Idee

L’incertezza nel futuro in pandemia: come affrontiamo il domani?

La sequenza logica parla chiaro: il futuro è una necessità per l'uomo; ma, da diversi decenni, per molti individui è diventato confuso, incerto e fonte di pericoli, più che di speranza; la crisi del 2008 ha aggravato questo fenomeno; la pandemia sta facendo ingranare un'ulteriore marcia in più. Conseguenza: l'ottimismo sull'avvenire sta diminuendo, dati alla mano. Su questo, le politiche pubbliche possono fare moltissimo.

Il futuro è una necessità per l’uomo

Come sostiene il grande antropologo Arjun Appadurai, “tutte le società pensano al futuro. Non ci sono società che non pensano al domani. L’anno che verrà, il prossimo raccolto, il rituale da compiere”. Effettivamente, il futuro è una dimensione squisitamente umana, che non appartiene ad altro essere vivente. Ma oggi è diventato pericoloso, e non solo dalla pandemia in poi. Il futuro “sta finendo alla gogna”, come scrive Zygmunt Bauman, perché inaffidabile e ingestibile. Già nel 2015, e non erano certo i primi, Nick Srnicek e Alex Williams si chiedevano che cosa fosse successo al futuro, che fine avesse fatto: oggi, “sotto la pressione di un mondo sempre più precario e debilitante, la promessa di un futuro migliore è andata in frantumi, ormai dimenticata. E ogni giorno torniamo a lavoro, come sempre: esausti, ansiosi, stressati, frustrati”. L’orizzonte si è fatto minaccioso e “la politica contemporanea rimane drammaticamente a corto di idee nuove”, mentre i meccanismi economici e sociali del capitalismo contemporaneo imperversano.

Cos’è successo?

Il tutto ha a che fare con i processi di mutamento sociale. La questione è molto articolata e un po’ tutta la sociologia, ovviamente, se ne è occupata. Abbozzando una sintesi: i tradizionali punti di riferimento dell’individuo (i partiti, le ideologie, le professioni, le religioni, etc.) hanno via via perso consistenza e, per effetto del processo di individualizzazione, “il soggetto è spinto a fare sempre più leva solo su se stesso e sulla sua capacità di gestione della complessità sociale“, scrive Ambrogio Santambrogio. Negli ultimi anni del secolo scorso il cambiamento sociale ha subìto un’accelerazione in tantissimi ambiti delle nostre vite, con conseguenze di grande rilievo: il lavoro non è più l’esperienza centrale nella vita, le singole identità sono diventate più instabili e mutevoli, si sono affacciati nuovi e sconosciuti rischi (prodotti però dall’uomo e dalla tecnica), si è affermato il multiculuralismo (non necessariamente legato all’immigrazione, ma alla “compresenza di una pluralità di concezioni del mondo”), le religioni hanno meno presa di prima (la secolarizzazione), la dimensione dello spazio in cui viviamo è profondamente mutata e le distanze, soprattutto per effetto della globalizzazione, è come se si fossero cancellate.

Eric Hobsbawm sostiene che è vero che “le condizioni dell’uomo oggi sono migliori perché gli uomini vivono più a lungo e hanno molte più scelte nella loro vita”. Tuttavia, “la gente non è più felice“, perché “fino alla fine degli anni cinquanta, si viveva più o meno come negli ultimi millenni, la gente era povera, contadina, ma vi erano regole, tradizioni, ruoli, religioni e quindi delle certezze e una guida. Dagli anni settanta, questo sistema di regole è stato distrutto e la gente non sa dov’è e dove andare. Non ci sono più ruoli precisi”.

Il futuro aleatorio

In tutto ciò, anche il concetto di futuro è cambiato, ed è visto più precario e instabile. L’idea “di un futuro migliore prodotto dall’azione del presente”, che è l’idea della modernità, è quantomeno in grave crisi: “quale futuro è ancora possibile dentro un mondo che abbandona il lungo periodo, che vive del momento, dell’attimo, della contingenza? In un mondo che sperimenta la scomparsa del futuro, il tempo sembra impazzito e perde il suo senso: tutto sembra andare contro i vincoli stabiliti, i progetti che durano tutta la vita, le identità permanenti. Flessibilità e individualizzazione impongono scelte e revisioni continue, in una quotidianità sempre mutevole e incerta”.

Il compianto Robert Castel ha titolato il libro che compendia un po’ tutto il suo percorso intellettuale La crescita delle incertezze perché gli sembra esprimere in maniera sintetica una trasformazione fondamentale che si è prodotta in una quarantina d’anni nel nostro modo di affrontare il futuro e di avere il controllo su di esso. Negli anni sessanta e agli inizi dei settanta tutti o quasi pensavano che il domani sarebbe stato migliore dell’oggi. O meglio, che era in corso una traiettoria di progresso economico-sociale, impostasi nei Trenta Gloriosi (1945-1975). In realtà, secondo Castel, “poco gloriosi” perché caratterizzati anche da forti disuguaglianze, grandi ingiustizie, sacche di povertà, spietati rapporti di dominazione e forte conflittualità sociale. Ma questo non disturbava la sensazione di credere di andare verso un avvenire migliore. La gran parte degli individui pensava che la loro sorte sarebbe migliorata, che il lavoro e la pensione sarebbero stati garantiti, che il salario sarebbe aumentato, che fosse possibile programmare l’ingresso all’università dei figli e che la loro situazione sarebbe stata migliore di quella dei genitori. Oggi non è più così, e Castel scrive nel 2009: a prevalere è la paura dell’avvenire. Il futuro sembra portatore più di minacce che di promesse. Al massimo, può essere percepito come aleatorio. In ogni caso, “bisogna essere molto pretenziosi per dire oggi di cosa sarà fatto il domani”.

Non avere la mappa

Non si sa dove andare: sembra che abbiamo perso la mappa e che procediamo a caso. Viviamo l’indebolimento delle capacità di “padroneggiare cognitivamente il mondo“, perché è difficile interpretare sintomi e cause e prevedere esiti. Il sistema sociale sembra poco intelligibile, difficile da scrutare, da capire, da conoscere. Bernard Guetta sostiene che di fronte alle evoluzioni, rapide e profonde insieme, che hanno riguardato la tecnologia, i valori condivisi e certo anche l’economia, c’è una paura di non comprendere più niente, alla quale si risponde con una reazione molto simile in tutto il mondo: fermando e bloccando tutto (a partire dalle frontiere, ad esempio). Con il rischio di un ripiegamento su se stessi, perché il futuro viene percepito come qualcosa che porta con sé incertezza e pericolo, e non una promessa di emancipazione globale. Di fronte alla complessità che lo circonda, continua Guetta, l’essere umano si chiude a riccio, vivendo una condizione di profondo disagio, di tristezza e di impotenza.

Brevetermismo e futuro

Le conseguenze di quanto abbiamo scritto impattano sulla nostra percezione del tempo che passa, è passato, o arriverà. Immaginare il proprio futuro, scrive il Censis, è essenziale nei processi di evoluzione sociale, perché permette di tradurre in passi concreti aspirazioni e tensioni a un miglioramento. “Quella passione per il futuro che esorta, sospinge, sprona ad affrettarsi, senza volgersi indietro” si è trasformata in un “futuro incollato al presente“. Questo significa che viviamo “senza un legame con il passato e senza un’idea del futuro. L’instantaneità è il nuovo traguardo, la misura rispetto alla quale valutiamo lo scarto tra realtà e possibilità”.

È l’eterno presente, il trionfo del brevetermismo (short-termism), la “dittatura della rapidità”, “ansia dell’esito, impazienza dell’«evidenza», pretesa dell’immediata verifica”. La cui manifestazione più evidente si nota in ambito politico e aziendale, dove si è persa la propensione a pensare a lungo termine, scrive Annamaria Testa: “I politici sono incalzati dalle fluttuazioni settimanali dei sondaggi, dalla pressione dei social media, dalle ricorrenti scadenze elettorali, che li portano a prendere decisioni opportunistiche e di corto respiro, valide più in termini propagandistici che di effettiva soluzione dei problemi”; i manager “sono ossessionati dalla necessità di fornire buoni risultati trimestrali, e si trovano obbligati a privilegiare scelte puramente tattiche. Le imprese sono costantemente pungolate dalla necessità di sopravvivere in mercati ipercompetitivi”. Ma la cosa riguarda tutti noi, ormai “abituati a vivere nell’eterno presente della rete che, appiattendo il passato, accorcia anche la nostra prospettiva di futuro. Siamo più propensi a pretendere soluzioni istantanee che a pazientare per ottenere soluzioni durature e di valore”.

Per Marco Aime, la rivoluzione tecnologica ha certamente avuto un impatto fondamentale su questa dilatazione del presente, “a scapito delle altre due dimensioni temporali con cui eravamo abituati a convivere: il passato, fondato sulla memoria personale e collettiva, e il futuro, prodotto dalla nostra immaginazione”. Il “copioso e continuo flusso di informazioni, immagini, dati che ci avvolge e ci percorre quotidianamente, lascia poco tempo alla sedimentazione e alla memorizzazione dei dati stessi. Così come una generale e diffusa mancanza di immaginazione e di programmazione (a cominciare da chi governa i processi globali) ha portato a una politica dal fiato corto e a una conseguente mancanza di visione del futuro, persino quello più immediato”.

Servirebbero decisioni di lungo periodo

Si dirà che l’emergenza Covid-19 richieda di prendere decisioni in un lasso di tempo, appunto, brevissimo. Al contrario, secondo Testa, è proprio la pandemia a obbligare “tutti, governanti e politici, imprese, istituzioni, associazioni e cittadini, a unirsi in un titanico sforzo di pensiero a lungo termine, ragionando in una prospettiva sistemica e orientata al bene comune”. Pensare a lungo termine vuol dire proprio “prendere decisioni considerandone non solo le conseguenze primarie, ma anche le ricadute secondarie e l’efficacia e la validità nel tempo, in un quadro che considera tutte le variabili rilevanti: quelle socioeconomiche insieme a quelle ambientali, culturali, tecnologiche, politiche”. Ovviamente, in situazioni di stress “pensiamo peggio di quando avevamo cinque anni. Tendiamo semplicemente a reagire cercando il sollievo di una soluzione rapida, quale essa sia, senza stare troppo a ragionare sulle conseguenze ulteriori, sull’effettiva adeguatezza e sui rischi dell’eccesso di semplicismo quando si affrontano situazioni complesse”.

Testa richiama James Gilbert, per il quale il nostro cervello è capace di difenderci per bene da una minaccia chiara, immediata e istantanea, ma molto meno da una minaccia insidiosa, protratta nel tempo e graduale. Il disorientamento di cui abbiamo parlato ha come conseguenza proprio questo: i pericoli, insiti nel futuro, sono per definizione aleatori e pochi chiari; non avere la mappa e non capire bene il mondo che ci circonda ci fa camminare senza punti di riferimento, al buio. E al buio si fa un pezzo di strada per volta, controllando continuamente dove siamo e cercando di non pensare a cosa c’è centro metri più in là, perché non lo vediamo e non lo immaginiamo neanche. Ecco il perché del “futuro incollato al presente”.

L’ottimismo e il futuro prima della pandemia

In un articolo di ottobre, attraverso l’analisi di diverse indagini, avevamo rilevato che, prima della pandemia, un quarto degli italiani vedeva la propria situazione economica futura in peggioramento. Con riferimento alla crisi (quella del 2008), più di uno su tre pensava che il peggio dovesse ancora venire e circa l’80% percepiva la crisi stessa come “grave” e ne vedeva lontana la soluzione. Tre italiani su quattro ritenevano che il paese fosse in declino e quasi il 70% che “le cose andassero meglio prima”. Forte era la convinzione (85%) che fosse difficile salire sulla scala sociale (e migliorare la propria condizione) e facile (67%) scenderne i gradini (e peggiorare).

Avevamo anche provato a disegnare un profilo degli stati d’animo che emergono in relazione al tempo: il pessimismo, verso il futuro; il disorientamento, verso il presente; la nostalgia, verso il passato. Chi era messo peggio? Sinteticamente: chi ha più di 55 anni (ma anche i tardo-giovani, di 35-44 anni), casalinghe e disoccupati (questi ultimi i più disorientati in assoluto), chi ha interrotto precocemente gli studi, ceti operai e ceti medi inferiori, redditi bassi, separati e vedovi, genitori soli con figli. Ne usciva, com’è evidente, un quadro complessivo di ulteriore dimostrazione di quanto le disuguaglianze sociali contino nella vita di ciascuno: non siamo tutti uguali, dicevamo, e non lo siamo, a maggior ragione, nelle speranze, nel vedere il mondo che ci circonda e nel grado di serenità con cui affrontiamo il giorno dopo.

Ed ora, con la pandemia?

L’accentuazione dell’incertezza

“Sapevamo che la modernità è un tempo di incertezza, ma non immaginavamo fin dove l’incertezza può arrivare”. Parole recenti di Paolo Jedlowski, che danno l’idea del punto in cui ci siamo cacciati. È evidente che la pandemia ha fatto ingranare una marcia in più al processo che abbiamo descritto prima, che già ne aveva messa un’altra per via della crisi del 2008. La quale tutto ha portato fuorché certezze o miglioramenti generalizzati delle condizioni di vita. Anche Franco Crespi, in un articolo in corso di stampa, sostiene che la pandemia da coronavirus segna probabilmente “una svolta decisiva nel processo di trasformazione radicale della modernità”: anche se con grandi differenze, investe tutti, “sottolineando soprattutto i limiti invalicabili della capacità di controllo e di potere da un lato, dei limiti del sapere dall’altro“. Capacità di controllo: quindi certezza sul futuro. L’essere umano è diverso dagli altri animali. Una delle sue caratteristiche è l'”uscita dall’immediatezza istintuale […] provocata dall’evento della coscienza di sé, dall’autocoscienza”. Crespi riprende Pascal: proprio questa coscienza di sé ha reso l’homo sapiens “il più fragile e insicuro degli animali”, ma anche il “padrone del mondo”. La contraddizione è forte, perché “l’uomo appartiene all’ordine naturale da cui dipende per la sua sopravvivenza”, ma “la coscienza apre a un desiderio infinito di superamento di ogni limite, che in ultima analisi è destinato a fallire, ma che è anche stato all’origine di tutte le grandi conquiste dell’umanità sul piano della conoscenza e della tecnica, dell’arte, della politica”. Ecco, la pandemia (e il lockdown in particolare), continua Crespi, mette in mostra la vulnerabilità e i limiti temporali e conoscitivi dell’uomo, ci distoglie da ogni “distrazione” e pone ognuno di noi di fronte alla sua “nuda esistenza”.

Si torna a parlare di futuro

Questa vulnerabilità, questi limiti, però, hanno rimesso in moto i pensieri sul domani e ridato fiato al dibattito sul futuro. “Ci siamo scoperti incredibilmente desiderosi di futuro”, scrive Davide Agazzi: “Una società che viveva immersa nel qui ed ora, nell’epoca della gratificazione istantanea, si è improvvisamente trovata a riporre una marea di aspettative sul dopo“. Con un veloce passaggio “ci siamo trovati inondati da articoli su come sarà il mondo dopo il Coronavirus”. Tutti futurologi, quasi da un giorno all’altro. Giovanni De Luna scrive che ognuno di noi, sia chi pensa che «niente sarà come prima», sia chi ritiene che «tutto sarà come prima», è coinvolto “in una riflessione sul futuro che è di per sé un segnale importante di quanto sia stato profondo l’impatto del virus sul nostro modo di vivere e di pensare”.

Riprendiamo da quello che avevamo detto prima: prima della pandemia, continua De Luna, “era come se il mondo avesse rinunciato al futuro e tutto sembrava schiacciato su un presente enormemente dilatato: il passato non esisteva più, lo spessore della durata era ininfluente, a contare era solo l’immediatezza delle percezioni, una concezione del tempo orientata intorno alla soddisfazione di bisogni esistenziali (la ricerca di rassicurazioni e conferme, il tentativo di cancellare angosce e alimentare speranze) o di curiosità effimere, in una dimensione culturale «usa e getta», affollata di luoghi comuni facili da consumare e dimenticare”. Con la globalizzazione avevamo “smesso di immaginare il futuro” e oggi ne paghiamo le conseguenze. Perché quando, come sta accadendo, “il futuro torna prepotentemente ad accamparsi al centro dei nostri bisogni culturali, siamo obbligati a esplorare una dimensione del tempo con la quale non abbiamo più nessuna confidenza“.

Come vediamo il futuro? I dati Eurofound

Per capire la confidenza che abbiamo con il futuro sotto pandemia è utile scorrere i risultati di un sondaggio condotto in pieno lockdown da Eurofound (un’agenzia dell’Unione europea), su un campione di circa 87.000 europei. I dati sono parzialmente confrontabili con quelli del 2016, sempre della stessa fonte. Come prevedibile, gli ottimisti sul futuro sono diminuiti parecchio: di un quinto in Italia e di quasi un terzo in Ue. Sono il 37% degli italiani e il 45% degli europei (nel 2016 erano il 47% e il 64%).

In Italia il calo percentualmente è minore. Ma la quota di ottimisti del nostro paese non solo è ben al di sotto della media Ue, ma lo colloca al terzo posto come paese meno ottimista (nel 2016 era al secondo posto). La pandemia ha un po’ appianato le differenze (che permangono) tra i vari paesi. Da notare che il valore della Grecia, il più alto d’Europa, è identico a quello del 2016: probabilmente, sia perché in quel paese la pandemia non ha colpito in modo così duro, sia perché la sfiducia generale era già molto alta, e non poteva peggiorare, nemmeno con il coronavirus.

La diminuzione dell’ottimismo ha riguardato più o meno allo stesso modo maschi e femmine. All’aumentare dell’età, diminuisce l’ottimismo, sia in Italia che in Ue, e questo è abbastanza normale. Ma il dato interessante è che il calo è proporzionalmente più alto tra chi ha 18-34 anni, di nuovo sia in Ue che in Italia (tema su cui torniamo tra breve).

Il benessere mentale

L’indagine Eurofound contiene altri dati interessanti, soprattutto sul benessere mentale (che ha inevitabilmente a che fare – causa o conseguenza – su come vediamo il futuro). Innanzitutto, è stabile, sia in Italia che in Ue, il numero di coloro che trovano difficile affrontare i problemi che sorgono nella vita e delle persone che hanno bisogno di molto tempo per riprendersi (in entrambi i casi si tratta comunque di quasi un quarto della popolazione, che non è poco). E rispetto al 2016, lo stato percepito di salute è solo leggermente più basso. Azzardando un’interpretazione, potremmo dire che i danni della pandemia hanno sì aperto ferite, ma che queste sono ancora, diciamo, superficiali, “fresche”, e non ne conosciamo ancora gli effetti reali sul corpo sociale.

I dati specifici sul benessere mentale (che risente di una maggiore reattività alle ferite) sono però molto negativi. Calano moltissimo le persone che si sentono “bene”, attive, calme o di buon umore. E aumentano quelle che si sentono abbattute, tese o sole. Bisogna ricordare comunque che le relative domande sono state poste in pieno lockdown, in una situazione di estrema emergenza, e tenerne conto nell’interpretare queste percentuali.

Del resto, con riferimento al lavoro, un terzo degli italiani e degli europei segnala di averlo perso in maniera temporanea o permanente, più della metà di averne diminuito l’orario e un quinto pensa che sia probabile che lo perderà in futuro. La quota di chi dichiara di far quadrare i conti con difficoltà o con molta difficoltà non è molto aumentata rispetto al 2016. Ma quasi la metà degli italiani pensa che la propria situazione finanziaria dei prossimi 3 mesi sarà peggiorata e che se non percepisse alcun reddito sarebbe in grado di mantenere lo stesso tenore di vita solo per 3 mesi o neanche per quelli, perché senza risparmi.

18-34enni e futuro

Dobbiamo per forza aprire una parentesi sui giovani. Secondo Eurofound, come abbiamo visto, la fascia di età che ha fatto registrare il calo più consistente della fiducia nel futuro è quella dei 18-34enni: in Italia, gli ottimisti di quell’età sono passati dal 62% al 44% e in UE dal 76% al 51%. Questa tendenza è confermata da un’indagine dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, condotta da Ipsos tra fine marzo e inizio aprile 2020 su un campione rappresentativo di giovani di età compresa, appunto, fra i 18 e i 34 anni (italiani, tedeschi, francesi, spagnoli e britannici). Lo studio ci dice che le conseguenze socio-economiche della pandemia saranno particolarmente penalizzanti sui giovani che hanno superato i 30 anni, quelli cioè che hanno subito gli effetti della recessione del 2008 e sono ancora in una situazione occupazionale incerta. Che ne sarà della formazione di nuovi nuclei familiari, delle scelte riproduttive, del benessere delle famiglie con figli minori? Il rischio è che vengano frenate le scelte di vita e ulteriormente accentuate le diseguaglianze sociali, in un “clima di incertezza e sospensione che ha reso gli obiettivi futuri ostaggio delle condizioni del presente”.

Nello specifico, secondo la ricerca i giovani italiani percepiscono più a rischio i loro progetti di vita rispetto ai coetanei europei: li vede molto più a rischio e più a rischio oltre il 60% degli intervistati italiani, quasi in linea con i giovani spagnoli, ma ben più di francesi e tedeschi. Ovviamente, al diminuire del livello di protezione dell’occupazione, aumenta la percezione del rischio, che infatti è più alto tra i lavoratori in proprio, seguiti da chi ha contratti di collaborazione a progetto o prestazione d’opera e dai liberi professionisti. Per gli imprenditori si registra la percentuale più bassa. Il 67% delle donne vede più a rischio i propri progetti di vita, contro il 55% degli uomini; questo divario di genere è più basso negli altri paesi considerati nell’indagine, in particolare in Francia, dov’è pari quasi a zero (un altro tema di grande rilievo).

La progettualità dei giovani

L’emergenza è intervenuta, quasi come una beffa, in un momento abbastanza positivo per i giovani italiani in termini di progettualità. È vero che prima dell’attuale crisi il contesto demografico ed economico non era certo positivo: “la natalità italiana era già tra le peggiori in Europa e in continua diminuzione, anche a causa delle difficoltà oggettive che i giovani riscontravano nel mondo del lavoro e dell’incertezza percepita verso il futuro”. Inoltre, l’Italia aveva fin da allora il record europeo di Neet (gli under 35 che non studiano e non lavorano) e l’età media più alta delle madri al primo figlio (più di 32 anni).

Tuttavia, all’inizio dell’anno”i giovani italiani sembravano avere una buona propensione (anche perché più in ritardo rispetto ai coetanei europei nella realizzazione delle tappe di transizione alla vita adulta, quindi con maggior quota di chi deve ancora realizzare molti degli eventi richiesti) a valutare di intraprendere entro la fine del 2020 alcuni dei progetti di vita tipici del passaggio alla fase adulta”. Gli intervistati che prendevano in considerazione la possibilità di andare a vivere per conto proprio o a convivere nel breve periodo erano più del 30%; di sposarsi il 24%; di avere un figlio il 27%; di cercare un (nuovo) lavoro il 52%; di cambiare casa il 47% e di trasferirsi in un’altra città o all’estero il 30%.

La pandemia ha avuto conseguenze negative e molti giovani (di più quelli italiani) sembrano aver abbandonato (non semplicemente posticipato) i progetti di vita almeno nel breve termine. “In particolare, per quanto riguarda l’intenzione di andare a convivere, sposarsi e avere figli, lo scarto arriva oltre i 20 punti percentuali con i giovani tedeschi, i più ottimisti nella possibilità di lasciare pressoché immutati – o solo posticipati – i propri piani”. Coloro che hanno più propensione a posticipare o a confermare i progetti sono i liberi professionisti e i lavoratori dipendenti, rispetto ai lavoratori autonomi e a quelli a progetto. Basta pensare che queste ultime due categorie, nella metà dei casi, dichiarano di aver abbandonato l’idea di avere un figlio nel corso dell’anno, contro solo il 27% dei più protetti. Lo scenario è simile per la decisione di andare a vivere da soli o a convivere.

Conclude l’Istituto Toniolo: “Alla rinuncia, seppur momentanea, ad alcuni progetti di vita fondamentali per il passaggio alla vita adulta è associata una prospettiva molto negativa degli effetti della crisi sanitaria sul futuro dei giovani italiani. Rispetto ai coetanei degli altri grandi Paesi europei, gli italiani infatti (entrambi i generi ma in misura maggiore le donne), tendono ad essere molto più pessimisti circa i cambiamenti che questa situazione porterà sul loro reddito e la loro situazione lavorativa, oltre che sui piani familiari”.

Conclusioni

Proviamo a fare una sintesi. Il futuro è una necessità per l’essere umano, che ha sempre pensato al domani e ad una dimensione di vita che andasse al di là del mero quotidiano. Il problema è che negli ultimi decenni l’avvenire è diventato minaccioso, aleatorio, incerto e gli individui molto spesso si sentono disorientati nel presente, senza strumenti per comprendere cosa succede e quindi senza mappe per procedere in avanti. Questo processo è iniziato ben prima della pandemia ed ha a che fare con l’individualizzazione, per cui il soggetto è stato spinto a fare leva solo su stesso, per effetto dei tanti cambiamenti intervenuti sul lavoro, sulle identità, sui rischi, sulle culture, sullo spazio, sui ruoli. Il controllo sul futuro è diventato sempre più scarso e prevale la paura dell’avvenire. L’effetto è un diffuso ripiegamento su stessi, un nostalgico sguardo al passato che fu (le retrotopie di Bauman) e la diffusione dell’ottica del brevetermismo in moltissimi ambiti della vita sociale (economico e politico, ma anche individuale). Ottica che dà solo un apparente sollievo all’ansia dovuta alla ricerca di soluzioni rapide ed efficaci.

Quando siamo stati colpiti dalla crisi del 2008, queste dinamiche erano già in atto. Anzi, la Grande Recessione le ha accentuate, soprattutto per effetto dell’aumento delle disuguaglianze sociali e della perdita di sicurezza di reddito per una grande quantità di individui, che ha comportato un’espansione dell’area di incertezza sul domani. Mentre ancora gli effetti della crisi erano in atto (ricordiamolo: non ne eravamo affatto usciti), è arrivata la pandemia, che non può che aver esacerbato i processi già in corso, approfondendoli e ampliandoli. È presto per dire in che modo lo ha fatto e lo farà e con quali conseguenze, ma non è presto per dire (dati di ricerche alla mano) che l’ottimismo verso l’avvenire è calato di molto e l’incertezza sul domani si è ulteriormente aggravata.

Vero è che proprio il tema del futuro è tornato ad essere al centro di tanti dibattiti, riconquistando lo spazio perduto con la diffusione del brevetermismo. Dipingere scenari del domani è un’attività che sta coinvolgendo, chi più, chi meno, un po’ tutti, a tutti i livelli. Ma siamo molto meno abituati a farlo, abbiamo meno confidenza con il tratteggiare i contorni dell’avvenire, che certo non sono per tutti soleggiati e sereni.

Pesano, di nuovo, le disuguaglianze e la paura di perdere le risorse materiali per vivere decentemente. E pesano soprattutto (pare) per la categoria che detiene il record di citazioni vuote e retoriche (insieme alla “famiglia”): i giovani, a loro volta disuguali e non tutti sulla stessa barca. O meglio: tutti sulla stessa barca, ma in posizioni e condizioni assai diverse. Su di loro la pandemia sembra aver accentuato in modo più forte la tendenza, già in atto soprattutto in Italia, a vivere il futuro con incertezza e preoccupazione, con poco ottimismo, diminuzione della capacità progettuale e timori, ancora, su reddito e lavoro.

Ognuno è rinviato a sé“, scriveva Jean-François Lyotard nel 1979, “e ognuno sa che questo sé è ben poco“. Si potrebbe ricominciare provando a ribaltare questa tendenza e facendo in modo che il “rinvio a sé” sia meno traumatico. Le politiche pubbliche, su questo, possono fare tanto, forse quasi tutto.

Foto di copertina di Arek Socha da Pixabay.

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