni, e poi si riposò per l’eternità.
Quali sono invece le razze per cui il lavoro è una necessità organica? Gli alverniati; gli scozzesi, questi alverniati delle isole britanniche; i galiziani, questi alverniati della Spagna; i pomerani, questi alverniati della Germania; i cinesi, questi alverniati dell’Asia. Nella nostra società quali sono le classi che amano il lavoro per il lavoro? I contadini proprietari e i piccoli borghesi: curvi i primi sulle loro terre, incollati i secondi alle loro botteghe, si agitano come la talpa nella sua galleria sotterranea, e non sollevano mai la testa per guardare a loro agio la natura.
Eppure il proletariato, la grande classe che comprende tutti i produttori delle nazioni civilizzate, la classe che emancipandosi emanciperà l’umanità dal lavoro servile e farà dell’animale umano un essere libero, il proletariato – tradendo i suoi istinti, misconoscendo la sua missione storica – si è lasciato pervertire dal dogma del lavoro. Duro e terribile è stato il suo castigo. Tutte le miserie individuali e sociali sono nate dalla sua passione per il lavoro.

 

[Testo tratto da Paul Lafargue, Il diritto all’ozio. La religione del Capitale, Firenze, Il Ponte Editore, 2015].

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