Idee

L’Europa matrigna dei lavoratori

Dagli anni novanta del secolo scorso in avanti, da Bruxelles sono arrivate solo spinte alla diminuzione dei diritti di chi lavora in nome di una flessibilità vista solo dalla parte delle aziende, che è diventata precariato diffuso

Se si chiedesse ad un responsabile delle risorse umane qual è il miglior modo di allocare la forza lavoro all’interno di un’azienda, probabilmente, risponderebbe così: “Nella maniera in cui risulterà il massimo del profitto!”. Se domandaste ad uno qualsiasi tra i presidenti della Commissione europea o del Consiglio, succedutisi negli ultimi trent’anni, quale sarebbe il modo migliore di organizzare il lavoro della popolazione attiva europea, quasi sicuramente, darebbero la stessa risposta.

In materia di lavoro, infatti, l’Unione europea ha sempre definito la sua strategia come un intervento “dal lato dell’offerta”, con l’obiettivo di raggiungere alti livelli di occupazione. Un’espressione che richiama direttamente la teoria della supply side economics, secondo cui in un contesto economico e istituzionale più favorevole alle imprese, caratterizzato da una minore pressione fiscale, dalla razionalizzazione delle spese statali (austerità) e da una minore presenza dello Stato nel mercato (privatizzazioni e liberalizzazioni), si renderebbe possibile una maggiore efficienza dei mercati e, di conseguenza, un aumento della prosperità.

Una ricchezza che sarebbe stata raccolta da tutte quelle imprese capaci di competere e prevalere sulle altre colleghe di settore, ma che non sarebbe stata destinata direttamente ai lavoratori europei. A quest’ultimi, anzi, da subito vennero chiesti dei sacrifici, perché la transizione verso una nuova gestione del mercato del lavoro necessitava di minori certezze in favore di una maggiore flessibilità. In altre parole i diritti dei lavoratori, arduamente conquistati in decenni di lotte operaie, dovevano essere contenuti per far posto a nuovo modello di relazione tra classi sintetizzato nello slogan della flessicurezza ed eretto su quattro pilastri.

Flessibilità

Con il termine flessibilità ci si riferiva tanto alla flessibilità interna quanto alla flessibilità esterna all’azienda.

La prima accezione consisteva nel rendere la forza lavoro più compatibile con i tempi di produzione, attraverso un maggior ricorso ai contratti cosiddetti “atipici” (lavoro notturno, il fine settimana, turni ecc..), o privilegiando l’uso del part-time. Secondo l’Ue infatti, ricorrendo a contratti “atipici” l’imprenditore avrebbe potuto evitare di sovrapporre inutilmente i turni giornalieri dei suoi dipendenti, normalmente inquadrati con contratti standardizzati e a tempo pieno, riuscendo ad ottenere lo stesso livello di produzione con un numero minore di ore lavorate. Ovviamente la finalità era quella di ridurre i costi del lavoro gravanti sul bilancio aziendale, mentre ai lavoratori veniva chiesto di accettare o turni di impiego asociali, oppure, nel caso del part-time, una riduzione del loro orario in cambio di una riduzione del loro stipendio.

Flessibilità esterna, invece, significava semplificare e rendere meno costosi i licenziamenti economici. L’evoluzione dei metodi di produzione aveva decretato, sul finire degli anni ’80, il tramonto del vecchio modello taylorista/fordista a vantaggio del cosiddetto sistema just in time, ossia una strategia alternativa che sostituisce la tradizionale produzione di massa con una produzione senza costi di immagazzinamento, perché ogni prodotto viene venduto ancora prima di aver visto la luce. Di conseguenza la classe padronale non avrebbe più avuto bisogno dell’organico al completo in ogni periodo dell’anno e, nel bel mezzo di una competizione mondiale, non era di certo intenzionata a pagare lo stipendio dei dipendenti sottoccupati. Per queste ragioni l’Ue non si fece attendere e di fronte al dilemma tra profitto e salari decise di favorire i primi a discapito dei secondi. Promosse un modello eretto sulla precarietà con la complicità delle parti sociali, suggerì che la forza lavoro doveva abituarsi a cambiare di frequente la propria occupazione, poi chiese una legislazione più clemente di fronte ai licenziamenti ed infine chiamò il tutto “flessibilità”.

Ridurre le spese sociali

Un mercato del lavoro funzionante aveva bisogno di un sistema previdenziale sostenibile. La principale fonte di preoccupazione derivava dalle tendenze demografiche in atto che, a partire dagli anni ’90, descrivevano una popolazione europea sempre più vecchia e sempre meno intenzionata ad avere figli. Di conseguenza il numero di cittadini in età lavorativa sarebbe costantemente diminuito, causando problemi sia alla sostenibilità dei sistemi pensionistici che al sistema previdenziale tout court.

L’Europa allora pretese un ulteriore sacrificio e chiese ai governi nazionali il contenimento delle spese statali, attraverso una selezione più mirata dei suoi beneficiari e all’adozione di nuove strategie che coinvolgessero il mercato privato. Inoltre, tra le priorità del nuovo millennio venne approvato l’innalzamento di 5 anni dell’età pensionabile, che gli Stati europei avrebbero dovuto portare verso una media di 65 anni.

Con lo slogan della flessicurezza si stava cercando di smontare, pezzo per pezzo, il modello europeo di welfare state attraverso una competizione al ribasso contro le nuove potenze mondiali. Più flessibilità e meno sicurezza sarebbe stato quindi il nuovo equilibrio intorno al quale costruire l’ascesa del capitale europeo sulla scena internazionale. Infatti, in una logica liberista non c’era posto tanto per una spesa pubblica in debito, quanto per un aumento delle tasse sulle imprese. Inoltre la popolazione del vecchio continente doveva capire che, indipendentemente dal posizionamento del capitale europeo a livello mondiale, avrebbe dovuto rinunciare alle conquiste degli ultimi anni, cedendo tutto il terreno che aveva duramente strappato all’ingordigia del padronato.

Trasformare le politiche passive in attive

Dalla perdita del posto lavorativo al raggiungimento di una nuova occupazione la strada era in salita e piena di insidie. Per raggiungere l’obiettivo della piena occupazione e affermare il nuovo modello di mercato del lavoro era necessario incentivare la costante ricerca di una nuova occupazione. Il pericolo, a detta delle istituzioni europee, era che gli strumenti statali a sostegno dei disoccupati, come gli assegni di disoccupazione, avessero degli effetti distorsivi, disincentivando la popolazione verso la ricerca attiva di un posto di lavoro. Pertanto bisognava dimostrare che il “lavoro paga” e trasformare le politiche cosiddette passive in strumenti coercitivi per il reinserimento forzato nel mercato del lavoro.

Agli Stati membri venne così suggerito di ridimensionare l’entità economica dei sussidi, da un lato riducendone l’importo e dall’altro riducendo le mensilità erogate. Inoltre, per ottenere il massimo effetto incentivante, era ritenuto opportuno subordinare il sussidio alla ricerca attiva di un’occupazione, obbligando il beneficiario ad accettare qualsiasi proposta di lavoro che gli venisse offerta, pena la riduzione dell’importo o l’esclusione dal sostegno economico. Una soluzione tanto ricattatoria quanto iniqua perché peggiori erano le condizioni economiche del beneficiario e minori sarebbero state le sue possibilità di rifiutare un’offerta di lavoro. Immaginatevi inoltre l’enorme potere contrattuale che sarebbe stato riposto nelle mani delle imprese, le quali, venendo a conoscenza dello stato di disoccupazione del loro candidato, avrebbero potuto proporre il peggiore dei trattamenti economici legalmente possibili, ben consci dell’entità del sussidio di disoccupazione e delle conseguenze di un rifiuto.

Centri per l’impiego

L’ultimo tassello del puzzle consisteva in un ammodernamento dei centri per l’impiego. Questi non solo avrebbero dovuto servire da cinghia di trasmissione tra le imprese e la forza lavoro europea, ma si sarebbero anche dovuti occupare della formazione e riqualificazione di quei profili poco specializzati che non corrispondevano alle richieste del mercato del lavoro. Nell’immaginario europeo i centri per l’impiego avrebbero così permesso una veloce ricollocazione dei disoccupati, aiutando le imprese a incontrare le competenze desiderate e raggiungendo alti livelli di occupazione.

Una dinamica che, nei fatti, non sarebbe stata così automatica come previsto. La possibilità di ottenere un’occupazione non dipende solamente dalla volontà del lavoratore, ma è soprattutto legata all’esistenza di posti di lavoro. Di conseguenza, se alla fine della catena non si trovassero delle imprese realmente disposte ad assumere tutti gli ingranaggi si incepperebbero, lasciando vuoti sia i centri per l’impiego che le tasche delle famiglie europee. E in un contesto economico caratterizzato da tassi di crescita bassi, ulteriormente aggravati dalla Crisi economica del 2008, il risultato finale è stato proprio questo.

Il progetto europeo non solo è fallito, lasciando metà degli Stati membri con alti tassi di disoccupazione, ma ha anche comportato un arretramento generale dell’assistenza pubblica e la ricomparsa della povertà da lavoro. Un risultato che dimostra sia i limiti di istituzioni sovranazionali per nulla rappresentative della popolazione europea, che l’inconciliabilità degli interessi della classe padronale con quelli di chi lavora.

In copertina foto tratta da www.pixhere.com

Altri articoli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

N.B. I commenti devono essere approvati da un amministratore prima di venire pubblicati. Se non vedete subito il vostro commento è perfettamente normale, non serve che lo scriviate nuovamente. Grazie!