Opinioni

L’epica della singletudine

Una generazione che aveva proclamato di voler superare la coppia monogamica tradizionale ora fa l'apologia della vita da single, passata a consumare prodotti culturali (libri, serie tv, ecc.) e a godersi la libertà di... essere ognuno murato nel proprio appartamento (per chi può permetterselo). Siamo giunti a fare l'epica della singletudine, e non stupisce: assemblare una sfilza di soluzioni peggiori dei problemi che erano chiamate a risolvere, il tutto in meno di 20 anni, è un disastro culturale che avrebbe ammazzato dei reduci di guerra

La totale resa della mia generazione (30-45) al neoliberismo è più evidente lì dove non si parla di politica, ma di rapporti sentimentali: una generazione che aveva proclamato di voler superare la coppia monogamica tradizionale, teorizzando (e praticando) la tromba amicizia, il poliamore, la coppia aperta, ecc., e che poi, passati gli anni e accumulando delusioni, ora fa l’apologia della vita da single, passata a consumare prodotti culturali (libri, serie tv, ecc.) e a godersi la libertà di… essere ognuno murato nel proprio appartamento (per chi può permetterselo).

Una resa senza nemmeno l’onore delle armi: è la nuova generazione infatti ad aver introdotto l’ideale dell’amicizia e del co-housing, del welfare fraterno come antidoto all’isolamento sociale da una parte e alla ritirata del welfare state dall’altra. Una disfatta su tutta la linea, resa ancora più ridicola dai toni con cui ce l’autonarriamo: come se fossimo i primi nella storia ad aver scoperto che l’altro è di norma invivibile, difficilmente sopportabile se si è fortunati. Giustificando questa invivibilità fra l’altro non con la difficoltà di armonizzare abitudini e caratteri, ma attribuendo agli ex partner sempre nuove malattie mentali: pare in Occidente esistano più sadici, autistici, bipolari, depressi e schizofrenici che persone banalmente insopportabili. Dire che siamo la peggiore generazione del ‘900 sarebbe ancora troppo lusinghiero: siamo dei nichilisti mediocri che si credono dei rivoluzionari. Degli incendiari che credevano di aver dato alle fiamme il Reichstag, ed invece avevano gettato molotov sulle sue macerie.

Per far funzionare rapporti che non sono più codificati da norme e usi vincolanti (come lo era il matrimonio dei nostri genitori), ci siamo inventati la mistica del dialogo: se è tutto nuovo, dev’essere tutto ridiscusso, e se tutto dev’essere ripensato bisogna parlarsi. Parlarsi sempre, incessantemente, di tutto, dai massimi sistemi alle più assurde minuzie. Siccome non avevamo né le parole né l’inventiva per creare un codice linguistico nostro, ci siamo affidati alla psicoanalisi, alla letteratura, al cinema d’autore (diciamo pure ai testi della canzoni e ai bignami di psicologia dei quotidiani), con il risultato che il 90% dei nostri “dialoghi” erano rimasticature pessime di massime sentimentali da commedie romantiche di serie B.

Siccome tutto questo parlarsi produceva come unico risultato la noia reciproca (se andava bene) e l’aumento delle incomprensioni e del conflitto (nella maggioranza dei casi), abbiamo pescato dal mazzo l’asso che doveva risolvere la partita: il sesso. A sentir noi, siamo la prima generazione della storia ad aver scopato tanto, e bene. Anzi, benissimo. Mentre si diffondeva la pornografia di massa gratuita, noi abbiamo discusso, scritto, dissezionato fino allo sfinimento ogni tecnica possibile per aumentare il piacere dei corpi. Dopo aver fatto ciò, ci siamo impanicati: ma veramente eravamo capaci di padroneggiare cotanta tecnica e garantire al partner (stremato dal nostro farfugliare) una performance adeguata a quello che avevamo visto/letto? Ecco quindi il calo dei rapporti, il terrore del giudizio sulle nostre prestazioni, l’angoscia di non avere un corpo abbastanza attraente e/o performante.

Un’umiliazione su tutti i fronti, giustificata come sempre con l’abuso di fanfare ed esistenzialismo da sala d’aspetto psichiatrica: il sesso non è fondamentale, la rivoluzione sessuale ci ha fregati, neanche le parole lo sono, siamo individui soli e complessi circondati da persone vuote e banali. Che dialoghiamo a fare con degli automi? E quindi abbiamo partorito il nostro supremo capolavoro: il contratto. Proprio mentre ci lamentavamo del disfacimento del welfare state, dei contratti capestro a lavoro, della massificazione, ecco abbiamo esteso il contratto lì dove non era ancora arrivato. Un contratto verbale (allora), fatto in amicizia, dove -metaforicamente- si metteva tutto nero su bianco: da quante volte vedersi a settimana, a quanti giorni di vacanza fare insieme e quanti farne divisi, se la gelosia si poteva provare oppure no, fino a quante volte scopare e come (il linguaggio sull’argomento ce l’ha prestato Pornhub).

Se alla fine di tutto questo processo, siamo giunti a fare l’epica della singletudine e delle serate al pc davanti a Netflix non stupisce: assemblare una tale sfilza di soluzioni peggiori dei problemi che erano chiamate a risolvere, il tutto in meno di 20 anni, è un disastro culturale che avrebbe ammazzato dei reduci di guerra.

Foto di copertina di GLady da Pixabay.

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Un commento su “L’epica della singletudine

  1. “Ribalta” si sta rivelando sempre più interessante. Siete un gruppo davvero in gamba. Riuscite in analisi che riescono a “forare” il tanto “gné gné” sbrodolato e superficiale. Andate avanti…sempre meglio!

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