Idee

Maledetti soldi!

Si dà per scontato che chi è costretto a chiudere un'attività a causa del lockdown abbia diritto a un rimborso, ma se si parla di erogare soldi a chi non ne dispone strutturalmente perché disoccupato, il discorso vira immancabilmente verso l'irrazionale: chi non lavora non ne ha voglia; se non hai soldi è per tua incapacità. Misuriamo tutto in base ai soldi e li neghiamo a chi ne ha davvero bisogno. Curioso, no?

Perché i ristori sì e il reddito no?

Ogni volta che si sente parlare di “ristori” da parte del governo per artigiani, imprenditori, ristoratori e quant’altro, costretti a limitazioni delle attività a causa delle misure di contenimento della pandemia, si affaccia una domanda che sulle prime può apparire ingenua, ma che ha senso sviluppare. Qual è la ragione o quali sono le ragioni per cui si protesta, si scende addirittura in piazza, per richiedere un ristoro statale per chi è momentaneamente costretto a ridurre o bloccare la propria attività? O meglio: come mai è ritenuta dai più legittima la protesta di chi chiede ristori per difficoltà momentanee, e invece l’idea di garantire un reddito a chi non ce l’ha strutturalmente perché disoccupato o precario, e quindi si trova in difficoltà permanente, viene di fatto bandita dal dibattito pubblico nonostante sul tema ci sia stata nel corso degli anni una intensa elaborazione teorica? Perché questa sperequazione di atteggiamento dell’opinione pubblica di fronte a categorie di persone che sono entrambe in difficoltà?

Non è peregrino porsi un interrogativo del genere. Spinge a cercare le ragioni del rifiuto del reddito di base in larghi strati di popolazione che invece ne trarrebbero beneficio o che comunque dovrebbero far loro la battaglia, in linea di principio. Aiuta a capire come siamo, quali sono le priorità sociali, quanto sia falsato il nostro immaginario; e perché sul reddito di base non si riesce ad aprire una vertenza con qualche possibilità di riuscita. Proviamo a mettere in fila qualche elemento.

1) Povero? Colpa tua

La povertà, lo stato di disoccupazione, la precarietà sono visti come colpe personali, come conseguenze della mancanza di voglia di fare o di capacità (il lazarùn lombardo, il fancazzista romano); alligna un darwinismo sociale così sedimentato da essere diventato quasi inconscio, di senso comune, che è il caso di denudare cercando di dimostrare come la povertà, la precarietà e il non aver potuto sviluppare le proprie potenzialità grazie a un adeguato piano di studi e sviluppo non sono sempre (anzi: quasi mai) frutto di scelte personali, bensì questioni “sistemiche”: conseguenze individuali di meccanismi collettivi.

2) Il colore dei soldi

La capacità di produrre reddito è percepita come un successo sociale, anzi è la misura principale se non esclusiva attraverso la quale si giudicano le persone (molto collegato al punto precedente: ne è il complemento). Questo dà l’idea delle priorità dalle quali ci facciamo autogovernare; del fatto cioè che i soldi non sono più un mezzo per campare, ma molto di più. Sono un feticcio che va ben al di là della sua utilità e ciò ci rende loro schiavi. Non solo: da ciò derivano diversi corollari che testimoniano come un atto venga giudicato, percepito, in maniera irrazionale perché si antepone al giudizio su di esso un pregiudizio sociale: se a commettere un qualche tipo violenza è un avvocato danaroso, il biasimo sociale sarà minore rispetto allo stesso episodio che veda coinvolto un immigrato o un poveraccio di Scampia; un’evasione fiscale milionaria riceve una minore sanzione sociale (sociale, lo sottolineiamo, non è qui una questione di procedure penali) di una rapina in banca senza spargimento di sangue; il corrompere un funzionario e/o un assessore da parte di un costruttore affinché un terreno diventi edificabile è ritenuto meno grave di un’escandescenza ai servizi sociali di un padre senza soldi che si trovava lì per chiedere un qualche sussidio e si è scontrato con la cecità della burocrazia.

3) Sono davvero miei, i soldi?

I soldi sono di chi li fa, questo è l’adagio. Anzi, l’adagio completo che ogni tanto si sente nell’Itala centrale è “i soldi sono come i dolori: chi ce li ha, se li tiene”. Quindi i dolori te li tieni, così come la povertà. Questo, oltre a rompere qualsiasi legame sociale, trascura il fatto che i soldi vengono fatti, o meglio moltiplicati, spessissimo, da chi ha ereditato patrimoni importanti e non ha alcun altro merito se non quello di essere nato nel posto giusto al momento giusto e, in seconda battuta, preclude la considerazione che i soldi vengono fatti non solo grazie al genio individuale e alla capacità di intraprendere, ma anche utilizzando infrastrutture materiali e immateriali (strade, ferrovie, collegamento alla rete, conoscenze diffuse eccetera…) che sono un prodotto sociale spesso frutto di decenni e costituito grazie al pagamento delle tasse che i ricchi tenderebbero ad abolire (qui la lettura del libro della Mazzucato a molti non farebbe male);

4) La nostra natura è cooperante

L’idea di mutualità che sta alla base di qualsiasi consesso umano è letteralmente amputata dagli elementi che abbiamo tentato di delineare e da molti altri. Sembra che siamo fatti solo per competere (cosa che ha come conseguenza diretta il lasciare indietro il prossimo) e che la cooperazione (nel senso etimologico del termine: operare insieme) sia bandita dalla nostra antropologia; invece, cooperiamo un sacco di volte nel nostro quotidiano. Anzi, potremmo dire che la nostra più intima natura è quella di cooperare, o comunque di agire a prescindere dal principio di competizione, e che la “vera” vita è quella che sottraiamo al competere: andare al cinema, ascoltare musica, parlare coe le persone che riteniamo stimolanti, cucinare per loro, sostenere un amico in difficoltà, leggere un libro, aiutare i figli a crescere, passeggiare in montagna o in riva al mare; ma siamo portati solo a vedere, e valorizzare, la nostra parte competitiva, che è quella che in genere ci procura più dispiaceri e che in qualche modo siamo costretti a giocare perché immersi in un sistema che noi stessi contribuiamo a costruirci intorno in maniera irrazionale ma accettata come se fosse naturale.

5) Il potere di dire no

Dare un reddito di base a tutti coloro che ne hanno bisogno costituirebbe, se non una rivoluzione, una rottura fortissima in quelle che un tempo si chiamavano relazioni industriali. Significherebbe dare il “potere di dire no” a una fetta molto consistente di cittadini (forse a tutti): di dire no ai ricatti, ai lavoracci, agli orari improbabili e via continuando sulle condizioni di lavoro odierne, troppo ma troppo spesso disastrose, che ammorbano le nostre vite e quindi la società che contribuiamo a formare. Potere di ridurre lo sfruttamento, insomma. E quando mai i datori di lavoro (e su questo termine potremmo starci una settimana: chi è che dà il lavoro, il lavoratore o il proprietario di un’azienda?) saranno d’accordo su questo? Quando mai Confindustria permetterà, con i suoi potenti mezzi, che passi un reddito per tutti? Non solo: quando mai i sindacati stessi daranno il loro assenso, almeno quelli più tradizionali e più legati al concetto di lavoro come riscatto sociale? Le resistenze ci sono anche in chi rappresenta i lavoratori e sono note: che fine fa la contrattazione collettiva, ma anche e forse soprattutto quella decentrata, se un cittadino ha già a sua disposizione, poniamo, 500 euro al mese sicuri? In più: il mantra del lavoro come scopo di vita è diffuso non solo tra i grandi manager, ma anche tra chi è occupato nei settori medi e bassi. Non lavorare è percepito come un disonore, una colpa (come dicevamo), una vergogna, non come un frutto di un sistema che espelle lavoro vivo per robotizzare i processi, non come la naturale conseguenza di una società che viaggia con tassi di disoccupazione a due cifre. E spesso chi lavora è d’accordo con i datori di lavoro su tante questioni, prima fra tutte il fatto che ci siano troppe tasse.

Tempo strano e strade da percorrere

Sono giorni strani, per tutti, nessuno escluso. Anche per i negazionisti, che sono impegnati a negare qualcosa, e per i complottisti, che fantasticano su teorie campate neanche per aria, ma sulla Luna. Ma comunque tutti siamo invischiati in questa melma fatta di paura, incertezza, frustrazione, insoddisfazione, chi più chi meno. E tutti vorremmo i “ristori”. In realtà, ci vorrebbe un amico, canterebbe Antonello. E non è un battuta: ci vorrebbe davvero un amico. Ma un amico di quelli veri, con la A maiuscola. Anzi, con la W maiuscola: il Welfare. Un amico speciale, collettivo, sociale, universale. Un amico per tutti. E, prima di tutto, un reddito per tutti.

Ma il percorso da fare per averlo è lungo e periglioso, irto di ostacoli, pieno di buche e trappole, di animalacci minacciosi che ti si parano all’improvviso. E i compagni di percorso, per ora, non sono molti. Ma è una strada che va presa. A cominciare dal liberarsi di credenze frutto di un immaginario colonizzato da pregiudizi: chi non lavora non lo fa per scelta; e spesso – per converso – si lavora in maniera non retribuita per puro piacere, per assecondare proprie inclinazioni. Il che risulta un crimine, in una società che ha bandito il piacere per un malinteso senso del dovere che ci fa stare male più o meno tutti.

Foto da pixabay.com

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