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Morti sul lavoro

Caduti invisibili
Ogni anno, puntuale come una macabra ritualità, arriva l’elenco dei morti di quella che è forse la guerra più longeva che l’umanità ricordi: quella contro il lavoro. I conti però non tornano e dalle statistiche ufficiali spariscono ogni anno centinaia di decessi. C'è un Osservatorio indipendente che cerca di fare luce sulla reale portata del fenomeno. Parla il suo ideatore

Marco Vulcano

Definite generalmente (e inspiegabilmente) come “morti bianche”, le morti sul lavoro andrebbero in realtà etichettate con ben altre tonalità cromatiche, tendenti perlopiù al trasparente offuscato. Dalle statistiche ufficiali dell’Inail ogni anno sparisce infatti nel nulla un esercito invisibile e silenzioso di caduti sul lavoro. Si tratta innanzitutto di categorie escluse “per legge” dalla copertura assicurativa Inail, dunque non tenute in considerazione nei calcoli dell’istituto, come agenti di commercio, giornalisti, personale di volo, vigili del fuoco, personale delle forze di polizia e delle forze armate: circa 2 milioni di lavoratori. Quando qualcuno di costoro ha un infortunio mortale sul lavoro è probabile che qualche giornale, sito o tv ne dia la notizia, ma di certo quella morte non finirà mai nelle statistiche nazionali. Niente copertura Inail, dunque niente morte sul lavoro, almeno per i dati ufficiali.

Le statistiche ufficiali dell’Inail
non tengono conto di una grande
quantità di persone decedute

Nelle statistiche Inail non c’è inoltre traccia dei lavoratori in nero (oltre tre milioni di persone), di quelli che svolgono lavori agricoli in proprio, né delle innumerevoli partite iva, di cui solo una piccola parte gode di copertura Inail, mentre il resto è tendenzialmente iscritto ad altri istituti assicurativi o a nessun istituto. Tipologie contrattuali, queste ultime, che sempre più spesso mascherano lavori de facto dipendenti, come le manutenzioni nei cantieri o in fabbrica, dove può capitare persino che i lavoratori vengano inquadrati con il contratto di lavoro dell’artigianato, più economico e meno tutelato di quello metalmeccanico.

Non è raro tuttavia trovare anche ditte individuali con partita iva negli indotti industriali, poiché alle aziende, grazie alla pratica del massimo ribasso, conviene appaltare a imprese esterne diverse tipologie di lavori, con il risultato che chi lavora non solo viene pagato meno, ma eventuali incidenti (anche mortali) rischiano di sparire magicamente nel nulla.

In Italia, ad oggi non esiste un ente pubblico che raccolga i dati di tutti gli infortuni mortali sul lavoro. Chi prova a farlo, seppur in modo non ufficiale, tuttavia c’è. Si tratta dell’Osservatorio Indipendente Morti sul Lavoro di Bologna, creato il 1° gennaio 2008 da Carlo Soricelli, tecnico metalmeccanico in pensione ed artista eclettico (ha fondato la corrente di pittura e scultura del “Rifiutismo”), che ha deciso di cimentarsi in quest’opera per rendere omaggio agli operai morti nel disastroso rogo alla Thyssen Krupp di Torino.

Quello dell’Osservatorio è
un lavoro certosino portato avanti
grazie a una rete di collaboratori

“Quello dell’Osservatorio – dice Soricelli – è un lavoro quotidiano certosino che riesco a portare avanti grazie a una rete di collaboratori che mi aiutano, per passione e spirito militante, a monitorare la situazione utilizzando tutte le fonti possibili, ma anche che grazie a segnalazioni che ci arrivano direttamente. Quello che facciamo – prosegue – è ad oggi il solo modo per cercare di avere un’idea realistica del fenomeno delle morti sul lavoro, basti pensare che degli oltre 6 milioni di partite iva individuali solo una parte è assicurata Inail, mentre dei tantissimi agricoltori che ogni anno muoiono schiacciati dal trattore quasi nessuno lo è”.

Nel 2016, i dati Inail hanno contato in totale 1018 morti, di cui 584 sul luogo di lavoro. L’Osservatorio bolognese ne ha contati invece circa 1400 (stima minima per l’impossibilità di conteggiare i morti sulle strade delle partite iva individuali e dei morti in nero), di cui 641 sul luogo di lavoro. Una discrepanza dovuta a molteplici motivi, a cominciare dal fatto che delle denunce di infortunio mortale sul lavoro che arrivano all’Inail ogni anno, in media circa il 40% viene declassato a motivazione “generica”, come se il lavoro svolto non c’entrasse nulla con quei decessi. Eppure si tratta spesso di situazioni in cui è alquanto problematico individuare la linea di demarcazione che permetta di stabilire con certezza se sia davvero così.

È il caso, ad esempio, dell’incidente mortale verificatosi durante lo spostamento casa-lavoro, coperto da assicurazione Inail solo finché non si effettua una deviazione dal tragitto previsto. Basta infatti cambiare strada, per evitare il traffico o fermarsi a comprare il pane, e la copertura assicurativa salta, trasformando tutte quelle morti in eventi avulsi dall’attività lavorativa, non inseriti nelle statistiche degli infortuni mortali sul lavoro.

Ulteriori problemi sorgono poi se si vanno ad analizzare le categorie di lavoratori caduti.

Nelle stime ufficiali, la grande maggioranza delle morti avviene in settori economici non determinati (il 36,6%; 231 casi). Seguono le costruzioni (15,2%, 96 casi) e le attività manifatturiere (13,3%, 84 casi). L’agricoltura è al 7° posto, con soli 7 casi.

Ben diversa è la situazione descritta dall’Osservatorio Indipendente, dove l’agricoltura è di gran lunga al primo posto con oltre il 31% di tutte le morti per infortunio sui luoghi di lavoro. Il motivo di una simile difformità è legato al fatto che molti lavoratori agricoli non hanno la copertura Inail – basti pensare al caporalato nel Mezzogiorno. Inoltre il 65% dei caduti di questo settore, per l’Osservatorio bolognese, è costituito da agricoltori schiacciati dal trattore. Una fenomenologia sostanzialmente dimenticata dai dati ufficiali, nonostante abbia le dimensioni di una vera ecatombe.

Ho scritto a Renzi e ai ministri
Martina e Poletti, ma nessuno
si è degnato di rispondere

«Un quinto di tutte le morti sul lavoro – afferma Carlo Soricelli – è provocato dal trattore. Ogni anno circa il 20% dei caduti totali sul lavoro è dovuto a questo mezzo. Nel 2015 sono morte in questo modo 132 persone e nel 2014 152. Sono anni che chiediamo ai ministri che si susseguono di occuparsene, di fare almeno delle campagne di sensibilizzazione, ma niente. A febbraio 2014 – prosegue – ho mandato una mail al presidente del Consiglio Renzi e ai ministri Martina (Agricoltura) e Poletti (Lavoro), dicendo loro che di lì a poco sarebbe di nuovo cominciata la strage; non mi hanno nemmeno risposto. Nel periodo di permanenza in carica del governo Renzi sono morti schiacciati dal trattore più di 400 agricoltori. Praticamente nessuno di loro è finito nei dati ufficiali dei caduti sul lavoro».

Su un dato c’è tuttavia accordo tra le statistiche Inail e quelle dell’Osservatorio Indipendente: la fascia di età in cui si registra il maggior numero di incidenti mortali sul lavoro è uguale o superiore ai 65 anni. Un fatto che denota in maniera preoccupante come le politiche perseguite finora nel corso degli ultimi anni, avendo aumentato sempre più l’età della pensione, vadano esattamente nella direzione opposta rispetto a quanto servirebbe per ridurre la piaga delle morti sul lavoro.

La strage potrebbe essere almeno arginata, il punto è volerlo.

Foto di copertina tratta da www.pixabay.com

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