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Non ci sono più le “banche dell’ira” di una volta

Le "banche dell'ira", per Peter Sloterdijk, sono delle "istituzioni" politiche che incanalano e mettono a valore risentimento ed emozioni simili. In passato, questo compito è stato svolto, per esempio, dalla Chiesa, dalla Rivoluzione Francese, dal movimento comunista. Ma oggi? Il populismo è una "banca dell'ira"? O somiglia di più a una di quelle società finanziarie aggressive, che prestano i soldi in due minuti, ma con tassi di interesse stratosferici e che poi ti fanno fallire?

Cosa sono le “banche dell’ira”

Cosa sono le “banche dell’ira”? Delle vere e proprie istituzioni politiche che, nel tempo, mettono letteralmente a valore risentimento ed emozioni simili che provano gli essere umani. Una vera e propria ricchezza che viene trasformata in progetti di lungo termine, appunto politici. Chi ha coniato questo termine è Peter Sloterdijk (uno di quei pensatori che, per alcune posizioni prese, viene definito “controverso”), di cui la casa editrice Marsilio ha ripubblicato Ira e tempo, uno dei suoi più famosi saggi. Su Ribalta abbiamo spesso parlato di rabbia, rancore e risentimento, temi affrontati dal filosofo tedesco, per il quale l’ira propriamente detta ha un vero e proprio ruolo politico. Più precisamente, lo hanno le passioni timotiche (dal greco Thymós), che si riferiscono alla vitalità, al sentimento, alla reazione energica e agli impulsi dell’uomo.

Storicamente, secondo Sloterdijk, questo tipo di passioni sono molto cambiate nei loro connotati, in maniera anche rilevante. L’ira di dieci secoli fa è diversa da quella di oggi e da quella del Medioevo. In ogni caso, parliamo di energie umane in grado di cambiare il mondo: la sfera timotica, infatti, “apre agli uomini la strada sulla quale essi fanno valere ciò che hanno, possono, sono e vogliono essere”. Ecco perché l’orgoglio, l’egoismo o quello che va tanto di moda oggi, il risentimento, non possono essere ridotti a banali (neanche tanto) complessi nevrotici.

Uno dei terreni sul quale si esprimono le passioni timotiche è, a livello collettivo, la Politica, quella con la P maiuscola; perché ira ed emozioni simili costituiscono una specie di ricchezza, che potrebbe essere dispersa, ma che, invece, in qualche modo viene incanalata e “messa a valore” in progetti “politici”. La sottolineatura dell’aspetto “economico” dell’ira è una delle idee portanti del libro di Sloterdijk, che parla delle “banche dell’ira” come istituzioni che si sono basate (e si basano tuttora) su una vera e propria economia del risentimento.

Le “banche dell’ira” di una volta

Il filosofo tedesco cita esempi calzanti. Innanzitutto, andando molto indietro nel tempo, le religioni monoteistiche (il “Dio iroso”), dove “dio” va inteso come la definizione di un “luogo di deposito degli umani risparmi d’ira e dei congelati desideri di vendetta”; un dio “amministratore del patrimonio di risentimento terrestre”, la cui soddisfazione viene rimandata sostanzialmente alla fine dei tempi. Poi ci sono la Rivoluzione francese e, in breve, il comunismo (Sloterdijk parla anche di anarchismo, leninismo, maoismo, etc.). La “banca dell’ira” comunista si differenzia da quella religiosa perché la soglia di differimento delle attese di riscatto è in qualche modo anticipata (si fa per dire) alla rivoluzione, al rovesciamento del sistema e all’instaurazione della giusta società. Come noto, questo meccanismo ha avuto una grandissima capacità di mobilitazione: i partiti comunisti hanno raccolto, differito e amministrato “scoppi d’ira” che altrimenti sarebbero stati utilizzati in azioni di scarso impatto o di tipo distruttivo. Per Sloterdijk, oggi questi punti di raccolta dell’ira non ci sono più, vista la crisi della Chiesa e la fine della spinta comunista. C’è l’Islam, che però non ha nelle sue corde le necessarie “strutture di investimento” da canalizzare in un progetto politico vero e proprio.

Certo, aggiungo, non possiamo dire che oggi non ci siano leader e movimenti organizzati in grado di mietere i fertilissimi campi del rancore, del risentimento, dell’odio e dell’ira: pensiamo ovviamente a tutti quelli populisti. Ma individuare nuove “banche dell’ira” strutturate come la Chiesa o il movimento comunista, nel mondo contemporaneo, risulta difficile. Come ha scritto Ezio Mauro, “oggi la rabbia sociale è allo stato brado, i nuovi leader politici si limitano ad alimentarla per cavalcarla, pensando che la materia sociale incandescente convenga per radicalità, e dunque meglio usarla come politica primordiale, rinunciando a raffinarla”. L’ideologia dominante della nuova epoca è senz’altro il neoliberismo: il figlio illegittimo del liberalismo, perché tutto centrato sull’aspetto economico e l’arricchimento e per nulla interessato al benessere reale delle persone, specialmente quelle meno abbienti. Ma è un’ideologia che presenta crepe evidenti ed è assai meno egemone rispetto a una decina di anni fa.

“Io non vedo niente”

La vede più o meno allo stesso modo lo scrittore Alberto Garlini, autore, tra gli altri, del romanzo La legge dell’odio: “fino a ieri la politica che ci hanno insegnato era la trasformazione della rabbia sociale e del senso di ingiustizia in progetto di durata. In sostanza, il comunismo ci diceva: ‘è vero che sei sfruttato, è vero che vivi una vita da cane, ma non spaccare oggi la testa di chi ti sfrutta, metti piuttosto la tua rabbia a frutto, coordina i tuoi sforzi con quelli della tua classe sociale e un domani ci sarà la dittatura del proletariato, quindi un mondo perfetto’. Il cristianesimo diceva più o meno la stessa cosa, ‘non spaccare una testa oggi perché domani sarà tuo il regno dei cielo’. E il liberalismo, l’ideologia in cui siamo nati e cresciuti, variava il detto così: ‘non spaccare la testa di chi oggi ti sfrutta ma metti a frutto le tue capacità perché ti verrà data un’opportunità e potrai diventare ricco anche tu'”. Oggi è diverso, dice Garlini: “se una persona è cassintegrata, se non sa come sfamare i propri figli, a quale orizzonte politico può riferirsi per trasformare la sua rabbia in un progetto di durata? Per fare, paradossalmente, diventare la sua rabbia e il suo senso di ingiustizia un progetto utile per la società? Sinceramente io non vedo niente”.

Populismo: una “banca dell’ira” destinata al fallimento?

E il populismo? Può essere considerato una vera e propria “banca dell’ira”, nel senso in cui lo intende Sloterdijk? Tralasciando il fatto che può avere una declinazione di destra o di sinistra (o meglio, regressiva o progressiva), è vero che possiamo cogliere nei numerosissimi partiti e movimenti che incarnano il populismo molti elementi in comune e trasversali; ma è altresì vero che, almeno per ora, più che ad una “banca”, il populismo sembra somigliare a una di quelle società finanziarie aggressive sul mercato che prestano i soldi in due minuti e senza chiedere niente, ma con tassi di interesse stratosferici che rischiamo di portare al fallimento. Insomma, qualcosa di (non ancora) strutturato e non paragonabile alla Chiesa o al movimento comunista, e neanche all’ideologia neoliberista.

Al di là di questo, la riflessione di Sloterdijk è molto più che attuale, perché ci ricorda diverse cose: che l’ira, le passioni timotiche, sono sempre esistite; che hanno assunto sembianze diverse; che hanno trovato “banche” molto diverse e pronte a raccoglierle e a “investirle” politicamente in progetti di vario tipo. E che, alla fine, possiamo anche non disperare più di tanto: l’ira c’è (oggi come ieri), è umana e anche “giusta” e giustificata, molte volte. Il problema è canalizzarla verso direzioni progressive.

Foto di copertina di Michal Husák da Pixabay.

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