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L’impatto sociale della pandemia (prima parte)

Lo sappiamo, la pandemia sta stravolgendo le vite di tutti e il suo impatto a livello economico e sanitario è stato, finora, devastante. C’è un altro aspetto da studiare, però, quello propriamente sociale: che effetti ha avuto il Covid-19 sulle disuguaglianze, sulla povertà, sul lavoro, sulla parità di genere, sui giovani, sul benessere mentale? Proviamo ad abbozzare una prima analisi, seguendo un’ottica “europea” che ci aiuta ad avere lo sguardo largo. Si tratta solo di riflessioni generali, ognuna delle quali andrebbe approfondita in maniera esaustiva. Intanto, come si dice, lanciamo il sasso nello stagno con questo primo articolo, cui seguirà una seconda parte. 

La disomogeneità

Nonostante le misure prese a livello europeo e nazionale, scrive la Commissione europea, l’effetto più evidente della pandemia a livello macro è stato l’aggravamento delle disuguaglianze esistenti, che, nelle previsioni, aumenteranno, così come la disoccupazione e la povertà. La disomogeneità dell’impatto su gruppi sociali, settori e regioni è ormai nota. La crisi sta colpendo più duramente e in modo sproporzionato i soggetti più vulnerabili, cioè giovani, donne, lavoratori scarsamente qualificati, con contratti a termine e atipici, ma anche autonomi, migranti e persone con disabilità. Allo stesso tempo, è ben possibile che parecchi settori non si riprenderanno completamente e non poche imprese usciranno dalla crisi con difficoltà finanziarie.

Come sottolinea Eurofound, molti europei si sono trovati, nel 2021, in una situazione finanziariamente fragile e dall’estate 2020 questa quota è aumentata tra coloro che già erano in una posizione precaria. Per i più vulnerabili è sempre più difficile “sbarcare il lunario”: ad esempio, il pagamento delle bollette è un problema per 4 disoccupati su 10. In più, la chiusura delle scuole rischia di amplificare le disuguaglianze nell’istruzione tra i giovani e anche di accentuare le differenze nei ruoli di genere, “con il rischio concreto che decenni di conquiste nell’uguaglianza tra i sessi possano andare perduti in un tempo molto breve”.

Quanto detto è confermato da moltissime ricerche. In uno studio della Banca Centrale Europea si legge che la pandemia ha ridotto notevolmente il benessere economico di tutte le famiglie, ma i suoi effetti sono stati diversi a seconda della struttura della loro spesa e dell’occupazione dei loro componenti: chi ha sopportato le peggiori conseguenze in termini di reddito da lavoro sono i lavoratori più giovani, le donne e le famiglie con più basse risorse economiche.

Le restrizioni imposte durante i periodi di chiusura hanno colpito soprattutto i settori in cui le norme di distanziamento sono difficili da rispettare: ospitalità, viaggi, arti e intrattenimento, dove lavorano più spesso, appunto, giovani e donne. E visto che la crisi sta avendo “effetti regressivi su tutta la distribuzione del reddito, con uno sbilanciamento del rischio di disoccupazione nei confronti delle famiglie che rientrano nei quintili inferiori” (cioè le più povere), è probabile che la crisi attuale amplifichi le disparità di reddito esistenti, in linea con quanto già successo per precedenti pandemie.

Un altro studio sempre della BCE mostra che la crisi pandemica ha, almeno temporaneamente, alterato il processo di convergenza del tenore di vita tra i paesi europei. La Grande Recessione del 2008 aveva provocato un aumento notevole delle differenze tra gli Stati, che, tuttavia, si era ridotto nel corso degli ultimi anni. Lo shock causato dalla pandemia “ha innescato nuove divergenze, anche se nel complesso più contenute”, colpendo più gravemente i paesi che, in termini di reddito pro capite, si trovano al di sotto della media dell’area euro: Grecia, Italia, Spagna e Portogallo hanno registrato un deterioramento del loro tenore di vita superiore a quello di Germania, Paesi Bassi e tutti gli altri paesi al di sopra della media.

Colpiti i lavoratori più vulnerabili

I primi ad essere stati licenziati a causa della pandemia sono stati i più deboli, nota ancora la Commissione europea: i lavoratori scarsamente qualificati o retribuiti, quelli a tempo determinato e i migranti, così come i giovani e chi, ovviamente, era occupato nei settori più colpiti, come il turismo.

La crisi sta poi evidenziando, da un lato, l’attenuazione delle linee di demarcazione tra lavoratori subordinati e lavoratori autonomi, che sono diventati sempre più “simili” quanto a difficoltà e insicurezza; dall’altro, una crescente eterogeneità tra i secondi. Esempio emblematico è la comparsa dei lavoratori autonomi delle piattaforme digitali, quasi sempre precari e vulnerabili: basti pensare agli addetti alle consegne e alle loro difficoltà nell’accesso alla protezione sociale e nei rischi per la salute e la sicurezza.

Ancora: il telelavoro è divenuto la norma per molti occupati e una pratica che rimarrà probabilmente diffusa nel tempo (anche se al momento si sta verificando un ritorno alla modalità in presenza, specialmente in Italia). La Commissione scrive che poter “lavorare da qualsiasi luogo e in qualsiasi momento è stato fondamentale per la continuità operativa” e “offre opportunità di sinergie ed efficienze in termini di equilibrio tra vita professionale e vita familiare”, per la riduzione degli spostamenti e della stanchezza e per la maggiore flessibilità. Ma il telelavoro “generalizzato” fa sì che occorra riflettere sui limiti dell’orario di lavoro e proprio sull’equilibrio tra vita professionale e privata.

Colpito chi stava già peggio economicamente

Il fatto che la crisi stia colpendo territori e gruppi sociali in maniera differente è evidente se si analizzano i dati della rilevazione Eurobarometro di febbraio-marzo 2021. Rispetto all’affermazione La pandemia di coronavirus avrà gravi conseguenze finanziarie per lei personalmente, quasi la metà degli europei è d’accordo, ma una quota più elevata non lo è (55%). La percentuale relativa all’Italia è più alta della media UE. I risultati sono molto diversi negli Stati membri: si va da una percentuale di accordo del 14% dei Paesi Bassi a una del 78% della Grecia; in generale, l’accordo è più forte nei paesi al di fuori dell’area euro, che sembrano dunque maggiormente penalizzati nei livelli di benessere.

A livello europeo, i livelli di accordo più alto (quindi il fatto che si sia più colpiti economicamente) si registrano tra chi ha un’età compresa tra 25 e 39 anni, i disoccupati (ben nel 73% dei casi), i lavoratori autonomi, le persone già in difficoltà economica e coloro che affermano di appartenere alla classe operaia o alla classe medio-bassa. Viceversa, hanno maggiori probabilità di non essere d’accordo coloro che hanno un’età pari o superiore a 55 anni, i più istruiti, i dirigenti, i pensionati, chi sta meglio economicamente e chi afferma di appartenere all’alta o alla medio-alta borghesia.

Da un’indagine del Parlamento europeo del 2020 emerge che solo un intervistato su quattro dichiara di non aver subito nessun tipo di conseguenza finanziaria, mentre ben quattro su dieci sì: la più diffusa è la perdita di reddito, seguita, nell’ordine, da disoccupazione, utilizzo di risparmi personali rispetto al previsto, problemi nel pagamento di affitto, bollette o prestiti, richiesta di sostegno economico a familiari o amici o addirittura difficoltà nel poter contare su pasti di qualità decente.

In Italia la situazione sembra notevolmente peggiore rispetto alla media UE: coloro che non hanno subito nessuna difficoltà finanziaria, al 2020, sono il 28%, mentre chi ha subito una perdita di reddito il 36% (con l’Italia quinta nella graduatoria dei paesi europei), disoccupazione il 26%, utilizzo dei risparmi personali rispetto al previsto il 30% (seconda posizione dietro alla Bulgaria), difficoltà nei pagamenti il 23% (seconda posizione dietro alla Grecia).

A livello europeo, gli uomini e le donne hanno avuto difficoltà finanziarie simili, anche se per le seconde si segnala una probabilità leggermente superiore di aver subito disoccupazione e di aver utilizzato i risparmi personali prima del previsto. Gli intervistati di età compresa tra 55 e 64 anni hanno meno probabilità di aver avuto problemi finanziari rispetto ai più giovani, che sono i più penalizzati soprattutto in relazione alla disoccupazione, all’uso anticipato dei risparmi personali e alla richiesta a familiari o amici di un sostegno finanziario.

Ma gli effetti sociali della pandemia non si fermano qua: nella seconda parte dell’articolo parleremo dell’aggravamento delle disuguaglianze di genere e generazionali e delle conseguenze sulla salute mentale e sull’assistenza sanitaria, proponendo anche una sorta di sintesi.

Foto di copertina e dell’articolo tratte da PxHere

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