Idee

L’invidia sociale è una brutta bestia

L'invidia sociale prende corpo tra lo scarto tra ciò che si è (e si ha) e ciò che si vorrebbe essere (e avere), paragonandosi agli altri. Uno stato d'animo legato alla frustrazione e all'insoddisfazione, dovute anche a cause economiche ben precise, visto che impoverirsi o non trovare sbocchi non fa certo stare bene. Ma il risentimento per la felicità altrui, percepita spesso come immeritata e accompagnato dal desiderio che l'altro perda qualcosa e si abbassi al proprio livello, ha effetti socialmente deleteri

Niente pe’ me, niente pe’ nisciuno: il dialetto napoletano sintetizza molto bene cosa si intenda per invidia, forse la più inconfessabile delle emozioni. Significa desiderare ciò che ha un’altra persona, solo perché è dell’altro, ma con un di più. Facendo paragoni in termini di risorse, capacità, doti estetiche o morali, sempre a proprio svantaggio e quindi fonte di malessere, chi prova invidia reagisce come lo zoppo che pensa di poter camminare meglio se anche l’altro diviene zoppo. Un paradosso, ma con una logica: “se anche il mio vicino è zoppo, io cammino ‘meglio’, certo non in senso assoluto, ma relativamente a un termine di confronto (il mio vicino) che ora si è abbassato al mio livello“.

Invidia: non essere dove ci si aspettava

Zerocalcare, intervistato a proposito di Macerie prime, parla di alcune “cose feroci” che vede nel mondo di oggi: tutte quelle “che ci levano l’empatia, la pietas, il senso della solidarietà con il prossimo”; “che ci fanno calpestare gli altri e i loro sentimenti nel tentativo di cercare di salvare noi stessi”. Continua: “sui giornali hanno il nome di invidia sociale, della guerra tra poveri, di quel senso di esclusione e emarginazione che si prova nel restare indietro mentre gli altri vanno avanti. Mi sembra che in questo momento la cifra di molte delle nostre vite è proprio questa: non essere dove ci aspettavamo di essere“.

Prima era diverso: “io mi ricordo che quando ero ragazzino avevo davanti a me una prospettiva con delle tappe di vita che vedevo anche nelle vite dei miei genitori e dei miei amici più grandi. […] Invece la nostra generazione è stata la prima ad essere cresciuta con un orizzonte d’attesa che poi, al momento dell’affacciarsi nel mondo del lavoro, è stato totalmente disatteso“.

La percezione di non essere dove ci aspettavamo di essere è il tema di un fortunato libro di Raffaele Ventura, Teoria della classe disagiata. Cioè la classe che oggi appartiene al ceto medio, ma nell’arco di una generazione è diventata “troppo ricca per rinunciare alle proprie aspirazioni, ma troppo povera per poterle realizzare”. Si tratta di un ampio spettro di casi umani: il nobile decaduto, il figlio della piccola borghesia che si rende conto del fallimento del proprio progetto di ascesa sociale, il creativo che cerca visibilità in un settore iper-affollato. Ma anche il salariato su cui pende la minaccia o la certezza dell’automazione o delle delocalizzazioni, il disoccupato che attende un posto nel settore in cui è stato formato, il precario forzato a diventare imprenditore di se stesso (e quindi, in quanto imprenditore, a rischio bancarotta). E lo studente che aspetta e che spera di realizzare il proprio futuro, quello che crede di meritare. Passando per coloro che “facendo violenza alle proprie inclinazioni, riescono a garantirsi un relativo benessere materiale finendo magari nelle spire dello stress e della depressione”. O “che giurano ogni giorno, di mese in mese e di anno in anno, che il loro impiego è soltanto ‘temporaneo’ e ‘alimentare'”.

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Invidia e disforia di classe

Questo tipo di soggetti, per Ventura, vive un profondo sfasamento tra l’identità sociale autopercepita (quello che pensano di essere) e le risorse disponibili per poterla realizzare (quello che in realtà sono). Combinano tratti della borghesia (l’ideologia, i valori, i costumi) e tratti proletari (la percezione di essere sfruttati e minacciati da un esercito di riserva). La società di oggi è prigioniera di una contraddizione: promette a tutti l’ascesa sociale, ma, al massimo, può garantire una maggiore quantità di consumi. Distribuisce opportunità, ma così facendo condanna gli individui ad una competizione in cui “uno su mille ce la fa”. È la maledetta retorica del diventa ciò che sei, che porta gli individui “a non riconoscersi più in ciò che sono realmente, ma in ciò che potrebbero o dovrebbero diventare eliminando tutti gli ostacoli materiali”.

La diagnosi di Ventura? Disforia di classe. Un concetto solo apparentemente complicato. Il DSM-5 (la Bibbia degli psichiatri e degli psicologi) definisce la disforia di genere come la sensazione di non appartenere al genere sessuale che viene attribuito in base all’anatomia; la disforia di classe è, analogamente, lo sfasamento tra la propria condizione sociale (fatta di cultura, abitudini, aspirazioni, etc.) e le risorse economiche necessarie per finanziarla e mantenerla. “Se esistono uomini prigionieri in corpi di femmina e donne prigioniere in corpi di maschio, i cosiddetti transgender, esistono anche borghesi prigionieri in corpi di proletario e proletari prigionieri in corpi di borghese, dei veri e propri transclasse“.

Il malessere di perdita

Ventura pone l’accento su ciò che si ha e ciò che non si ha ancora, diciamo. La prospettiva può essere però anche diversa: si può guardare a ciò che si ha e ciò che si è perso o si teme di perdere. È quello che fa Marco Revelli in numerosi libri e articoli, parlando proprio di un “malessere di perdita“. Una deprivazione in senso letterale, dovuta alla sottrazione o all’assenza di qualcosa che si ritiene necessario. Quello che il politologo vede (non è il solo) è un conflitto orizzontale tra poveri e (soprattutto) impoveriti o di chi teme l’impoverimento contro altri poveri più poveri. Il tutto alla ricerca di un facile risarcimento, di un “ripristino di distanza sociale” in grado di compensare la paura di essere declassati.

In questa faglia prende corpo il rancore, inteso, nelle parole di Revelli, come sentimento di qualcosa che era atteso ma che è stato tradito, anche se vissuto come legittimo, di una soddisfazione frustrata, di una espropriazione indebita. Stati d’animo che non trovano però un oggetto o un contesto specifico, ma solo condizioni di vita materiale peggiori. E che lasciano spazio ad una rielaborazione in solitudine, ad una “invettiva senza parole”, che, proprio perché muta, richiede sentimenti forti, elementari, caldi, come l’odio, l’amore, la terra, le radici, i fondamenti.

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Ciò che si era prima e ciò che non si è più

Queste sensazioni coinvolgono un fetta importante dell’Italia (e non solo) di oggi, in bilico tra elevate aspettative e modeste possibilità. Una fascia di individui “perseguitata dalla permanente sensazione dell’inadeguatezza”, che oscilla tra paura e rancore, depressione e aggressività, senso di fallimento e tentazione di trovare un capro espiatorio. Persone che fanno parte del ceto medio per stile di vita, relazioni, rapporti professionali e modelli di famiglia, che si sentivano garantiti contro il declassamento. Ma che oggi vivono invece peggio di prima e sono costretti, magari, ad una deleteria spirale di indebitamento per sostenere i consumi (per consumare cosa, poi?).

Pensiamo, scrive Revelli, alle professioni medio-alte, o ai piccoli commercianti, agli artigiani, ai lavoratori autonomi, abituati anche ad un tenore di vita elevato. Poi esposti improvvisamente alla povertà, per chiusure aziendali, delocalizzazioni, ingresso nella cassa integrazione. Individui impoveriti che diventano “poveri vergognosi”, perché vivono questa nuova condizione come una ferita rispetto ad un’immagine di decoro ancorata fortemente al reddito e al consumo del prima. E ovviamente ci sono i lavoratori operai di fascia bassa, che subiscono più dei poveri tradizionali, maggiormente attrezzati a far fronte alla carenza di risorse.

L’invidia sociale

Questo scarto tra ciò che si è e si ha e ciò si vorrebbe essere e avere è il terreno ideale per lo sviluppo dell’invidia, stato d’animo molto legato alla frustrazione e all’insoddisfazione. Come detto, un risentimento per la felicità altrui, percepita spesso come immeritata, accompagnato dal desiderio che “l’altro perda il bene invidiato, o qualche altra risorsa o qualità. E quindi venga ‘rintuzzato’, abbassato il più possibile, almeno al proprio livello”.

Il Censis, in un rapporto del 2018, può affermare che, in Italia, “sale la curva dell’invidia” guardando alle risposte degli intervistati sulla percezione che nel corso dell’anno migliorerà la propria condizione economica o quella degli altri. I dati sono questi: nel 1998, il 28% degli italiani era convinto che sarebbe migliorata la propria condizione economica, il 23% che sarebbe migliorata quella in generale. Nel 2008, queste percentuali scendono al 19% e al 20% e nel 2018 salgono al 28% e al 35%. Quindi gli italiani pensano di più che andrà meglio agli altri e non a se stessi.

Altri dati interessanti provengono da un’indagine di Eurobarometro. Gli italiani che non pensano di avere le stesse opportunità degli altri di riuscire nella vita sono il 29% (la media Ue è del 24%), quelli che non pensano che, nel proprio paese, la giustizia abbia sempre la meglio sull’ingiustiza il 35% (in Ue 39%) e quelli che non ritengono che, nel proprio paese, nell’insieme, le persone abbiano ciò che meritano il 35% (in Ue 37%). Non si tratta della maggioranza, è vero, ma di circa un italiano su tre (più della media Ue), che non è affatto poco.

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Invidia e solidarietà negativa

A livello collettivo, l’invidia può produrre una deleteria solidarietà negativa: se io non ho, non devono avere neanche gli altri. Srnicek e Williams, ad esempio, la individuano nel mondo del lavoro, intendendo con questo termine un po’ più della semplice indifferenza verso le proteste dei lavoratori. Si tratta dell'”l’affacciarsi di un rabbioso sentimento di ingiustizia vincolato all’idea che se io sono costretto a sopportare condizioni lavorative sempre più estenuanti […], significa che tutti gli altri devono farlo”.

Il cambiamento rispetto ai decenni passati, ancora secondo Revelli, è che mentre prima lo sguardo dell’invidia muoveva da sotto in su, cioè dai gradini più bassi della scala sociale verso quelli più in alto, oggi quello stesso sguardo muove lateralmente. Anzi, piega verso il basso, cioè dai gradini più bassi a quelli dello stesso livello o di livello inferiore. Un tipo di conflitto (la cosiddetta guerra tra poveri) che si ha perché la riacquisizione di status non può più passare salendo la scala sociale, cosa che viene percepita come impossibile, ma per l’ampliamento delle distanze dagli ultimi, spinti più in giù.

In tutto ciò conta, secondo Luca Ricolfi, che l’economia non cresce. Prima, chiunque poteva “pensare che il progresso del vicino non fosse a spese proprie, o di chiunque altro, perché la torta da suddividere era in costante aumento. Nel mondo della crescita zero, invece, è matematico che i progressi di ego siano gli arretramenti di alter, e che i successi di alter siano i fallimenti di ego: il gioco è a somma zero”.

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Oltretutto, questo avviene nell’era della rete e dei social, che spiattellano in faccia a chiunque le proprie condizioni sociali, estetiche, di status (vere o false che siano). Per cui la competizione per i consumi, per il prestigio, per l’affermazione di sé è diventata assai più feroce, scrive ancora Ricolfi. L’effetto psicologico è lo spostamento del paragone dalla nostra condizione passata (che si cercava di migliorare) alla condizione degli altri. Il tutto aggravato dal fatto che “l’invidia stessa non ha modo di trovare sbocchi, repressa e travestita com’è dall’ideologia della condivisione” (sui social, soprattutto). Che ha la funzione principale di nascondere il fatto che spesso i consumi mostrati, nella vita reale, “non sono che permanente richieste di conferma, approvazione, riconoscimento di status”; forse, “richieste di ammirazione”.

Why men rebel

Forse oggi il problema dell’invidia è che si va dal più al meno, e non dal meno al più. Una tendenza che provoca il celebre meccanismo della privazione relativa, elaborato tra gli altri da Ted Gurr in Why men rebel. Quello che deriva dalla discrepanza tra ciò che si pensa di meritare e ciò che si ritiene di poter realisticamente ottenere. Meccanismo pericoloso perché, per Gurr, genera aggressività. Pensate a chi non ha ancora e vorrebbe avere, e crede di meritarselo (la classe disagiata di Ventura). O a chi non ha più e vorrebbe avere, e lo dà per scontato (la classe deprivata di Revelli). Non si annidano lì, umanamente, l’insoddisfazione, la frustrazione e quindi l’invidia?

Tommaso d’Aquino scriveva che un conto è rattristarsi per il fatto di non possedere quello che possiede il prossimo; un altro è rattristarsi per il fatto che il prossimo possiede quei beni che non si hanno. Nel primo caso (lo zelo o aemulatio), la reazione sarà positiva, perché, desiderando la propria felicità, si vorrà “pareggiare i conti” (emulando, appunto). Nel secondo (che è quello dell’invidioso), la reazione sarà distruttiva, perché, desiderando la scomparsa della felicità altrui, si farà in modo che il prossimo non possieda quei beni. Una differenza sottile, ma sostanziale per il vivere insieme.

Foto di copertina tratta da Pixabay.

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