Comunità

Parlare agli altri e con gli altri

I monologhi servono a poco

Crotone, ieri. Cronaca di una presentazione che poteva essere una disfatta e invece non lo è stata.

Perugia-Pisa in macchina, Pisa-Lamezia in aereo, Lamezia-Crotone in macchina. La neve cancella i voli e chiude le strade, ma io arrivo. I libri, invece, no.

La presentazione è alle 18, si fa alla Lega Navale, una sorta di circolo frequentato da ragazzini e pensionati. Un posto suggestivo, sul lungomare. Alle 18.15 in platea ci sono 5 persone, la giornalista della tv locale che mi ha appena intervistato vuole delle immagini di copertura per il suo servizio, ha bisogno di una platea più folta. Allora va dai sei pensionati seduti al tavolo giù in fondo e gli chiede di occupare le ultime due file, per fare numero. Lei ha piglio, loro sono gentili, accettano.

Il cameraman bengalese gira un minuto di riprese, la messa in scena si conclude. A quel punto io ci provo: “mi date cinque minuti?”, chiedo ai pensionati. “Vi parlo del mio libro, siete liberi di alzarvi quando volete”. Loro sono gentili, annuiscono, accettano.

Il relatore introduce brevemente, dice il mio nome e il titolo del mio romanzo e poco più, poi parlo io, quasi solo io. E parlo ai sei uomini seduti in fondo, soprattutto, parlando guardo loro, parlando dico cose che se non ci fossero stati avrei detto in un modo diverso. Pochi sofismi, poche speculazioni letterarie. “Baboucar” è un romanzo, ma la storia che racconta può essere raccontata in molti modi. E per me questa situazione è preziosa: la metà piu uno del mio pubblico, oggi, è costituita da persone che probabilmente non hanno mai partecipato alla presentazione di un libro in vita loro. Esattamente il tipo di persone a cui vorrei parlare di “Baboucar” più di ogni altro.

A pochi chilometri da qui c’è Torre Melissa, dove l’altro giorno, anzi l’altra notte, sono sbarcati 51 migranti curdi, soccorsi da cittadini comuni, col sindaco in testa. Parlo di Torre Melissa, dei suoi 51 migranti, dei 49 della Sea-Watch e della Sea-Eye. Cento migranti, tutti senza nome, mentre i miei migranti un nome ce l’hanno, e hanno storie e lingue e pensieri e sentimenti, come ogni donna e ogni uomo che sta al mondo. La forza della letteratura, dico, sta qua. Nel dare un nome e una storia a uomini sconosciuti, nel prendersi tutto il tempo necessario, nel gusto della complessità e delle sfaccettature e delle contraddizioni. I sei pensionati gentili ascoltano, solo dopo una ventina di minuti il primo di loro si alza, risponde al telefono, poi si risiede, poi si rialza insieme a un altro, e un altro ancora. Ma tre di loro rimangono fino alla fine. Tre su sei. E quando torneranno a casa, stasera, forse ripenseranno alle mie parole, a Baboucar e agli altri, e a questa strana abitudine che ha qualcuno di scrivere libri e di parlarne di fronte all’altra gente.

Datemi una presentazione così ogni settimana, e io sarò un piccolo scrittore felice.

LEGGI ANCHE: LA REALTA’ DI BABOUCAR E NOI CHE LA GUARDIAMO MALE

*Giovanni Dozzini, scrittore e giornalista, ha pubblicato quattro romanzi. L’ultimo è E Baboucar guidava la fila, edito da Minimum Fax, a cui si riferisccono gli episodi di cui si parla in questo articolo.

Foto di copertina tratta da www.pixabay.com

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