Comunità

Oltre il pubblico e il privato: il bene comune

La categoria di bene comune va al di là della distinzione pubblico-privato per riaffermare la gestione partecipativa dei beni che servono al soddisfacimento di diritti fondamentali. Non è solo una questione di proprietà, ma di gestione. Spesso infatti le cose pubbliche subiscono un processo di aziendalizzazione che le snaturano. Un processo che i beni comuni invece prevengono

Uno stato non è tale solo perché ha una bandiera, un inno nazionale, un capo più o meno eletto democraticamente, un riconoscimento diplomatico esteso e dei confini amministrativi. Lo è soprattutto perché garantisce il pieno riconoscimento e la tutela dei diritti fondamentali dei propri cittadini. Questa tutela deve avvenire indipendentemente dal Prodotto interno lordo, perché se non dispone delle risorse necessarie alla garanzia dei diritti, non è una entità statuale legittima e accettabile, nonostante proclami una sovranità territoriale, disponga di un esercito in armi per difenderlo, rivendichi una produzione nazionale di beni e ostenti una simbologia identitaria. I diritti alla salute, all’istruzione, all’informazione, al lavoro, alla mobilità, alla inviolabilità della persona vanno garantiti a tutti e comunque, destinando ad essi le risorse indispensabili ed apparati istituzionali che li tutelino. Se ciò non è possibile, per la mancanza di risorse e per l’assenza di una organizzazione specifica, lo stato non esiste, al massimo è un protettorato, privo di effettiva sovranità, o uno stato fantoccio, in cui la cosa pubblica è poca cosa. Ma soprattutto è privo di una identità certa e di un diffuso senso di appartenenza, non essendo né certa né diffusa la consapevolezza di poter usufruire di servizi pubblici, senza pietirli né acquisirli subdolamente.

In tempi difficili come quelli attuali, in cui lo stato ha marcato una presenza significativa e in cui si ipotizza un maggiore protagonismo, è necessario interrogarsi sui suoi compiti effettivi e sulla necessità che sappia essere uno stato sociale, che, attraverso il sistema fiscale, persegua un disegno di equità, per compensare sperequazioni e ingiustizie. Per questo c’è l’esigenza assoluta di aprire una vera stagione riformista in Italia, nel senso pieno del termine, non in una accezione propagandistica e demagogica, magari per giustificare l’utilizzo di fondi europei, ma per potenziare e allargare lo stato sociale e con esso il soddisfacimento di diritti fondamentali. Occorrono riforme che ridefiniscano il contesto istituzionale della struttura pubblica, anche dal punto di vista giuridico, non limitandosi ad una sua presunta efficientizzazione, ma puntando a rafforzare le sue competenze e le sue capacità per garantire più sviluppo e più giustizia sociale.
La sanità va quindi ripensata, ma anche la scuola, l’informazione pubblica, i trasporti, l’organizzazione della giustizia e delle forze dell’ordine, mantenendo però fermo il principio di solidarietà, secondo il quale i diritti possono essere garantiti solo da un grande sforzo solidale che vede interessate e responsabilizzate le persone, le famiglie, i gruppi sociali, le imprese, le istituzioni. Questo principio deve continuare a sorreggere, ad esempio il nostro Servizio sanitario, che è e deve continuare ad essere di tipo universalistico, caratterizzato da pari opportunità di accesso ai servizi, da uguaglianza di trattamento ad ogni persona, da condivisione del finanziamento del sistema, basato sulla solidarietà fiscale. Lievito di tutto questo è la partecipazione, la possibilità per i cittadini di acquisire maggiore potere all’interno della comunità, sia tramite un aumento delle informazioni necessarie a indirizzare scelte e decisioni sia attraverso l’acquisizione di maggior peso riguardo alle decisioni riguardanti la vita comunitaria.

Già nel 2008 la Commissione sui determinanti di salute dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nel final report dichiarava testualmente: “L’assistenza sanitaria è un bene comune e non una merce dipendente dal mercato”. È un bene comune pertanto l’organizzazione sanitaria che come tale gestisce le attività e i servizi preposti alla tutela del diritto alla salute. Tale diritto è contemplato dalla Costituzione della Repubblica Italiana che, negli articoli 3 e 32, lo definisce come diritto complesso (a contenuto duplice), diritto di seconda generazione, diritto universale e diritto fondamentale. La salute appartiene al pieno dominio dei diritti e non ha bisogno pertanto di nuove declinazioni mentre la sanità, nel rientrare nel dominio dei beni comuni, trova valenze e significati nuovi, in quanto di fatto viene superata la sua concezione di bene pubblico, che attualmente la contiene e la legittima.

La sanità italiana, ma anche la scuola, la Rai, il trasporto pubblico, sono attualmente beni pubblici a gestione privata affidati prevalentemente a gestori con contratto di tipo privatistico, con un incarico che ha come vincolo essenziale la disponibilità e l’accessibilità alle risorse finanziarie pubbliche. La tutela e la promozione dei diritti in genere rimangono sullo sfondo come possibile esito di un sistema che persegue finalità fondamentalmente a vantaggio dei decisori (politici), dei gestori (direttori) e degli erogatori (professionisti). I processi di aziendalizzazione, che hanno caratterizzato i beni pubblici italiani, in quanto tali non possono prescindere da un approccio economico-aziendale, che tende ad interpretare il sistema sanitario, come quello scolastico o quello dell’informazione, non come un sistema unitario, ma come sistema di aziende dotate di autonomia, per cui la funzionalità complessiva si può migliorare modificando le modalità di funzionamento delle singole aziende, senza imporre comportamenti uniformi. Questo comporta sistemi di fatto competitivi e non cooperativi, con la quasi impossibilità di tracciare le politiche di governo in specifici ambiti di attività, definire le regole complessive del sistema, individuare i sistemi di finanziamento e di accreditamento.

La categoria di bene comune non è quindi un valore aggiunto alla realtà esistente, una semplice ridefinizione dei sistemi vigente, una sottolineatura di valori già esistenti, ma un elemento di cambiamento radicale, che è il connotato principale che deve avere una vera riforma.
Rappresenta infatti un vulnus nei confronti della connotazione principale assunta oggi dal sistema dei beni pubblici italiani: l’aziendalizzazione. Una organizzazione finalizzata alla produzione e con un uomo solo al suo comando, con presunte competenze manageriali, monocrate pressoché assoluto, che non deve rapportarsi ad altri organi collegiali, in un ambito dove non è contemplato nessun bilanciamento di poteri. Un potere collaterale a quello politico e sovraordinato a quello tecnico, che nega di fatto ogni dialettica democratica e pregiudica una reale e fattiva partecipazione, contemplata solo come momento formale di consenso. Gli si chiede velocità nella esecuzione delle scelte, messa a profitto dei finanziamenti pubblici essenzialmente per il risparmio e il pareggio del bilancio, utilizzo libero e spregiudicato, al limite dell’arbitrarietà, delle risorse umane.

Alcuni passaggi sono obbligatori. Vanno individuati i settori che possono essere trasformati in beni comuni, perché se tutto è bene comune niente è bene comune. I beni comuni sono tali se sono strettamente legati al soddisfacimento di un diritto. Per la sanità è il diritto alla salute, per la scuola pubblica è il diritto all’istruzione, per la gestione dell’acqua è il diritto alla vita, solo per fare alcuni esempi. Questi diritti vanno comunque garantiti e il parametro di definizione del valore e dell’utilità di un bene comune è la vita, non il costo associato alla sua disponibilità ed accessibilità. Non si tratta infatti di servizi rivolti alla soddisfazione di domande individuali o collettive mutevoli, perché dipendenti dal loro valore sul mercato, dal costo di accesso e dalla loro utilità commerciale. Per questo vanno elaborate strutture giuridiche nuove, che si aggiungano a quelle di bene pubblico e di bene privato e che abbiano riconoscibilità e legittimità in uno stato di diritto. Non basta quindi la sola proprietà del bene pubblico da parte dello stato ma anche la regolazione, il governo e il controllo affidato a soggetti pubblici, una pluralità di competenze e di funzioni, un sistema di poteri e contropoteri, un insieme sicuramente complesso, ma come è complessa la società attuale. A renderla ancora più complessa è la questione della partecipazione dei cittadini, diretta e indiretta, al governo del bene comune. Se gli appartenenti ad una comunità sono chiamati a rispettare le regole comuni, devono essere chiamati, in modo sostanziale e non formale, a verificare il rispetto e l’efficacia di tale regole ed eventualmente alla modifica delle stesse. Il potere o è di tutti o non è, nella scuola, negli ospedali, nei servizi sociali, nelle università, nei mass media, nella società intera. Altrimenti è inganno, prevaricazione, abuso.

La sanità come bene comune, ad esempio, non è pertanto una astratta difesa del carattere pubblico del sistema sanitario, ma è una revisione e un deciso superamento delle attuali strutture verticistiche e una sua forte apertura alla soggettività sociale. Comporta la progettazione di un nuovo, più avanzato ed efficace modello di sistema sanitario, centrato sulla prevenzione e sul territorio, con la costruzione delle relative strutture organizzative e politiche, con nuovi equilibri tra le sue diverse componenti e tra il momento delle valutazioni tecniche e quello delle decisioni operative, con una sua radicazione nel tessuto delle comunità locali e con i relativi strumenti di informazione e controllo democratico, e in ultimo ma non come ultimo, la individuazione delle necessarie risorse umane e finanziarie e la loro più efficace allocazione.
È un compito complesso, non facile né di breve durata, ma le vere riforme non si fanno con un tweet. Ed è l’occasione per il rilancio della autorevolezza e della necessità dell’azione politica.

foto di Silvia Tarchini dal profilo Flickr diri.gibile

 

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