Opinioni

Le trivelle, il referendum

E la democrazia

Fabrizio Marcucci

Non c’è niente da aspettarsi dal referendum del 17 aprile. Le trivelle continueranno a scavare, i mari a essere contaminati, la politica energetica nazionale a non spostarsi di un millimetro. Nessuno di questi temi è toccato dal quesito, e i fautori del “no” che puntano a vincere sfruttando l’inesauribile giacimento dei menefreghisti che non sanno neanche che domenica si vota, possono preparare le bottiglie da stappare.

È un errore anche ritenere che un’eventuale vittoria del “sì” possa pesare sulle politiche del governo in materia di approvvigionamento energetico. Sono tempi di comando, su cui si sono adagiati anche i comandati, e i milioni di “sì” non conteranno nulla in questa democrazia all’ultimo stadio, dove tutti i passi necessari alla presa di decisione sono considerati intralci e conta solo il risultato: decidere. L’ultimo stadio, appunto.

Perché, allora, andare a votare, e votare “sì”? Per spezzare il nesso tra comando e decisione, intanto. Per restituire la decisione al suo processo fisiologico. Per dire che più energia rinnovabile diffusa significa più democrazia. Se ogni edificio, ogni scuola, ogni mezzo di trasporto, ogni azienda fossero liberi di approvvigionarsi di sole, di vento, d’acqua con proprie mini centrali (e si può tecnicamente già fare) si contribuirebbe a polverizzare il potere di decisione diventato sinonimo di comando perché a stabilire le priorità oggi sono i pochissimi grandi soggetti che provvedono al fabbisogno energetico di intere città, regioni, stati. Di qui il potere di decisione, che quand’è eccessivamente esteso diventa di comando. Il combustibile fossile e gli interessi che lo sostengono in questo senso sono colossi da abbattere, così come tutti i colossi che vanno annullando in questa epoca che gira al contrario secoli di storia in cui l’umanità è progredita parcellizzando, sezionando e appropriandosi collettivamente di pezzi di potere che appartenevano a colossi monolitici; smontandoli, quei colossi, rendendoli più piccini, controllabili.

E infine, perché votare sì? Per amore di noi stessi. Per dire che se anche ci sono popolani più monarchici del re, se anche ci sono i menefreghisti, se anche i governi e i parlamenti sono stati ridotti a ratificatori di decisioni prese dai giganti che comandano, resistono milioni di lillipuziani che non puntano a diventare giganti perché sanno che quella metamorfosi è innaturale; e vogliono semmai legare il gigante per renderlo innocuo e riappropriarsi del potere di decidere, e di farlo insieme e con consapevolezza.

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Un commento su “Le trivelle, il referendum

  1. Rispondere quando si è chiamati ad esprimersi su una decisione collettiva sarebbe un dovere oltre che un diritto. Io ci andrei anche se fosse l’ultima delle battaglie perse. Ma se si dovesse raggiungere il quorum e se vincesse il sì qualche gigante sarebbe costretto a smantellare invece di vivacchiare su misere estrazioni pur di non affrontare la spesa. Mi sembra già molto. Salvo inserire un avverbio incongruo tipo “preferibilmente” in qualche miserabile leggina, magari notte tempo, come va di moda adesso, per mandare in fumo la volontà popolare come è accaduto per l’acqua. In ogni caso sarà un segnale importante sulla direzione che i lillipuziani vorrebbero prendesse questo Paese rispetto all’ambiente, per non parlare del rapporto tra la politica e i cosiddetti poteri forti che ormai non si limitano più ad esprimere una rappresentanza o a fare pressioni, sono diventati parte integrante della politica stessa

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