Editoriale

Lo strano caso della ricercatrice e del precariato

Si sono confezionati centinaia di articoli e servizi sulla ricercatrice dello Spallanzani che ha isolato il coronavirus. Ma tanta luce rischia di abbagliare, distogliendo da un fenomeno, quello del precariato, che è clamoroso e riguarda milioni di persone. Invece l'episodio è stato trattato come un caso personale

In cima a un articolo del genere va messa un’avvertenza generale: “verranno scritte delle banalità”. Perché? Perché quando la ragione viene soffocata sotto una melassa conformista, anche la banalità più trita rischia di diventare quasi rivoluzionaria. E nella vicenda che ha portato sul proscenio pop Francesca Colavita, la ricercatrice precaria dello Spallanzani che ha isolato il coronavirus, di melassa ne è stata sparsa a iosa anche da mani inconsapevoli. Del resto funziona esattamente così: il conformismo si nutre di genuine inconsapevolezze, di trascuratezze non dolose. O di mezze verità che celando la parte restante si prestano così a perpetuare l’ordine che volevano smentire.

Il clamore suscitato dallo stato di precarietà lavorativa di Colavita è una di quelle mezze verità. O meglio: è una verità tout court. Cioè: c’è una ricercatrice così brava da ottenere un risultato importante forse a livello planetario assunta con un contratto di collaborazione a 1.400 euro lordi al mese. Scandalo. Sacrosanto.

I punti sono due: lo stato di precarietà e la bassa retribuzione. Per quanto riguarda il secondo, le statistiche ci dicono praticamente da sempre che in Italia, terza economia dell’Ue, si pagano stipendi più bassi della media dell’Unione. Per ciò che invece concerne lo stato di precarietà, beh quello è diventata la normalità, tanto che l’Inps sul precariato ci ha istituito un Osservatorio che ha rilevato come nel 2018 in Italia sono state assunte oltre 7,5 milioni di persone, ma solo un settimo di loro, poco più di un milione, ha firmato un contratto a tempo indeterminato. La stragrande maggioranza si dividono tra tempo determinato, contratti stagionali, intermittenti, apprendistati e via precarieggiando. In Italia il precariato affligge oltre il 17 per cento dei lavoratori. E i due punti citati – precariato e bassi salari – diventano uno solo nel loro caso, poiché la retribuzione oraria lorda di un lavoratore “a tempo” è anche più bassa (15 per cento in meno) rispetto al collega a tempo indeterminato. E il divario, nel caso delle donne – e Francesca Colavita è donna – si amplia: secondo l’Istat una donna con contratto a tempo determinato ha percepito nel 2017 una retribuzione oraria lorda di 10,11 euro, mentre un maschio a tempo indeterminato di euro/ora ne ha percepiti 12,59.

Dunque, riepilogando: i lavoratori e le lavoratrici afflitti dal precariato sono in crescita costante da anni, e le loro retribuzioni medie orarie sono inferiori a quelle dei colleghi “stabili”. Le donne precarie, nella scala già bassa dei salari italiani, sono quelle che percepiscono di meno. Ergo: la situazione di Francesca Colavita è la normalità. Non c’è da stupirsi quindi? No. Lo stupore è sacrosanto, ma in questo caso c’è da temere che sia anche fine a se stesso.

Il caso della ricercatrice poteva sollevare la questione mastodontica del precariato e dei bassi salari, invece è stato trangugiato e digerito dal sistema mediatico come una questione personale. Così Colavita non è diventata un simbolo dell’ingiustizia, bensì la brava professionista bistrattata. La sua questione è stata isolata come lei è riuscita a fare col virus. Una volta spettacolarizzata ha perso la possibilità di diventare vertenza generale. E a questa mancata trasformazione ha contribuito un altro fattore: lo scandalo infatti non è stato sollevato perché una donna vive con un contratto a tempo e con uno stipendio basso. A ciò si è aggiunto, oscurando il resto, l’elemento dello status. È quello che ha determinato la spettacolarizzazione. Di donne pagate male e trattate peggio nei posti di lavoro è piena l’Italia. Ma su questo dormiamo più o meno tutti sonni tranquilli. Lo scandalo è che Francesca Colavita sta in quello stato ed è la ricercatrice che ha isolato il coronavirus.

È la centralità assunta dallo status ad aver dimezzato la scandalosa verità sul precariato che la vicenda di Francesca avrebbe potuto sollevare, e ad averne di fatto celato il senso più profondo. Mettendo l’accento sullo status e non sulla condizione generale, siamo stati condotti per mano, in maniera sinuosa e indolore, ad accettare di fatto la conclusione che chi non raggiunga la bravura di Francesca non sia meritevole di attenzione. Invece ci sono schiere di donne e uomini per i quali lo stipendio pur scandalosamente basso percepito dalla ricercatrice dello Spallanzani è un miraggio. Si chiamano camerieri, apprendisti, operai generici, facchini, giornalisti, ricercatori, “donne delle pulizie” (definizione che è un miracolo di discriminazione: perché non il più semplice e sintetico pulitrice?, perché quella locuzione che inchioda la donna alle pulizie?, perché nel caso di maschi non si adotta uomo delle pulizie?). Fanno decine di mestieri diversi, ma sono accomunati e accomunate dall’essere precari e precarie, mal pagati e mal pagate.

L’accettare, come ci ha portato a fare il sistema mediatico nel caso della ricercatrice, che sia lo status a fare la differenza, equivale ad obbedire al comando che sia il mercato a dover pesare uomini e donne e conferire loro un valore. Che non ci sia un valore umano a prescindere; che a questo mondo si debba sopravvivere beluinamente solo se ce la si fa. Non sono questi il momento né la sede per intraprendere ragionamenti sull’uguaglianza che ci porterebbero lontanissimo. Però potrebbe essere utile fermarsi un attimo a ragionare su un sistema complessivo che ci ha iniettato dentro il virus di misurare il valore con il metro economico e ci fa perdere di vista il valore umano. Paradossalmente lo dicono i numeri prodotti da questo stesso sistema: lo dicono quei milioni di contratti che appendono le persone a una data di scadenza e a un salario più basso della media che non vediamo, abbagliati dalla ricercatrice, che è diventata la sola vittima dell’ingiustizia, e invece dell’ingiustizia ne è un simbolo.

Foto tratta da www.pxhere.com

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