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Il Reddito per tutti, Mario Draghi e il Coronavirus

Assoldare Mario Draghi nelle fila dei sostenitori del "reddito per tutti" è esagerato? Forse sì, ma in un suo recente e importante articolo, è lui stesso a scrivere che occorre, insieme ad altri interventi, garantire risorse economiche a chi, dopo il Coronavirus, non lavorerà.

È possibile tenere insieme Mario Draghi e il reddito per tutti, cioè la proposta di garantire a ogni essere umano, senza che faccia nulla, risorse economiche tali da non farlo cadere in povertà? Una proposta che da decenni serpeggia nel dibattito pubblico, fino a questo momento minoritario; ma nel e dopo il Coronovirus (qui il nostro speciale sulla pandemia), forse, non sarà più roba per pochi adepti di qualche strano culto. Sgombriamo subito il campo da un equivoco: Beppe Grillo non c’entra niente. O meglio, c’entra perché recentemente ha riproposto questa idea con forza. Ma il pezzo che segue non è frutto del rilancio a cinque stelle, visto che l’idea è planetaria e nessuno se ne può assumere la paternità.

Ovviamente neanche Mario Draghi, che infatti non lo fa. Il 25 marzo, l’ex Governatore della Bce è intervenuto con giusta prepotenza nella discussione sugli effetti del Covid-19. Lo ha fatto con uno scultoreo articolo sul Financial Times (tradotto anche dal Corriere), uno dei più importanti giornali economici del mondo. Quello che ha detto è stato preso e ripreso da più parti, senza però sottolineare un punto, un punticino che potrebbe essere decisivo.

Vediamo brevemente i contenuti dell’articolo. Draghi scrive che la pandemia “è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche”, e questo è uno dei passi che, biblicamente, è stato più citato. Ci saranno costi elevatissimi e inevitabili per le misure di contrasto e di ripresa. E “se molti temono la perdita della vita, molti di più dovranno affrontare la perdita dei mezzi di sostentamento”. La recessione sarà scontata. Come intervenire? Sicuramente con un aumento significativo del debito pubblico, perché il bilancio dello Stato, in questo caso, dovrà colmare la perdita di reddito del privato: “livelli molto più alti di debito pubblico diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie” (altra frase parecchio citata). Il “giusto ruolo” dello Stato, oggi, è “mettere in campo il suo bilancio per proteggere i cittadini e l’economia contro scossoni di cui il settore privato non ha alcuna colpa, e che non è in grado di assorbire”.

Ancora: “la questione chiave non è se, bensì come lo Stato debba utilizzare al meglio il suo bilancio”. La priorità “non è solo fornire un reddito di base a tutti coloro che hanno perso il lavoro, ma innanzitutto tutelare i lavoratori dalla perdita del lavoro”. Se non si fa, “usciremo da questa crisi con tassi e capacità di occupazione ridotti, mentre famiglie e aziende a fatica riusciranno a rimettere in sesto i loro bilanci e a ricostruire il loro attivo netto”. Serve un forte sostegno all’occupazione e alla disoccupazione, ma soprattutto un “sostegno immediato alla liquidità” (altro brano citato), con un approccio su vasta scala e immediatamente, mobilitando l’intero sistema finanziario. I governi saranno costretti “ad assorbire una larga quota della perdita di reddito causato dalla chiusura delle attività economiche”. L’alternativa all’aumento dei debiti pubblici è la “distruzione permanente della capacità produttiva, e pertanto della base fiscale”. Infine: occorre un “cambio di mentalità, come accade in tempo di guerra”, perché “gli sconvolgimenti che stiamo affrontando non sono ciclici” e la “perdita di reddito non è colpa di coloro che ne sono vittima”. “Il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni Venti ci sia di avvertimento”, è la chiusura.

Al di là del succo inevitabilmente più saporito dell’articolo (la biblicità della tragedia, l’enorme grandezza del debito pubblico come condizione permanente del futuro, l’urgenza delle contromisure, la necessità di immettere liquidità nel sistema e, non da ultimo, il tono generale, non catastrofista ma molto, molto preoccupato ed anche appassionato), al di là di questo succo, ci sono due passaggi molto significativi. Draghi parla di: 1) perdita dei mezzi di sostentamento come evento che coinvolgerà “molti”; 2) necessità di “fornire un reddito di base a tutti coloro che hanno perso il lavoro”. Ora, per scrupolo, abbiamo ricontrollato l’originale in inglese: l’ex Governatore scrive proprio livelihood nel primo caso e basic income nel secondo. Draghi non può non sapere che basic income è il termine più utilizzato nel dibattito sul reddito per tutti (vedi qui, per esempio) proprio per indicare la garanzia di risorse economiche adeguate a ogni essere umano, senza che questi faccia nulla. E scrive anche che la necessità di fornirlo è una priorità: “The priority must not only be providing basic income for those who lose their jobs…”. Certo, not only. Ma sicuramente quello di garantire reddito se non a tutti almeno a chi ha perso il lavoro è un obbligo, un dovere forte (must) per le politiche pubbliche di tutti i paesi. Perché se uno più uno fa due, cioè se la pandemia è un evento globale e biblico e se occorre risponderle come in tempo di guerra, allora bisogna garantire reddito a tutti, ma proprio tutti. Chi lavorerà ancora, magari riuscirà a procurarselo; chi non potrà farlo, ne avrà bisogno e dovrà essere lo Stato a darglielo.

Tra l’altro, Draghi dice che chi non potrà lavorare non ne avrà “colpa”, perché la pandemia è un po’ come un cataclisma naturale: da un lato, l’ex Governatore ripesca almeno concettualmente l’odiosa distinzione tra poveri meritevoli e poveri non meritevoli, tra chi è colpevole e non merita il sussidio e chi non è colpevole e merita il sussidio; dall’altro, però, compie un deciso passo avanti, perché pragmaticamente (com’è giusto che sia) sgombra il campo, in un lampo, da ogni possibile obiezione al reddito per tutti fondata proprio su quella distinzione: la retorica del “divano” e dell’ozio-padre-di-tutti-i-vizi non sarà un argomento valido, perché chi non avrà lavoro sarà “non colpevole”, per definizione. Punto e basta, senza tante chiacchiere.

Insomma, assoldare Mario Draghi nelle fila dei sostenitori del reddito per tutti così su due piedi può essere un’operazione esagerata. Ma va considerato che moltissimi sostenitori di questa misura provenivano, già prima del coronavirus, dal mondo finanziario o da quello californiano hi tech o da milieu culturali tutt’altro che da centro sociale. Poi, sembra che in questo momento storico garantire reddito a tutti senza condizioni non sia più un tabù: vanno in questa direzione molti commenti, editoriali, prese di posizione pubbliche dell’ultimo mese (basta vedere questo articolo o cercare basic income su google, limitando i risultati dal primo marzo in poi). Infine, è lui stesso, Draghi (che del resto già in passato accennò a modalità “innovative” di distribuzione del denaro), a scrivere che il non avere i mezzi di sostentamento sarà la condizione caratteristica per molte persone nel futuro e che occorre, insieme ad altri interventi, garantire il basic income a chi non lavora.

Sarebbe interessante chiederglielo direttamente: Professor Draghi, lei è a favore del reddito per tutti? Ci aspettiamo una risposta positiva.

[Clicca qui per lo speciale sul reddito per tutti]

Foto di copertina tratta da Wikipedia.

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