Percorsi

“Noi, combattenti per il Rojava”

Alessandro, Emanuele e Matteo sono tre italiani che si sono conosciuti su un fronte al nord della Siria, accorsi in difesa dei curdi contro l’esercito dell’Isis. E la loro esperienza non è come ti aspetteresti che te la raccontano

In due ore ti si sovverte tutto. E alla fine è tutto più chiaro. Tu vai con la curiosità di capire il perché e il per come uno che vive comodo in Italia decide di andare nel nord della Siria a combattere a fianco del popolo curdo per difendere il Rojava dall’Isis. Sei interessato alle persone più che alla cosa. E alla fine ti rendi conto che sta proprio lì il rovesciamento cruciale: tu vai per le persone, loro sono venuti lì a raccontarti la cosa. E la cosa non è il pezzo di guerra che hanno combattuto, ma il Rojava: questo esperimento di democrazia radicale spuntato come un fiore nel cemento che loro si sono sentiti di andare a difendere. Se la cosa è così importante, la persona passa in secondo piano; è questo che alla fine ti avranno detto di loro senza neanche esplicitarlo. Sì, “ti cachi sotto”, confiderà Emanuele; “mangi male, dormi poco, sei sotto stress”, ammetterà Matteo; “ho incontrato volontari di diciassette anni”, dirà Alessandro. Ma saranno le poche cose strettamente personali che usciranno dai bottoni di una giacca che non hanno neanche bisogno di indossare, tanto ce l’hanno cucita addosso. È così distante dal loro il modo di pensare col quale eri entrato, che quando gli chiedi come siete arrivati lì?, loro non fanno riferimento al percorso ideale che sottintendeva alla tua domanda, pensano alle questioni operative, e glissano. E quando insisti e specifichi, Emanuele ti dribbla con una battuta: “Con l’aeroplano”. Risate. Non parlano del sangue che hanno visto, che si intuisce qua e là dal loro racconto, è stato parecchio. Non ci sono pose da eroi, nonostante abbiano contribuito a contenere l’esercito dell’Isis, fatto di “gente che quando viene ferita, gli fanno una pera di adrenalina e te la mandano addosso carica di esplosivo”, dirà uno di loro incidentalmente. “I curdi non avevano bisogno di noi”, si schermisce Emanuele. “Anzi, ci dicevano di non andare al fronte, di restare nelle retrovie per un po’, e poi tornare in Italia e raccontare il Rojava”, aggiunge Alessandro. E loro sono qui, nello “Spazio popolare Rude Grifo” di Perugia che li ha invitati, proprio a raccontare la cosa, il Rojava, perché è quello il motivo della loro scelta di diventare soldati. E a loro modo soldati lo rimangono anche qui, in questa sera. Soldati senza pose, con un ideale così acuminato da avergli fatto mettere in gioco la vita senza vantarsene neanche davanti a una platea che li guarda da eroi.

La storia, la geopolitica, la cronaca

Conoscono un sacco di cose, Alessandro, Emanuele e Matteo. La storia: Alessandro sciorina a volo d’uccello quella del popolo curdo, da sempre senza terra riconosciuta. E ti dice delle radici profondissime di un pensiero che individua nel patriarcato, nello sfruttamento e nello stato centralistico i demoni da combattere. La geopolitica: Matteo ripercorre le tappe dell’implosione dello stato siriano e spiega come i curdi, attraverso la loro organizzazione maturata da popolo sempre nel mirino, siano riusciti a essere gli unici a non farsi trascinare nel gorgo del califfato. Ma è tutto molto leggero. Profondo ma leggero. Matteo fa riferimento anche a una partita di calcio tra una squadra araba e una curda a cui seguirono degli scontri poiché gli arabi, a un certo punto, inneggiarono a Saddam, massacratore di curdi, e questi “reagirono, e ci furono tafferugli, e lì si capì che era necessario organizzare un’autodifesa”. La cronaca: Emanuele esordisce dicendo nella sua calata romanesca che non sa parlare bene perché “c’ho la terza media”. Eppure sa. Tanto. E coinvolge. “Io sono andato perché credo che il Rojava unisce al tempo stesso gli ideali di comunismo e anarchismo, che sono i miei”. E con poco ti dice dei curdi divisi in quattro stati, cosa che li ha portati ad autosuddividersi in curdi del nord (Turchia), del sud (Iraq), dell’est (Iran) e dell’ovest (Siria, appunto). Ed è per questo che la Federazione democratica della Siria del Nord si chiama anche Rojava, che in curdo significa “occidente”.

La democrazia radicale

Da lì in poi il racconto si sovrappone, le esperienze di questi tre italiani che si sono conosciuti su un fronte straniero perché hanno scelto di combattere per una causa comune si mescolano. Ognuno di loro ha chiarissima la dimensione collettiva della cosa a cui hanno partecipato, e al tempo stesso quella di individuo, e ti dice di star raccontando la sua esperienza e di non rappresentare nessuno fuori da se stesso. Però ci sono coerenza e chiarezza nelle parole intessute e nei non detti. Che sono forse lo specchio della coerenza e della chiarezza del Rojava, fiore nato dal cemento del disprezzo dei diritti umani, della sottomissione di un popolo, della riduzione della donna a oggetto, “non diversa dalle nostre pubblicità con ragazze seminude sdraiate sulle macchine”, e del calpestamento delle specificità da parte delle istituzioni accentratrici che si sono succedute. È nato di converso a tutto questo – condito dalla elaborazione di un fracasso storico, quello del comunismo realizzato in Unione sovietica – il Rojava. Dove c’era patriarcato il popolo curdo ha elevato le donne, che in queste comunità, oltre a partecipare alla gestione di qualsiasi potere in maniera paritaria, sono dotate di un loro organismo di difesa specifico, che è solo il loro. Dove c’era centralismo hanno portato la democrazia federale, che sale dalle assemblee di villaggio ai cantoni, ognuno libero di organizzarsi come vuole a patto di rispettare i vincoli del no al patriarcato, dell’ecologismo e della democrazia. Dove c’era sottomissione delle minoranze hanno portato spirito di convivenza. Tutto questo ha delle conseguenze pratiche. Lo stemma del Rojava è scritto in tre lingue: curdo, arabo e aramaico, e in questo angolo di Siria convivono diverse etnie. Si cerca una convivenza perfino con quello che resta del regime siriano, proprio perché l’obiettivo non è la presa del potere statale ma l’autogoverno. Le donne sono ovunque, anche al fronte. Il tutto avviene in un posto del mondo in cui, dice Emanuele “mi è capitato di entrare in villaggi da cui avevamo appena cacciato l’Isis con un comandante donna; per questi vedere una donna dare ordini a degli uomini col mitra imbracciato è stato come vedere un marziano”. La radicalità della democrazia è talmente profonda che i plotoni delle milizie si riuniscono in assemblee in cui ci si ascolta a vicenda “e non si ha paura di criticare né di essere criticati”, dice Matteo, e aggiunge: “Per noi occidentali è proprio un cambio di mentalità, perché siamo abituati a uno scambio di opinioni agonistico, in cui si deve vincere e comunque difficilmente si accetta la critica. Lì invece la critica viene motivata e portata nel rispetto della persona criticata, la quale è tenuta ad ascoltare in maniera composta e a dire a sua volta la sua”.

“Il Rojava è una luce”

Tutto questo avviene in guerra, figurarsi come funzionano le assemblee di base del Rojava civile. Cose che Emanuele non esita a definire “progressiste pure per noi”. “Il Rojava è una luce – dice infatti Matteo – una speranza, perché ti viene da dire che se ce l’hanno fatta loro, in quelle condizioni, a organizzare una cosa del genere, allora è possibile ovunque”. Certo, c’è da lavorare parecchio, da cambiare tantissimo, “la testa proprio”, come ammettono loro tre. Però è possibile. Pure in un posto in cui può capitare che una ragazza araba fugga per raggiungere le milizie curde e venga raggiunta dal padre. Questi arrivi e chieda di lei per riportarla a casa. Gli venga opposto che è lei a dover decidere, che lui ci può parlare, ma che se la volontà della ragazza è di rimanere, lui dovrà farsene una ragione. La ragazza parla col genitore e decide di rimanere. “Beh, sai che ha fatto quello? – è Emanuele che termina il racconto – È tornato il giorno dopo con una tanica di benzina e si è dato fuoco. Capisci in che territorio hanno portato queste cose?”. Sì, in un territorio in cui i tagliagole dell’Isis entravano nei villaggi, violentavano le donne in gruppo per poi rivenderle al mercato delle schiave; o in cui se la ragazza aveva la fortuna di essere violentata dai soldati del califfato ma non venduta, veniva uccisa dalla famiglia perché ormai aveva perso l’onore. Questo non solo non succede in Rojava, ma qui le donne sono motore della rivoluzione. Come lo è la multietnicità voluta da un popolo che è stato sottoposto a tentativi di pulizia etnica, come lo è la volontà di non prendere il potere, ma di autogovernarsi, di un popolo che è sempre stato schiacciato. Il tutto, ad opera di una minoranza da sempre, che si è trovata a governare un fazzoletto di terra e difenderlo dal califfato dell’Isis, circondata da potenze ostili e niente affatto democratiche. Sì, un fiore nel deserto. Questa è la cosa che va oltre le persone. Per quanto le persone restino importanti, e senza di loro non ci sarebbe la cosa.

In copertina, combattenti curde in Rojava. Foto tratta dal profilo flickr Kurdishstruggle

Altri articoli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

N.B. I commenti devono essere approvati da un amministratore prima di venire pubblicati. Se non vedete subito il vostro commento è perfettamente normale, non serve che lo scriviate nuovamente. Grazie!