Idee

L’impatto sociale della pandemia (seconda parte)

Questa è la seconda parte di una riflessione sugli effetti sociali della pandemia. Nella prima, abbiamo provato a ragionare sull’aumento delle disuguaglianze, sulla disomogeneità dell’impatto, sui lavoratori più colpiti e sulla povertà. Ora, concentriamo l’attenzione sulle disparità di genere, i problemi per i giovani, la salute mentale e l’assistenza sanitaria, sempre conservando uno sguardo “europeo” e provando a tirare una sintesi (provvisoria) del tutto.

L’aggravamento dello svantaggio femminile

Secondo la Relazione della Commissione europea sulla parità di genere, la pandemia ha esacerbato il divario tra i sessi in quasi tutti gli ambiti della vita, “segnando un arretramento rispetto alle faticose conquiste del passato”. Innanzitutto, bisogna considerare che le donne “sono state in prima linea nella lotta contro la pandemia”, visto che costituiscono il 76% del personale dei servizi sanitari e sociali e l’86% di quello che presta assistenza. Le lavoratrici di questi settori hanno dovuto affrontare “un aumento senza precedenti” nei carichi di lavoro, nei rischi per la salute e nelle difficoltà di conciliazione tra vita professionale e privata.

Le donne sono state danneggiate poi duramente nel mercato del lavoro, dato che sono sovrarappresentate nei settori maggiormente colpiti dalla crisi (commercio, ricettività, lavoro di cura e lavoro domestico), dove non è possibile svolgere mansioni a distanza, e hanno inoltre incontrato difficoltà più forti nel reinserimento durante la parziale ripresa dell’estate 2020. Inoltre, chiusure e lockdown hanno avuto ripercussioni notevoli sul lavoro di cura non retribuito: la Commissione segnala che le donne hanno dedicato alla cura dei figli, in media, 62 ore a settimana (contro le 36 degli uomini) e ai lavori domestici 23 ore a settimana (contro le 15 degli uomini).

È poi “clamorosa” la loro assenza nelle sedi decisionali di politica sanitaria: “delle 115 task force nazionali dedicate alla Covid-19 in 87 paesi, tra cui 17 Stati membri dell’UE, l’85% era costituito principalmente da uomini, l’11% principalmente da donne e solo il 4% era caratterizzato da una parità di genere”. Infine, solo il 30% dei ministri della Sanità dell’UE è donna. Da ultimo, e si tratta di uno degli effetti più gravi, la pandemia ha fatto registrare anche un aumento della violenza domestica maschile.

I rischi per i giovani

Come si legge in una risoluzione del Parlamento europeo, la pandemia ha colpito i giovani “in modo sproporzionato”; questa larga fetta di popolazione rischia di subire ripercussioni negative gravi e durature sulla situazione economica, la salute, il benessere e la possibilità di istruirsi e formarsi. Le soluzioni di apprendimento online hanno aggravato le conseguenze del divario digitale e ostacolato lo sviluppo delle competenze necessarie. Un impatto particolarmente forte, poi, si sta avendo nei giovani NEET, quelli che non studiano, non frequentano corsi di formazione e non lavorano.

Da non sottovalutare gli effetti psicosociali della pandemia, in termini di salute mentale e di capacità di socializzazione: la mancanza di attività ricreative e di vincoli sociali hanno un effetto molto negativo sui bambini e sui giovani (soprattutto se con disabilità). Si è registrato un aumento dell’ansia e della paura, che potrebbe avere un impatto sulle loro vite e sull’ingresso nel mondo del lavoro.

Inoltre, vista la sensibilità ai cicli economici del mercato del lavoro relativo a questa fascia di età, la disoccupazione e la povertà giovanili sono aumentate costantemente dall’inizio della pandemia. L’occupazione dei giovani è stata duramente colpita, con un ampliamento di tendenze negative in un settore già “ampiamente dominato da posti di lavoro instabili, scarsamente retribuiti e a tempo parziale, con tutele giuridiche e norme di sicurezza sociale più deboli”. Come detto, hanno infatti subito gravi conseguenze settori ad alta intensità di manodopera (commercio all’ingrosso e al dettaglio, strutture ricettive, turismo e servizi di ristorazione, etc.), spesso costituita proprio da giovani lavoratori poco qualificati e studenti con basse retribuzioni.

Benessere mentale: un impatto di lungo periodo?

Oltre ai giovani, anche il resto della popolazione ha subito un duro colpo psicologico. Su questo versante, secondo Azzopardi-Muscat, gli effetti della pandemia possono essere di tre tipi: diretti, in termini di paura e ansia; indiretti, per le misure adottate (chiusure e blocchi); ancora indiretti, per le ricadute socioeconomiche (debiti, disoccupazione, impoverimento, esclusione, etc.). Ecco perché il benessere mentale è calato per tutte le fasce d’età e sono aumentati sentimenti negativi come tensione, ansia, solitudine, scoraggiamento e depressione. Si trova in condizioni peggiori chi non può lavorare a causa di disabilità o malattia o è senza lavoro, mentre chi ha più di 50 anni presenta un stato psicologico migliore rispetto a chi è più giovane. Va notato che, nel 2019, prima della pandemia, il 7% dei cittadini dell’UE ha riferito di avere una depressione cronica, con percentuali più alte tra le donne in tutti gli Stati membri.

Percentuale di intervistati che segnalano sentimenti negativi per età e sesso – UE27
Fonte: Eurofound

La solitudine sta emergendo come un aspetto chiave. In un’indagine di Eurofound, svolta durante la prima ondata, il 16% del campione ha affermato di essere stato solo o quasi solo tutto il tempo nelle due settimane precedenti l’intervista, con una percentuale più alta (20%) tra i giovani con meno di 35 anni. Un dato in controtendenza rispetto alle rilevazioni pre-pandemia, in cui i giovani denunciavano minore solitudine rispetto agli adulti e agli anziani.

In un’altra ricerca del Parlamento europeo realizzata subito dopo lo scoppio della pandemia, alla domanda Quale sentimento descrive meglio il tuo stato emotivo attuale?, la risposta prevalente è stata incertezza, indicata dal 50% degli intervistati, seguita da speranza con il 41%. Due sentimenti che non si escludono a vicenda: in un momento così dominato dall’ignoto, si può essere fortemente insicuri verso il futuro e mantenere contemporaneamente un atteggiamento di aspettativa un po’ favorevole, o comunque di alto desiderio che l’ignoto si renda noto e che il peggio passi. In ogni caso, dominano i sentimenti negativi: impotenza (29%), frustrazione (27%), paura (22%) e rabbia (14%). Sono comunque presenti anche emozioni positive, come fiducia (21%) e disponibilità (helpfulness) (14%). L’Italia presenta valori più alti in incertezza (53%) e impotenza (33%), ma anche speranza (44%). I più incerti, a livello europeo, sono le femmine (54%) rispetto ai maschi (46%). La risposta speranza è ugualmente probabile tra i due sessi, mentre lo è meno tra chi ha tra 25 e 44 anni. Segnalano più impotenza di nuovo le femmine (32% contro 26%), che sono anche più spaventate e meno fiduciose, e più frustrazione i giovani tra 16 e 34 anni.

Quale sentimento descrive meglio il tuo stato emotivo attuale? (Massimo 3 risposte) – Valori percentuali per caratteristiche socio-demografiche – UE

Fonte: Parlamento europeo

Le conseguenze in termini di salute mentale possono essere considerate una sorta di seconda pandemia, o di pandemia silenziosa, come scrive il Parlamento europeo. Del resto, l’impatto psicologico a lungo termine dell’emergenza Covid-19 non è ancora conosciuto: secondo alcuni, per una considerevole minoranza di persone potrebbero persistere problemi di salute mentale, anche dopo la fine dell’emergenza; altri sottolineano un possibile aumento del rischio di abuso di sostanze; altri ancora si spingono a dire che la pandemia abbia avuto un “profondo effetto interno” sulle persone, “alterando il nostro cervello e cambiando chi siamo come individui, le nostre relazioni con gli altri e come percepiamo il nostro posto nella società”. C’è comunque chi sottolinea l’importanza di riconoscere anche gli aspetti in qualche modo positivi: ad esempio, gli alti livelli di resilienza allo stress riscontrati nella maggioranza della popolazione e l’emersione della capacità umana di riprendersi dopo eventi catastrofici. Quel che è certo, conclude lo studio, è che la pandemia ha messo ancor di più a fuoco in maniera nitida l’importanza della salute mentale.

L’esperienza del confinamento

Secondo Eurobarometro, una percentuale crescente di intervistati giudica le misure adottate per combattere la pandemia come difficili da affrontare, in particolare quelle relative al confinamento. Gli europei per i quali si è trattato di un’esperienza abbastanza facile o molto facile da affrontare sono solo il 29% (-9 punti percentuali rispetto all’anno precedente), quelli per cui è stato abbastanza difficile o molto difficile ben il 40% (+ 8). L’Italia presenta il valore relativo alle persone per le quali il lockdown è stato difficile più alto rispetto a tutti gli altri paesi UE: il 63% (solo per il 13% è stato facile). Ovviamente, nella comparazione tra paesi occorre tenere presente che le misure di confinamento non sono state omogenee: più forti e radicali in alcuni, meno in altri.

A livello europeo, coloro che hanno trovato più facile affrontare le misure di confinamento sono le persone con più di 55 anni, i maggiormente istruiti, i manager, i pensionati, chi non ha mai o quasi mai difficoltà economiche e chi ritiene di appartenere all’alta o alla medio-alta borghesia. Al contrario, hanno trovato più difficoltà i lavoratori autonomi, le casalinghe, i disoccupati, chi ha disagi economici e chi afferma di appartenere alla classe operaia o alla classe medio-bassa. Esiste anche una (leggera) differenza per tipo di area in cui si vive: nelle grandi città, rispetto alle zone rurali, la difficoltà è stata maggiore.

Come giudica le misure adottate per combattere la pandemia, in particolare quelle relative al confinamento? – Valori percentuali – UE

Fonte: Eurobarometro

L’assistenza sanitaria a dura prova

L’impatto della pandemia sui sistemi sanitari e di assistenza è stato fortissimo, “il che si è sommato alle sfide già esistenti”: aumento dei tempi di attesa, carenza strutturale di personale e crescenti disuguaglianze nella salute. Bisogna anche considerare che la pandemia inizialmente ha interrotto la fornitura di servizi pubblici, tra cui l’assistenza sanitaria essenziale, quella mentale e lo screening preventivo.

Sebbene nella maggior parte dei paesi europei si sia tornati in tempi abbastanza rapidi, in questo campo, ad una specie di normalità, l’indagine Eurofound evidenzia come ci siano ancora problemi di accesso in alcune parti d’Europa. Oltre un quinto (21%) degli intervistati ha “mancato” una visita medica o un trattamento durante la pandemia (con valori diversi a seconda dei paesi), perché gli appuntamenti non erano disponibili o per liste d’attesa troppo lunghe. Il 18% ha affermato di avere ancora un problema medico per il quale non può ricevere assistenza. I più comuni bisogni sanitari insoddisfatti sono, nell’ordine: cure ospedaliere o specialistiche, cure odontoiatriche, screening e test preventivi, servizi di salute mentale, cure del medico di base, interventi chirurgici programmati e trattamento del cancro.

Persone che denunciano assistenza sanitaria insoddisfatta per paese – Valori percentuali – UE

Fonte: Eurofound

L’incognita del futuro

Per quanto riguarda la percezione del futuro, secondo Eurobarometro circa sette europei su dieci pensano che l’economia nazionale si riprenderà dall’impatto della pandemia non prima del 2023. In Italia questa quota è leggermente più bassa, pari al 60%. Solo un europeo su quattro è più ottimista e prevede che l’economia del proprio paese si riprenderà nel 2021 o l’anno successivo. Questo pessimismo si nota in tutti gli Stati membri dell’UE (anche se un po’ di più nei paesi dell’area euro) e in maniera molto simile per le diverse categorie socio-demografiche: l’ottimismo è leggermente superiore per gli uomini, i più giovani, gli studenti, gli impiegati e coloro che appartengono alle classi alte della società. Più di nove europei su dieci concordano sul fatto che le conseguenze economiche della pandemia siano gravi (gli italiani d’accordo sono pari alla media europea); solo il 6% non è d’accordo. Anche in questo caso, la maggioranza è forte in tutte le categorie socio-demografiche, sebbene i livelli di accordo siano leggermente inferiori tra chi appartiene alla classe alta o medio-alta.

Una sintesi

Insomma, com’è evidente, in Europa (e ovviamente non solo) le conseguenze sociali della pandemia sono state e sono tuttora fortissime. In estrema sintesi: aggravamento delle disuguaglianze sociali già esistenti e crescita della povertà, impatto disomogeneo a svantaggio dei gruppi e dei territori più vulnerabili, perdita di posti di lavoro e aumento della precarietà, marcata diminuzione dei redditi e significativo aumento delle difficoltà finanziarie, peggioramento dei divari di genere, ripercussioni negative sui giovani, diminuzione del benessere mentale e aumento di sentimenti negativi come ansia, depressione, solitudine e incertezza, messa a dura prova dei sistemi di assistenza sanitaria, percezione di incognita per il futuro. Tutti effetti che, va ricordato, si sommano a quelli provocati dalla Grande Recessione del 2008.

Non rischiamo di essere smentiti: le questioni sociali sono diventate senz’altro ancor più attuali di qualche anno fa.

[Qui la prima parte dell’articolo]

Foto di copertina e dell’articolo tratte da PxHere

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