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L’incertezza diseguale in lockdown

Un'indagine del Parlamento europeo ha messo in luce che tipo di sensazioni sono prevalse durante il primo lockdown. L'incertezza su tutte, ma anche la frustrazione e l'impotenza, con le donne più penalizzate. I giovani sono i meno speranzosi e i più frustrati. Sei persone su dieci hanno avuto difficoltà finanziarie. Tutto ciò è avvenuto in maniera più pesante nel nostro paese e ovviamente in maniera diseguale tra la popolazione. Che aspettiamo a riprendere in mano (e concretizzare) termini come giustizia sociale, welfare state, redistribuzione?

Il Parlamento Europeo ha pubblicato i risultati di un sondaggio su Atteggiamenti e opinioni dei cittadini europei nel corso della prima ondata di pandemia Covid-19. Condotto tra il 23 aprile e il 1 maggio 2020 tra circa 21.000 cittadini di età compresa tra 16 e 64 anni (in alcuni paesi 54) di 21 Stati membri dell’UE, la ricerca è rappresentativa a livello nazionale per quote di genere, età e regione. Quando sono state effettuate le interviste, alcuni paesi avevano revocato delle limitazioni, mentre in altri erano ancora in corso, elemento da tenere ovviamente in considerazione.

Tra incertezza e speranza

Vediamo come hanno affrontato i cittadini dell’UE la crisi da pandemia durante il lockdown; magari se ne possono trarre spunti interessanti per capire come affronteranno la seconda ondata. Alla domanda Quale sentimento descrive meglio il tuo stato emotivo attuale?, la risposta prevalente è “incertezza”, indicata dal 50% degli intervistati, seguita da “speranza” con il 41%. Una specie di doppia faccia, quindi, o meglio due lati della stessa medaglia. Due sentimenti che non si escludono a vicenda: in un momento così dominato dall’ignoto, quale è stato quello della prima ondata, si può essere sia fortemente insicuri verso il futuro (chi non lo era, a pensarci?), sia mantenere un atteggiamento di aspettativa un po’ favorevole (che scivola facilmente in una specie di preghiera, però), o comunque di alto desiderio che l’ignoto si renda noto e che il peggio passi.

Dominano i sentimenti negativi: “impotenza” (29%), “frustrazione” (27%), “paura” (22%) e “rabbia” (14%). Sono presenti anche emozioni positive, come “fiducia” (21%) e “disponibilità” (helpfulness) (14%).

Si sa, la gravità delle conseguenze della prima ondata non è stata la stessa nei diversi paesi. Tenendo conto dei contesti nazionali e delle differenti misure di contrasto, i sentimenti positivi sono più presenti in Austria, Danimarca, Romania, Paesi Bassi e Slovenia, mentre quelli negativi in Spagna, Polonia, Francia, Grecia e Italia (ci sono tutti e tre i paesi del Sud, ad eccezione del Portogallo). Effettivamente, l’Italia presenta valori più alti in “incertezza” (53%), “impotenza” (33%), ma anche “speranza” (44%). Da notare che indicano “disponibilità” solo il 7% degli italiani, contro il 14% del totale.

Chi sono i più incerti? A livello europeo, le femmine (54%) rispetto ai maschi (46%). La risposta “speranza” è ugualmente probabile tra i due sessi, mentre lo è meno tra chi ha tra 25 e 44 anni (circa 38%). Segnalano più “impotenza” di nuovo le femmine (32% contro 26%), che sono anche più spaventate (indicano “paura” il 27% contro il 17%) e meno fiduciose (indicano “fiducia” il 17% contro il 24% ). Dichiarano più “frustrazione” i giovani tra 16 e 34 anni (circa 31%). Le donne provano dunque più emozioni negative, e non di poco; i giovani meno speranza e più frustrazione, e non è una bella notizia. Bisogna tenere presente, comunque, che il campione arriva al massimo ai 64 anni, quindi non ci sono dati relativi agli anziani.

Il colpo sulla situazione finanziaria

Che la crisi da prima ondata abbia causato difficoltà finanziarie è diventata un’ovvietà. Dall’indagine emerge che solo un intervistato su quattro (39%) dichiara di non averne subito di nessun tipo, mentre ben quattro su dieci sì: la più diffusa è la perdita di reddito (30%), seguita da disoccupazione, anche parziale (23%), utilizzo di risparmi personali rispetto al previsto (21%), difficoltà nel pagamento di affitto, bollette o prestiti (14%), richiesta di sostegno economico a familiari o amici (9%) o addirittura difficoltà nel poter contare su pasti di qualità decente (9%).

In Italia, la situazione è notevolmente peggiore rispetto alla media UE: coloro che non hanno subito nessuna difficoltà finanziaria sono il 28% (-10% rispetto al totale), mentre chi ha subito una perdita di reddito il 36% (+6, quinti in graduatoria), disoccupazione il 26% (+3), utilizzo dei risparmi personali rispetto al previsto il 30% (+9, secondi solo alla Bulgaria), difficoltà nei pagamenti il 23% (+9, secondi solo alla Grecia). Insomma, da noi la crisi ha colpito economicamente di più.

A livello europeo, l’analisi socio-demografica mostra che gli uomini e le donne hanno avuto difficoltà finanziarie simili, anche se per le seconde si segnala una probabilità leggermente superiore di aver subito disoccupazione e di aver utilizzato i risparmi personali prima del previsto. Gli intervistati di età compresa tra 55 e 64 anni hanno meno probabilità di aver avuto problemi finanziari rispetto ai più giovani, che di nuovo sono i più penalizzati. Le difficoltà finanziarie, infatti, sono più comuni tra i 25-34enni, in relazione alla disoccupazione (29%) e all’uso anticipato dei risparmi personali (24%); i 16-24enni sono coloro che più hanno chiesto a familiari o amici un sostegno finanziario (13%).

Restrizioni e libertà

Ci siamo concentrati sulle emozioni provate e sulle ripercussioni economiche, ma l’indagine contiene altre informazioni interessanti a livello europeo. Per esempio, per circa la metà del campione i benefici per la salute delle misure restrittive hanno compensato i danni economici (soprattutto in Francia, Irlanda e Romania), tema caldissimo in questo periodo, mente quattro intervistati su dieci sostengono che il danno economico superi i benefici in salute (di più in Bulgaria, Ungheria, Polonia e Slovenia). In media, per circa due terzi degli intervistati la lotta contro la pandemia giustifica le limitazioni alle libertà individuali (altro tema bollente), mentre poco più di un quarto vi si oppone.

Inoltre, i cittadini europei sembrano più interessati alla salute delle persone a cui sono legati rispetto alla propria: circa sette intervistati su dieci dichiarano di essere preoccupati per come la pandemia potrebbe influenzare la salute della famiglia e degli amici, mentre poco più della metà afferma di essere preoccupato che possa influenzare il proprio benessere.

Giustizia sociale, welfare, redistribuzione: che aspettiamo?

Facciamo il punto. La pandemia ha fatto ingranare diverse marce al processo di aumento dell’incertezza che caratterizza i nostri tempi, e infatti durante il lockdown questa è la sensazione prevalente. Che spesso, come abbiamo visto, si concretizza nella difficoltà nel credere in un domani migliore, nel pessimismo, nel vedere il futuro come una minaccia, nell’essere disorientati perché non in possesso delle mappe per procedere in avanti. Un percorso iniziato ben prima della pandemia, e ben prima perfino della crisi del 2008. L’individuo è stato spinto a fare leva solo su stesso e si è come ripiegato, per effetto dei tanti cambiamenti su lavoro, identità, bisogni, culture, ruoli. Purtroppo, l’aumento dell’incertezza non è per niente democratico e pesa di più per chi sta peggio. I dati dell’indagine ci dicono che i sentimenti negativi durante il lockdown non erano uniformi tra i paesi: gli italiani sono stati tra i più incerti (ma anche tra i più speranzosi). Le donne, tanto per cambiare, sono state le più penalizzate ed hanno provato sentimenti negativi in misura maggiore.

Preoccupante è il fatto che i giovani siano stati i meno speranzosi e i più frustrati durante il lockdown. Qui il discorso è davvero complesso. Senza paura di essere retorici e banali, occorrerebbe davvero aprire una questione giovani. Altre ricerche segnalano che proprio chi ha venti e trent’anni ha fatto registrare il calo più consistente della fiducia nel futuro durante la pandemia e che le conseguenze socio-economiche saranno particolarmente penalizzanti soprattutto per chi ha appena superato i trenta. Come si fa a progettare il domani, se la situazione è questa? E l’immagine dei giovani che perdono fiducia e non riescono a progettare il futuro somiglia tanto a quella di un alba soleggiata che poco dopo si riempie di nuvole, e non è bella.

Dal lato economico, sei persone su dieci hanno avuto difficoltà finanziarie. In Italia, questa quota è più alta: non tanto dal lato della disoccupazione (che comunque è ovviamente aumentata), quanto sull’utilizzo dei risparmi e sulle difficoltà di pagamento. Cosa può voler significare? Che gli italiani avevano problemi economici già prima del lockdown in misura maggiore rispetto agli altri europei (ne avevamo scritto qui), in termini di scarsa capacità di fronteggiare un evento imprevisto e dannoso. Del resto, secondo i dati rielaborati dall’Istat, nel 2018, quindi prima della pandemia, il 36% delle famiglie italiane non riusciva a fare fronte a una spesa imprevista di 800 euro, il 21% arrivava a fine mese con difficoltà e il 9% con grande difficoltà (in totale quasi una famiglia su tre), quelle che non riuscivano a risparmiare erano ben il 62% del totale e che giudicavano troppo onerose le spese per il mutuo il 51%, per l’affitto il 57% e per la casa il 40%. Quindi non c’è da stupirsi.

Un’ultima considerazione, trasversale: aumento dell’incertezza, conseguenze negative sui giovani e difficoltà economiche sono fenomeni più diffusi in Italia rispetto alla media europea. Non una novità, certo, ma comunque un ennesimo segnale da raccogliere. C’è poco, anzi molto, da fare: occorre recuperare parole e concetti che non hanno (mai) perso di attualità, rideclinandoli al presente (e al futuro!): giustizia sociale, welfare state, redistribuzione, solidarietà sociale, emancipazione. Partendo da chi sta peggio. Non semplici slogan, ma punti cardinali di una bussola che speriamo orienti più soggetti possibile.

Foto di copertina di Gerd Altmann da Pixabay.

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