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Mafia, la settimana di Libera in Umbria

La sezione umbra di Libera, l’organizzazione di don Ciotti, ha organizzato una serie di appuntamenti itineranti che puntano i riflettori sui settori in cui la criminalità organizzata agisce in maniera silente e per questo ancor più pericolosa, perché si fonda sulla distrazione dell’opinione pubblica

“Per quanto attiene alla criminalità operante nel territorio, essa, almeno per i più gravi reati di criminalità organizzata, è costituita da proiezioni, anche temporanee, di organizzazioni di tipo mafioso, che si insinuano in maniera silente nel territorio, ove hanno assunto carattere autonomo, pur rimanendo collegate all’organizzazione d’origine, di matrice camorristica, ndranghetista o a cosa nostra”. Sta nell’aggettivo “silente”, utilizzato qui da una fonte accreditata come è l’ultima relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia (Dia), il principale elemento di distoglimento dell’attenzione sulle attività della criminalità organizzata in una regione tutto sommato periferica, ma che proprio per questo può fare da cartina di tornasole, come è l’Umbria. In questo spicchio di Italia di mezzo le centrali criminali hanno assunto infatti tutte le caratteristiche contemporanee che le hanno trasformate da decenni in vere e proprie (e potenti) organizzazioni economiche che spesso si sovrappongono e si intrecciano all’economia legale, nonostante larghi strati di opinione pubblica continuino a mantenere di esse un’immagine inerziale, folcloristica, consistente per lo più nel picciotto sanguinario proveniente dal sud Italia. E nonostante il fatto che quando si parla di “emergenza criminalità”, da queste parti e non solo, ci si riferisca al piccolo spaccio e cose affini, cioè al dito e non alla luna.

I segnali della presenza

In Umbria, come in tutte le regioni d’Italia, mafia, ‘ndrangheta e camorra controllano i loro settori “storici”, spaccio e prostituzione; si saldano a criminalità “esterne” e, soprattutto, contaminano il tessuto produttivo legale, fino a produrre in alcuni settori un grigio indistinto che è tipico della loro azione. I segnali sono tanti e al tempo stesso univoci. È ancora la Direzione investigativa antimafia a illuminare il campo: “La camorra è presente con cellule operative specializzate nel reimpiego di capitali di provenienza illecita in attività legali. La ‘ndrangheta emerge nel settore delle estorsioni, delle infiltrazioni nel tessuto socio-economico (in particolare nell’ambito dei lavori di ricostruzione post-sisma) e nel campo del narcotraffico, conservando uno stretto legame con le cosche di origine e stringendo accordi con la criminalità albanese e romena. La presenza di elementi riconducibili a cosa nostra è desumibile da alcuni sequestri operati nella provincia di Perugia, relativi ad appezzamenti di terreno riconducibili ad affiliati dell’organizzazione”. In Umbria insomma, cosche, ‘ndrine, e famiglie camorristiche lavorano secondo lo stile che sono venute assumendo: si infiltrano in campi “legali”, riciclano e continuano a controllare settori illegali, droga e prostituzione, fiorenti soprattutto nel capoluogo. Il tutto, in un intrico silente, ordito, è ancora la Dia a parlare, “in maniera insidiosa, con le attività tipiche che non allarmano la popolazione”. E che, come si può osservare nei primi vagiti di campagna elettorale per le elezioni amministrative che coinvolgeranno diversi comuni, a cominciare dal capoluogo, nonostante la pericolosità non costituisce tema di discussione pubblica.

Sintomi e dati

Eppure di segnali ce ne sono. In Umbria, secondo la relazione che il garante dei detenuti ha fornito pochi giorni fa al Consiglio regionale, c’è la più alta percentuale di detenuti sottoposti al regime di 41 bis, elemento questo, che secondo la Dia ha portato “all’insediamento nella regione dei parenti dei detenuti in questione e al successivo interesse delle organizzazioni criminali delle regioni d’origine rivolto all’economia locale, vista come l’ennesima opportunità per reinvestire i proventi illeciti nell’acquisto di possedimenti rurali e nelle attività economiche connesse”. E si è registrata anche un’impennata di estorsioni, un reato considerato “sintomatico” della presenza sul territorio di soggetti legati alla criminalità organizzata. Ancora: l’operazione “Quarto passo” del 2014 ha portato all’arresto di oltre sessanta persone, e sono circa ottanta fino ad oggi gli immobili e i terreni sequestrati in regione a soggetti in odore di criminalità organizzata. Non proprio un fenomeno episodico, quello della penetrazione della criminalità organizzata, si direbbe.

La locandina con gli appuntamenti dell’iniziativa di Libera Umbria

Se il dibattito pubblico non pare risentire di questi dati di fatto, complice un mondo della politica che appare sordo e cieco dinanzi a scenari del genere, gli animatori umbri di Libera, l’organizzazione antimafia messa in piedi da don Luigi Ciotti, hanno le antenne ben dritte. Spulciano dati, li confrontano, e hanno capito almeno due cose: 1) che in tempi di crisi la minaccia della criminalità organizzata si fa più pesante, vista la liquidità di denaro di cui le organizzazioni dispongono, cosa che le mette in grado di acquisire aziende in difficoltà mediante riciclaggio, usura, corruzione e di stringere alleanze insospettabili; 2) che lo sguardo va rivolto non ai picciotti, ma all’economia reale e ai settori che rappresentano il core business delle attività malavitose. È nata da queste consapevolezze una settimana itinerante organizzata da Libera Umbria, che toccherà diversi centri e porterà in ognuno il tema cruciale per quel territorio. Si parlerà di dipendenze, spaccio e di cosa c’è dietro a quei fenomeni a Perugia; di ricostruzione post-sisma partecipata e trasparente in una Norcia segnata dal terremoto; di ambiente e sviluppo sostenibile a Terni, centro dilaniato dalle centrali inquinanti; di lavoro e nuove povertà ad Assisi, città di Francesco. Il tutto fino a chiudere in grande stile a Perugia, dove sabato verrà presentato il documentario sui beni confiscati in regione e domenica sarà presente don Ciotti.

Lavoro, ricostruzione, dipendenze, sviluppo sostenibile, beni confiscati da restituire all’uso comune. Sembrano temi distanti dai tentacoli della criminalità organizzata, complice la silenziosità delle centrali malavitose in Umbria – come in gran parte del resto d’Italia – e la conseguente distrazione del dibattito pubblico. Elementi che accrescono, se possibile, i meriti di Libera in Umbria, organizzazione capace di guardare alle cose in maniera sistemica, aggettivo che sembra una parolaccia, visto quanto poco è usato, e visto che da queste parti sembra prevalere il gusto di parlare del dito, invece che guardare alla luna.

In copertina, foto di Quinn Dombrowski

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