Percorsi

Luoghi e persone, rigenerazione o barbarie

Un insieme eterogeneo di studiosi, filmmaker e ricercatrici alla ricerca del nesso tra i posti e le persone che li frequentano. Ne scaturisce un quadro multicolore dove il minimo comune denominatore è la rigenerazione che produce comunità. Altrimenti c’è l’alienazione

La sottolineatura che fa Andrea Barcaccia alla fine del suo intervento riassume in qualche modo un po’ del senso della cosa. Siamo in un’aula universitaria, Barcaccia e il suo collega Riccardo Gregori sono due filmmaker che hanno appena presentato il loro documentario sulla vecchia statale 77 che collegava l’Umbria alle Marche prima di essere superata dalla nuova superstrada che fendendo l’Appennino invece di seguirne le sinuosità consente accelerazioni e accorcia i tempi di percorrenza. Quella di Barcaccia e Gregori è una storia di luoghi abbandonati ora alla ricerca di nuova vita che riempia il vuoto lasciato da quella che li attraversava prima; una storia di smarrimento del senso dei luoghi e delle persone che continuano ad abitarli oggi. Una storia che intreccia i luoghi e le persone, ne fa un tutt’uno in un rapporto di causa-effetto-funzione che si rimodula di volta in volta. Cosa sono i luoghi?, come vi si rapportano le persone che li attraversano?, come la funzione svolta da un posto, da un percorso, da un manufatto determina i significati di quel luogo per le persone? Siamo abituati ad attraversare gli spazi senza porcele, queste domande; eppure gli spazi e le opere che li popolano in qualche modo costruiscono persone, memorie, cittadinanza. Non porsi la domanda del legame tra luoghi e persone, genera indirettamente una superficialità che non consente di capire bene chi e come governa lo spazio e perché. E cosa tutto questo produce sulla cittadinanza.

La sottolineatura di Andrea Barcaccia arriva nel cuore di un appuntamento accademico che se la parola non fosse insufficiente a coglierlo si definirebbe seminario. Barcaccia ne rileva proprio la potenziale proficuità del taglio innovativo. È una giornata di lavoro, questa, organizzata da uno staff coordinato da Alessandra Valastro, docente di Diritto pubblico all’Università di Perugia. “Tra luoghi e uomini: i percorsi. Verso il recupero di direzioni”, è il titolo evocativo. E Barcaccia, nel ringraziare per l’invito, individua la formula che rende la giornata interessante. “Non ci era mai capitato di essere invitati a una cosa del genere – dice il filmmaker – l’università che ho frequentato io si manteneva piuttosto distante da cose come le nostre”. Sì, perché non è solo la multidisciplinarietà dell’approccio ad arricchire l’appuntamento, ma anche la differenza di registri e studi ed esperienze che si srotoleranno per approcciare il tema dei luoghi e del rapporto che con essi stabiliscono le persone in una modalità quasi inedita. Si succederanno filmmaker, appunto, e docenti, esperti di cooperazione e ricercatrici per comporre un percorso che arriverà a un punto fermo: luoghi e persone sono inestricabili; la vita è anche luoghi e percorsi fisici. Lo è pure se non ce ne accorgiamo, anche se è meglio esserne consci, in modo da ricordarsi che se le vite delle persone entrano nei luoghi, informandoli di sé, contribuendo a plasmarli, questo può aiutare a lenire il senso di alienazione di cui a volte non capiamo bene l’origine; questo può aiutare i luoghi a riempirsi di cittadinanza, a diventare più umani. Perché l’origine dell’alienazione è la mancanza di partecipazione delle persone ai luoghi.

Quanto funzioni e persone pesino sulla sostanza dei luoghi lo testimonia bene ad esempio lo studio di Tania Cerquiglini sulle ferrovie argentine. Migliaia di chilometri di strada ferrata convergenti su Buenos Aires, vero e proprio ombelico di una rete mai sentita propria dagli argentini. Perché è stata una rete, quella ferroviaria argentina, sempre in mano a compagnie straniere e massimamente utilizzata per trasportare le merci verso il porto della capitale da cui venivano estratte dal paese per essere trasferite altrove, seguendo direttrici tipiche di un’economia coloniale. Un’economia che ha informato di sé un’infrastruttura di migliaia di chilometri che fa parte integrante del paesaggio argentino ma rimane corpo estraneo rispetto ai cittadini.

I tratturi della transumanza che collegano tuttora le asperità del Molise alle piane marittime della Puglia sono un altro esempio di vita persa che si tenta oggi di riconvertire. Collegamenti tra luoghi diversissimi che trovavano così un modo per contaminarsi e che oggi rischiano di non guardarsi più, generando una perdita difficile da colmare. Maddalena Chimisso li studia e ne ha presentato possibili tentativi di riconversione. La stessa riconversione di cui Luciano Maffi ha parlato a proposito della ferrovia Voghera-Varzi, e di cui Chiara Dall’Aglio ha illustrato le potenzialità in Umbria con il recupero della vecchia Spoleto-Norcia in particolare. E le ferrovie, in questo caso ancora in funzione, sono state al centro anche della relazione di Martina Bisogni, centrata sulle stazioni impresenziate, quelle cioè, che pur svolgendo ancora la funzione di scalo, non hanno più il personale al loro interno, che è stato cancellato dalla tecnologia e dalla nuova automazione determinando così abbattimento dei costi da un lato e rischio di degrado dall’altro. La ricercatrice ha rivelato come questi ex luoghi possano ritrovare un significato: a Isola delle Femmine per esempio, in Sicilia, una stazione impresenziata è diventata la sede dell’associazione “Addio pizzo”.

Intorno a strade e ferrovie insomma, l’appuntamento coordinato da Valastro ha tentato in qualche modo di intravedere percorsi nuovi, i quali, pare di capire, non passano solo dal riempimento dei vuoti, ma da un’utilità sociale da recuperare. Si tratta di un percorso che sembra avere un’unica certezza, quella del dover camminare alla ricerca di soluzioni efficaci. La metafora del camminare, in questo senso, è stata bene documentata da Gianermete Romani, educatore che utilizza il cammino come cura e (auto)riscoperta per giovani e non.

Già, camminare, ma verso dove? Nel caleidoscopio di accademici, educatori e ricercatori messo insieme da Valastro e dal suo staff c’era anche Andrea Bernardoni, esperto di cooperative di comunità. È stato un intervento il suo, potenzialmente in grado di fornire risposte ai residenti della montagna umbro-marchigiana privati del traffico di passaggio che era vita per i loro borghi, per gli abitanti dei paesi che si affacciano sulle ferrovie dismesse, e per i tanti frequentatori di luoghi o ex luoghi che hanno vista divelta dal tempo la loro funzione. Le cooperative di comunità – ha spiegato Bernardoni – sono realtà che invece di massimizzare il profitto seguono il principio della massimizzazione del benessere delle comunità che le pongono in essere, appunto. La rivitalizzazione, la riqualificazione, la nuova funzione dei luoghi, acquista un significato autentico se le comunità di cui quei luoghi erano il bacino ritrovano il modo di riversare su di essi la loro vita, le loro aspirazioni: succede in Cadore ad esempio, dove una coop di comunità provvede alla manutenzione del verde e all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Perché esistono tanti modi di riqualificare o di tentare di farlo. E di riuscirci e di non riuscirci. E c’è però anche il grande rimosso del rapporto tra persone e luoghi. Per questo è forse più opportuno parlare di rigenerazione. Di ritorno alla vita; una vita impossibile se si prescinde dalle persone che i luoghi li attraversano, li abitano, li fruiscono in qualità di qualcosa. Nelle riqualificazioni, nei progetti attira-turisti, troppo spesso si prescinde da questo elemento fondante. Sono le comunità a fare i posti, non i progettisti o le imprese di costruzione. Se i luoghi vengono ripresi e rimessi a disposizione delle persone possono avere un futuro, altrimenti diventeranno un modo come un altro per estrarre profitto. Cosa che confligge col riempirli di vita. Che è quella di cui hanno bisogno i luoghi. E le persone. La polarità sta tra l’alienazione delle ferrovie argentine dal contesto, quell’infrastruttura straniera che serviva a portare in mani straniere i beni di una terra, e la vita di cui si è riempita la stazione impresenziata di Isola delle Femmine, o quella che i soci della coop Cadore riversano nel loro lavoro e nella cura dei loro luoghi. Perchè sono le persone che fanno i luoghi; e i luoghi che contribuiscono a fare le persone. Questo succede nel bene, e produce comunità; e nel male, e allora produce alienazione.

Foto di Letizia Aliprandi

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