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Panta Rei

L'isola del 'si può'
A Passignano sul Trasimeno, in Umbria, c'è un centro di educazione che punta a "insegnare facendo", dove ogni manufatto e ogni attività sono all'insegna della sostenibilità. A partire dalle costruzioni, realizzate in terra e paglia e con materiali ripescati dalle riciclerie

Fabrizio Marcucci

Quando arrivo ci sono un ragazzo e una signora che stanno pulendo il pavimento della grande stanza dove si mangia. Mi invitano a mettermi comodo. “Ho un appuntamento con Dino”, dico. “Sta tosando le pecore”, risponde l’uomo, che mi chiede anche se desidero un caffè mentre Dino provano a rintracciarlo al cellulare. Ma il caffè, se posso, lo evito. “Abbiamo un ottimo succo di sambuco”, interviene allora la signora. Accetto. Mi viene porto il bicchiere – rigorosamente di vetro, qui le stoviglie in plastica sono bandite – col succo dentro. Ottimo, davvero. Nel frattempo arrivano Riccardo, quattordici anni, torso e piedi nudi, e i suoi due compagni di giochi. La signora gli chiede di mostrarci la struttura nell’attesa che Dino torni. Allora Riccardo mi porta fuori, indica e spiega: qui ci sono i laboratori, lì le stanze per dormire, di là quella per riunirsi. Ma passa quasi subito, impaziente di mostrarmeli, alla casa sull’albero e al ponte tibetano. Qui, guidato, scendo. Le scarpe sulla corda tesa su cui lui un attimo prima ha saltellato scendendo a piedi nudi; le due mani che scorrono su altrettante funi. Poi i gradini di una scala in legno addossata al tronco di un albero. Una volta a terra, davanti, la casa sull’albero. Davvero. Coi muri in terra e paglia. Appena si entra la cucina-soggiorno-sala da pranzo. Nel soppalco sopra, la stanza da letto. Le finestre sul bosco. Oltre a quelli utilizzati per i muri, legno e vetro sono i materiali prevalenti per questa costruzione che sembra uscita da un episodio di Pippi Calzelunghe, ma è reale, abitata. Una voce da sopra avverte che Dino è tornato. Risaliamo.

Qui nel 1993 un incendio distrusse quasi tutto,
decidemmo di recuperare quello che si poteva
invece di demolire e costruire ex novo

Siamo quattrocento metri sopra al lago Trasimeno, in Umbria. Che se guardi sotto in una giornata tersa come quella che ci è capitata, hai la fortuna di essere inondato da un indistinto celeste-blu-azzurro di cielo e acqua. Intorno il verde del bosco, il bianco della strada sterrata, il marrone tendente al giallo del legno delle strutture e quello un po’ più scuro dei muri in terra e paglia. Tutta natura, ma abitata. Tutto con un suo equilibrio. Tutto nato grazie alla natura, al lato meno romantico della natura. “Qui nel 1993 un incendio distrusse tutto”, ricorda Dino. C’era un fienile con attorno un altro paio di strutture per il ricovero di capre e pecore. Dino Mengucci c’era. Era uno di quelli della cooperativa “Buona terra” che dal 1976 curavano questa manciata di ettari convinti che il recupero di terre incolte abbandonate fosse un’azione insieme ambientale e sociale. Oggi la cosa è quasi cool, allora era minoritaria. I più, dopo l’incendio, erano convinti che si dovesse abbattere tutto. Invece no. Si decise di recuperare il possibile. Nacque così Panta Rei, oggi “centro di esperienze per l’educazione allo sviluppo sostenibile”, che porta nel dna la sostenibilità che ha deciso di divulgare.

Il centro Panta Rei a Passignano sul Trasimeno
La struttura principale del centro Panta Rei, a Passignano sul Trasimeno

Furono recuperati quel po’ di alluminio, di legno e di altri materiali che vennero risparmiati dalle fiamme spinte dallo scirocco. Il tutto seguendo criteri di bioarchitettura e i consigli di gente come Francesco Tonucci, dell’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr, che mise al bando i corridoi nella nuova struttura “perché, ci disse, favoriscono l’isolamento e inibiscono l’incontro”, ricorda Dino. Altri contribuirono, a partire da Damian Randle, del Cat (Centre for alternative technology del Galles). Dino lo racconta proprio qui. In mezzo a quelle mura rinate dove gli spazi sono larghi, il sole entra attraverso le vetrate a tutta parete e le porte si affacciano in quelle che possono essere definite piccole piazze d’incontro. Qui, dove appena l’altro giorno è stato posizionato lungo le scale che portano alle camere nel piano superiore un corrimano in corda “perché l’ultimo fine settimana abbiamo ospitato ragazzi non vedenti e dovevamo dargli dei punti di riferimento per salire”, dice Dino.

Le città, le strutture in generale, devi pensarle
a misura di bambini. Se le realizzi così
saranno alla portata di tutti, altrimenti diventano ghetti

Ma che cos’è oggi Panta Rei? È un autentico mosaico fatto di mille facce: ambiente, bioarchitettura, corretta alimentazione, agricoltura e zootecnia a misura d’uomo, d’ambiente e di animali, corsi in tecnica delle costruzioni e mille altre cose ancora: struttura ricettiva per gruppi, scolaresche e singoli, luogo di formazione e punto d’incontro per tutti. Ma proprio tutti. Un concetto su cui Dino si sofferma, ancora sulla scorta degli insegnamenti di Tonucci: “Le case, le costruzioni, le città devono essere alla portata di tutti, a partire dai bambini; se una città è a misura di bambino è a misura di tutti. C’è da diffidare delle strutture per portatori di disabilità; hanno in loro il germe della ghettizzazione. Qui a Panta Rei possono venire tutti”. Ecco spiegato il significato della piattaforma tra gli alberi: “L’abbiamo costruita affinché anche chi cammina in carrozzella possa provare la sensazione di stare su un albero, ma ovviamente è fruibile da chiunque”. L’idea di fare formazione è venuta quando si notò che un gruppo di ragazzini a cui si stava insegnando a mungere, si stupivano che il latte veniva dalle mammelle delle pecore: “Facevano cadere il bricco che avevano tra le ginocchia perché le allargavano stupiti quando vedevano lo schizzo di latte. Fu lì che ci dicemmo che occorreva partire dalle basi”. Qui insomma si sperimenta. Per offrire a tutti una possibilità. E per tentare di lasciare un’impronta sul pianeta che sia la meno profonda possibile: si evitano sprechi, si recupera, si ricicla, si fa attenzione ai materiali utilizzati affinché rispettino la salute di chi ci dovrà poi vivere a contatto. “A breve partirà un progetto che verrà monitorato da tecnici di diverse università che seguirà qui a Panta Rei la realizzazione di un edificio in terra e paglia e monitorerà il processo di costruzione secondo il metodo lca (life cycle assessment, in italiano: valutazione del ciclo di vita)”. Si misurerà in altri termini quanta energia e quanto ambiente si consumano costruendo in maniera convenzionale e quanti invece seguendo tecniche e materiali “bio”. Non solo: si tenteranno anche di valutare le diverse risposte dell’organismo umano se immerso in materiali “naturali” o “artificiali”.

La piattaforma tra gli alberi
La piattaforma tra gli alberi

Del resto, a Panta Rei, in mezzo a muri di terra e paglia ci vivono già da vent’anni, l’età di questi edifici costruiti su ciò che rimase dell’incendio. E sono muri “sostenibili”, sicuri e isolanti: proteggono dal caldo in estate e dal freddo in inverno. E se li butti giù, puoi tranquillamente riutilizzare i materiali per tirare su un’altra casa, invece che conferire in discarica. Ed è quando si affronta questo argomento che Dino tira fuori l’asso dalla manica: casa sua. “Vieni”, mi dice camminando su lastre di pietra serena che, mi spiega mentre va, “abbiamo preso gratis perché sono lo scarto della prima lavorazione. Se le vuoi, basta che vai al cantiere e te le prendi”. Pochi passi e arriviamo a una porta. “Non fare caso al disordine”, dice schiudendola. E si apre davanti un graziosissimo e ampio soggiorno con una vetrata che fa da trait d’unione tra dentro e fuori. Ci sono un termocamino, poltrone e una scala che porta al piano superiore. “Questa è casa mia. È costata pochissimo. Senti il muro”. Apre la finestra e mi fa poggiare una mano fuori, dove batte il sole, e una all’interno: fuori caldo, dentro fresco. “Qui insieme a terra cruda e paglia ci ho impastato anche la lana. Il termocamino, soprattutto lo scorso inverno che è stato mite, l’ho acceso pochissime volte”. La vetrata è uno scarto riciclato dell’arredamento di una farmacia. “Quasi tutto è riciclato. Ecco, se butti giù una cosa del genere praticamente non produci rifiuti. Gli unici rifiuti sono cose a cui hai allungato la vita perché stavano per finire in discarica anni fa”. Poi, a dimostrazione che i processi vanno governati e che qui non è aria di integralismi, Dino mi porta nell’area a nord della casa: “Vedi?, qui sono dovuto andare un pezzo sotto terra, per cautelarmi ho usato cemento armato, perché è inutile che cerchi l’alternativa se poi la casa ti crolla addosso. I puristi storcono il naso. Io bado al risultato”.

Dino Mengucci davanti alla sua casa
Dino Mengucci davanti alla sua casa

Insomma: “Si può”, sembra essere lo slogan giusto per Panta Rei. Si può costruire in modo diverso e rispettoso di tutti; della salute, dei portatori di disabilità e dell’ambiente; si può regalare anche a chi non usa le proprie gambe la sensazione di stare sopra a un albero; si possono allevare gli animali all’aperto e si può coltivare senza usare veleni (a Panta Rei c’è anche un’azienda agricola). E seguendo tutti questi principi, si può anche fare in modo che una quindicina di persone traggano così il proprio reddito per vivere. Panta Rei è un dato di fatto. Il costruito qui è il segno di un’alternativa possibile. Non in un altro mondo, ma in questo. Che di alternative come questa ne ha un bisogno disperato.

Ok, ora c’è da fare, c’è da andare. Dino mi saluta. Io salgo in macchina e torno giù. Asfalto e cemento aspettano. Prima però, l’ultima boccata di celeste, azzurro e blu.

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2 commenti su “Panta Rei

  1. Meraviglioso,mi piacerebbe moltissimo trascorrere li qualche giorno con i miei nipotini di 9 e 6 anni.Sicuramente per loro sarebbe una bella esperienza e potrebbero imparare molto.Bravissimi complimenti

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