Percorsi

Marlene Kuntz, il senso di una storia

Più o meno contemporaneamente è stato pubblicato il libro di Cristiano Godano sui primi anni di vita della band e c’è stato il tour con cui i Marlene Kuntz hanno celebrato i loro trent’anni di carriera e il ventennale dall’uscita di “Ho ucciso paranoia”. È l’occasione per un bilancio che non è solo della storia dei Marlene Kuntz, ma anche di una parte della generazione che è cresciuta con loro. E per un discorso sull’arte

Se ne stava lì con la birra in mano, spostandosi alla ricerca delle zone meno illuminate della sala per restarsene in disparte ed evitare l’eventuale incontro con persone conosciute e le conseguenti, obbligate, chiacchiere di cui sentiva la necessità di fare a meno. Aveva anche evitato di coinvolgere gli affetti di una vita, quelli che avrebbero di sicuro condiviso con lui l’ebbrezza delle note e delle tensioni che sarebbero arrivate di lì a poco. Voleva solitudine.

La musica è un animale strano. Esige un rapporto esclusivo: tu e lei. Allo stesso tempo può esplodere e farti sentire parte di una comunità di persone che sentono allo stesso modo, o almeno tu ti illudi che lo facciano. Era una convinzione che l’aveva accompagnato per anni, quella. Gli sembrava impossibile che non ci fosse un collante che andasse al di là del puro gusto estetico tra le centinaia, a volte migliaia di persone che si ritrovavano in uno stesso posto per ascoltare un certo tipo di musica. Un certo tipo di musica, però, appunto. Quella che non ti viene imboccata dalla radio o dalla tv, o adesso dai social. Quella che ti devi andare a cercare. Quella che va capita, e che quando l’hai còlta nelle sue sfumature ti senti più ricco. È la differenza che passa tra l’andare in auto o a piedi. Se scegli la seconda opzione fatichi, ma cogli particolari inediti; ti fermi, guardi, rifletti magari, e quando arrivi hai accumulato un archivio di sensazioni. In macchina corri e raggiungi l’obiettivo. Punto.

Quella tendenza, aveva pensato per anni, non può non accomunarti più di quanto appaia in superficie. Erano gli anni in cui si ha bisogno di specchiarsi in qualcuno. Faceva parte di una generazione, o forse di un micro-mondo, quello che frequentava, che coltivava il gusto della diversità ma aveva al tempo stesso la necessità di collegarle, le individualità. Si era da poco fuori dai grandi movimenti che avevano scosso il Paese, ma il soffio di quel vento turbinoso non si era ancora sopito del tutto in quella fine di anni ottanta del Novecento così vituperati e invece così articolati. A rivederlo da davanti, oggi che siamo alla scadenza degli anni dieci del Duemila, era quasi uno stato di grazia: nel suo micro-mondo c’era spazio allo stesso tempo per le diversità e le individualità – concetti emersi col riflusso dei movimenti – e per la comunità tanto evocata nelle pratiche e nelle teorie degli anni sessanta e settanta. E le due cose si equilibravano, almeno così oggi gli pareva. Poi erano cambiate un sacco di cose, e mano a mano l’individuo era stato essiccato di ogni legame. Ce la si doveva fare da soli, si era imprenditori di se stessi. Così, distaccandosi progressivamente dalla giovinezza, gli parve di prendere coscienza che forse quel collante di cui aveva vagheggiato non c’era mai stato se non nella sua immaginazione. Forse sì, era solo senso estetico quello che univa i fan di un gruppo. Era sparita la comunità, che un tempo era stata pervasiva, ed era rimasto l’individuo. Da solo.

Il posto dove adesso stava sorseggiando birra l’aveva raggiunto con l’aiuto di google maps. Il locale era stato aperto già da qualche tempo nella periferia della città di provincia in cui viveva, ma lui non c’era ancora mai stato. La genitorialità richiede sacrifici, e uno dei tanti è la drastica riduzione delle uscite serali. Era uno di quei luoghi nati esplicitamente per fare musica dal vivo e niente affatto arrangiati come quelli di una volta. Dai vigilantes nerboruti ma bonari alla porta, ai luccichii del bancone bar, alla prestanza del palco, tutto deponeva a favore di programmazione e investimenti che un po’ alla volta avevano fatto accomodare alla porta improvvisazione e creatività. Ma andava bene anche così, pur di ritrovare uno dei suoi gruppi preferiti in perfetta solitudine. Era una sorta di appuntamento galante assai desiderato, quella sera. E poi di locali sgarrupati non ce n’erano più.

La prima volta che li aveva visti dal vivo, i Marlene Kuntz, era stata tutta un’altra storia. Fu in uno dei parchi principali della città in cui aveva fatto l’università che poi sarebbe diventata la sua residenza, Perugia, ai Giardini del Frontone. Non c’era andato per loro, a dire il vero, neanche li conosceva ancora. Rockin’ Umbria, gloriosa manifestazione grazie alla quale aveva visto dal vivo gente tipo Rem, Living Colour, Soul Coughing, aveva organizzato una serata dedicata al Consorzio Produttori Indipendenti (CPI), un’etichetta discografica indipendente e mai celebrata abbastanza con la quale a un certo punto una serie di musicisti decisero di autoprodursi per non farsi fagocitare dal mercato ammazza-arte. Nei primi anni novanta del Novecento c’erano sacche prodigiose di resistenza all’omologazione che stava già facendo intravedere gli artigli, e c’era tutto un circuito di etichette e locali e centri sociali in cui venivano veicolate quelle cose che trovavi solo lì. Quelle da andarti a cercare e che ti arricchivano. È passato un quarto di secolo ma sembra di parlare di un’era geologica fa. Tornando ai Giardini del Frontone, a quei tempi o ci arrivavi perché sapevi dov’erano o chiedevi informazioni: google maps non c’era, e forse non c’era ancora neanche chi l’avrebbe inventato.

La spina dorsale del CPI erano i Csi, band nata dalle ceneri dei Cccp. Lui quella sera ai Giardini del Frontone stava lì per loro: Ferretti, Maroccolo, Zamboni, Magnelli, Canali e compagnia. Era stato investito dalla potenza espressiva di quel gruppo un pomeriggio, nel varcare la porta d’ingresso del centro sociale che frequentava in astrale coincidenza con l’attacco di “A tratti”: il basso di Maroccolo che pulsa la base, la batteria marziale e le chitarre che entrano di seguito pompate dalle casse sul palco abborracciato, poi il riecheggiare di Ferretti che percepisce “tra indistinto brusìo particolari in chiaro”. “Oh, ma questi chi sono?”, chiese al primo che gli capitò a tiro. Gli rispose Giorgio, uno degli attivisti e delle presenze fisse in quel posto, che aveva appena avviato il cd nel lettore: “I Csi, non li conosci?”. “No”. Ma fu amore a primo ascolto. Ovvio che la sera dei Giardini del Frontone l’attesa fosse quindi per loro. Ma prima si esibivano alcune delle band prodotte dal Consorzio. A un certo punto annunciarono ‘sto gruppo dal nome strano: Marlene Kuntz, di cui era appena uscito il primo disco. C’era Fabiano accanto a lui, cultore di musica come pochi altri in città, e molto esigente; gli toccò il fianco con il gomito, tenendo le mani in tasca per proteggerle dalla fredda umidità di un autunno che si stava affacciando troppo presto, e ammiccò chiedendogli: “Li conosci?”. Come poche settimane prima per i Csi, ammettendo l’ignoranza, lui rispose: “No”. E Fabiano di rimando: “Sono bravissimi”. Se lo diceva lui doveva essere una garanzia. E infatti. Di lì a pochi mesi i Marlene suonarono sopra il palco sgarrupato da cui erano arrivate le note fatali di “A tratti”. Tra il pubblico dei Giardini del Frontone c’era una folta delegazione del centro sociale. Tutti rimasero folgorati. Tutti li vollero. E loro arrivarono. E spaccarono. Avevano solo Catartica nel repertorio, il loro primo disco, e fu un privilegio sentirglielo suonare lì, tra le mura di casa. La cosa che lo colpì, ricordava adesso mentre sorseggiava birra dopo più di due decenni, in attesa che il gruppo salisse su tutt’altro tipo di palco, fu il ritornello di “Festa mesta”: un cambio totale di armonia, sorprendente per lui, che all’epoca aveva la sua piccola band di grandi ambizioni e scarse capacità ed era abituato a cose molto più ordinarie di quelle.

Di lì a poco arrivò la lettera della Provincia, proprietaria del posto che ospitava il centro sociale, che intimava agli occupanti di liberare l’immobile. Gli attivisti del centro sociale provarono a resistere un po’ col bastone e un po’ con la carota. Vennero inanellate una serie di iniziative che illuminarono il piccolo centro ammorbato dalla crisi industriale che l’aveva piegato in due. Si organizzò una manifestazione con concerto finale in piazza, una sorta di apertura alla città che però non rispose come si sarebbe desiderato, vennero i 99 Posse per una indelebile serata di raccolta fondi. E si andò in delegazione dal capo della Provincia. Ci si conosceva tutti in quella città, e il conflitto era difficile da agire fino in fondo, non se ne avevano le forze. L’incontro fu memorabile. C’era questo vecchio dirigente del Pci, partito che nel frattempo aveva già cambiato nome una prima volta, che capiva a stento, pur conoscendole, le persone che aveva davanti. Per lui la politica erano comitati centrali, segreterie, nomi da candidare e liturgie varie. Per loro, questa variopinta delegazione la cui presenza strideva assai nello studio del presidente, la politica era tutta un’altra cosa. Erano cose da fare, oltre che assemblee per decidere. Il vecchio dirigente aveva problemi di bilancio, doveva dismettere il patrimonio per far quadrare i conti. E sull’altare del bilancio erano finiti anche quei due stanzoni che erano diventati un’oasi per parecchi. Ci fu un botta e risposta confuso, un dialogo tra sordi. Al termine del quale, il capo dell’amministrazione, con l’intento di tradurre in maniera comprensibile le sue esigenze e di spiegare lo stato delle casse dell’ente, esplose in un “Me so’ vennuto anche le mutande!”. E vennero venduti anche quei due stanzoni che passarono dalla vita alla morte. Tuttora, a oltre due decenni di distanza, quelle stanze sono vuote, le serrande tirate giù, scrostate dal tempo, la porta d’ingresso chiusa. Tutto finito nel bilancio di chissà quale altro ente pubblico con l’obiettivo di salvare i conti della Provincia. Morte contro vita. Contabilità contro vivacità.

Rimuginava questo tipo di pensieri mentre la birra stava finendo e la musica aumentava di volume. Segno che i Marlene stavano per salire. Lui continuava a guardarsi intorno per prevenire incontri indesiderati. Un tipo poco più in là dirigeva lo smartphone verso le casse nel tentativo, gli parve di intuire, di shazammare il pezzo che stava andando in quel momento. Poi, eccoli. Eleganti. Seri. Magri. Vestiti per lo più a tinte scure. Diversi anelli alle dita di Cristiano e Lagash. Il concerto che sta per iniziare è per celebrare i trent’anni di carriera della band e i vent’anni dall’uscita di “Ho ucciso paranoia”, terzo disco, pubblicato nel 1999. E sarà doppio, il concerto: una prima parte acustica e una seconda elettrica in cui verrà suonato tutto il disco di cui si festeggia il compleanno più alcuni altri brani. Si siedono. Parte Cristiano con “Lieve”. Il pezzo contiene una pienezza e un’intensità che non fanno minimamente rimpiangere la versione elettrica. E sarà così tutto il set: pieno, intenso, teso, gravido di emozioni.

“Lieve”. Lui, lì sotto, tira l’ultimo sorso di birra. E mentre il liquido gli va giù le emozioni si sovrappongono. Un’altra di quelle coincidenze fertili ha voluto che i Marlene arrivassero a Perugia mentre lui stava leggendo “Nuotando nell’aria”, il libro con cui Cristiano Godano, cantante, chitarrista e autore dei testi, illustra una sorta di “dietro le quinte” dei primi tre dischi. Sulla levità che aleggia in diversi suoi testi Godano svela nel libro i legami con la leggerezza del Calvino delle “Lezioni americane”. Leggerezza che non è frivolezza, amenità, spensieratezza. La leggerezza che Calvino evoca è la capacità dello scrittore di elevarsi dalla mondanità per acquisire una sorta di trascendenza che porti al disegno di un mondo nuovo. Un distacco dalla realtà per costruirne un’altra. Per portare a un altrove necessario. Una leggerezza al tempo stesso contro e per.

È grazie al combinato disposto della forza della “Lieve” acustica e del rimbalzo del Godano che nel suo libro tira in ballo la leggerezza di Calvino che, come in un “indistinto brusìo”, lui da sotto il palco, comincia a percepire “particolari in chiaro”*. Che sono poi il senso di una storia, come in parte si incaricherà di dimostrare il resto di un concerto poderoso che si srotolerà di lì a poco davanti ai suoi occhi. Dov’è infatti la forza dei Marlene, dei Csi, e, per rimanere in Italia, dei Paolo Benvegnù, delle Cristina Donà, dei Massimo Volume e delle decine di altre e altri che resistono o hanno resistito ai marosi dell’usa-e-getta? È nell’elevarsi con leggerezza dallo spirito mondano per approdare a un più su che solo l’arte sa raggiungere. È la ricerca della propria identità per poterla esprimere al meglio mettendola al riparo del mercato mangiatutto. È il rifiuto della resa a quello che viene dato per naturale ma è del tutto posticcio. È il rispetto verso se stessi e verso il proprio pubblico. È il non accontentarsi della prima cosa che viene. Godano nel suo libro – pensa lui da sotto il palco mentre le note tese prendono il volo – la illustra a più riprese questa continua ricerca. Un cammino che ha portato la band anche a essere bacchettata per una piega presuntamente commerciale “dopo i primi tre dischi”, recita la vulgata dei duri e puri. Solo che si dà il caso che “i primi tre dischi”, quelli più distorti, più noise, che avevano avvicinato ai Marlene una parte di pubblico che avrebbe voluto che la band avesse continuato a fare quello per tutta la vita, sono stati anche i più fortunati in termini di vendite. Questo gli riecheggia del libro di Godano mentre sotto e sopra e intorno si dispiegano “Osja amore mio”, “Ti giro intorno”, “La lira di Narciso”. E vengono a galla le contraddizioni, i capovoglimenti di senso. Godano spiega la fatica di un percorso del genere, ma è anche la testimonianza vivente, con i Marlene, della proficuità della fatica infusa. Se i Marlene avessero cambiato la loro identità per vendere di più, semplicemente non avremmo avuto i Marlene, e non avremmo avuto l’occasione di salire un po’ più su. È tutta qua la storia, pensa mentre la birra è finita e si prepara il set elettrico. Che sarà furente, stordente, carico, dopo l’abbraccio caldo di quello acustico. E sta in questo mosaico di emozioni, la carezza acustica e la sferzata elettrica, lo scorrere della vita vera dei Marlene e di quelli che con i Marlene sono cresciuti. Solo chi rimane fermo non capisce. Solo chi si accontenta non cerca. Solo chi non sente, non coglie.

La birra è finita, “Sonica”, uno dei pezzi più acclamati dei Marlene, chiude un concerto che ha spaccato e al quale questa città non è accorsa come si sarebbe dovuto. Sono passate quasi tre ore da quando hanno iniziato. Loro scendono, stanchi, stringono mani, accolgono abbracci e ne dispensano. Lui non si avvicina, non c’è bisogno di toccare quando si è travolti. Anche questa è la leggerezza che ti porta più su, gli piace pensare. Lui guarda, quasi si commuove di fronte a tanta bellezza. Ecco, gli viene di pensare, forse “Bellezza” è il pezzo che rappresenta meglio i Marlene: “Noi cerchiamo la bellezza ovunque, e passiamo a volte il tempo così, senza utilità, quella che piace a voi, perché non serve a noi”. Un manifesto per chi cerca la leggerezza per andare più su perché non si accontenta del posticcio disegnato come naturale.

Il concerto è finito, l’emozione del combinato disposto musica-libro vibra ora e continuerà a farlo. Dalle casse parte “Skeleton tree” di Nick Cave, ed è come se si chiudesse il cerchio della perfezione. Provvisoria, ma pur sempre perfezione. Come quegli istanti in cui si percepiscono particolari in chiaro. A tratti succede.

*”A tratti percepisco tra indistinto brusìo particolari in chiaro”, è il verso iniziale di “A tratti” dei Csi, contenuta nel disco “Ko de mondo”.

In copertina, i Marlene Kuntz all’Afterlife di Perugia

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