Comunità

L’era della solitarietà

E la "t" non è un errore
Una delle conseguenze dei trenta anni che abbiamo alle spalle è la solitudine generalizzata che ha inibito anche la possibilità di mettere in atto delle azioni per contrastarla. Ne discendono conseguenze a ogni livello. A cominciare dal riconoscimento e l'esercizio dei diritti e dalla vita di tutti i giorni

Tra le conseguenze del trentennio neoliberista, il progressivo isolamento dell’essere umano dall’ambiente in cui vive e la sua esponenziale estraniazione dal contesto sociale sono forse tra le più devastanti ed erosive. Il passaggio dal pubblico al privato, lo smantellamento di diritti una volta inalienabili, il trionfo del profitto travestito da sussidiarietà hanno determinato anche la fine della solidarietà intesa come capacità di resistenza collettiva e l’inizio della solitarietà come condizione permanente e insuperabile di sottomissione. L’unione fa la forza, la divisione è fonte inesauribile di debolezza, non mi riferisco ai goffi tentativi postidentitari di una sinistra partitica sottomessa non tanto alla globalizzazione quanto all’interpretazione plasticorenziana della globalizzazione stessa, ma all’incapacità odierna della collettività di riscrivere una relazionalità altra, premessa necessaria e non sufficiente per una nuova ondata di conquiste materiali.

Facebook è il nuovo oppio dei popoli con i suoi carichi di esibizionismo e di inconsistenza, la versione ribaltata del modello indymedia che tanto ha fatto nella ricerca di un nuovo mondo possibile (nostalgia, nostalgia canaglia), ennesimo socialcapitolo di una sussunzione senza alternative. Così per essere più realisti del re e più reazionari della reazione non resta che praticare lo sterile rettilineo del possibile che non prevede alterità, della compatibilità sistemica in cui i diritti si fanno servizi e i doveri obblighi morali. Ne è esempio lampante il reddito di cittadinanza, ieri idea dall’universalità inclusiva, oggi pratica dalla condizionalità esclusiva.

La mutualità contemporanea oggi risponde molto più al castello degli aiuti incrociati tipico della massoneria che all’esigenza di costruire un mondo a tutela dei più deboli. Oggi anche l’aiuto deve essere conveniente e non gratuito, ne consegue che le frustrazioni e le impotenze vanno invece riversate sulla marginalità umana antieconomica, sulla povertà come male volontario, sui migranti come turisti del dissesto, sui fannulloni come pionieri del disastro, sui…,sul…. Oggi la gratuità ha la forma del lavoro che sarà, (la futuribilità non ha riferimenti certi a differenza dello sfruttamento del presente) non del bisogno di umanità che è. Oggi i poveri “produttivi” votano la flat tax e demonizzano i migranti, mentre i poveri “improduttivi” pretendono un reddito condizionato e demonizzano i migranti. Oggi cioè il povero non si riconosce più nelle difficoltà di un suo simile, ma nella rutilante prestanza di chi ce l’ha fatta, di chi rivendica spavaldo la potenza del suo avere che coincide con il proprio essere.

La solitarietà trasforma il benessere di tutti nell’agio di pochi e la tolleranza in rancore sordo da sfogare. È solo una consonante a cambiare, ma in quella consonante così rivoluzionaria nella produzione di senso si materializza l’impotenza di una collettività che, persa la fiducia nella politica tutta, sembra non riuscire più a ritrovarsi in nessuno spazio, sia esso quello della quotidianità minuta o della straordinarietà militante dei grandi eventi. Siamo all’ultima spiaggia verrebbe da dire, poi fai un po’ di mente locale e capisci che anche le spiagge rientrano nella mirabolante necessità della dismissione pubblica. Insomma in questa continua sottrazione di diritti e di beni comuni, portata avanti con la collusione più o meno consapevole di tutti noi, finiscono o meglio finiamo con il toglierci anche il rifugio del modo di dire, della consolazione di una narrazione autonoma irriducibile alle curve di domanda e di offerta, dell’orgoglio di un vocabolario che nella sua struttura non prevede compatibilità sistemiche ma necessità umane.

Rivendicare l’orgogliosa dignità degli sconfitti nella liquidità contemporanea che ha dissolto le barricate è forse l’urgenza più urgente, prima però sarà il caso di riconoscerci come sconfitti senza scimmiottare pensieri e comportamenti della gravitazione sociale tipica delle classi dominanti.

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In copertina, Foto tratta dal profilo flickr di Sera Tü e rilasciata in licenza Creative Commons 2.0

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