Idee

Le reti sociali “fanno” sicurezza

Cosa rende uno spazio insicuro? Quanto conta nella percezione della sicurezza cosa si è e come si è inseriti in un contesto? Se si può fare riferimento a reti sociali oppure no? Se si sente uno spazio come proprio o ci si sente sradicati? La sicurezza è un insieme di fattori, e attiene alla stessa progettazione delle città, ma viene vista nella sua accezione più superficiale, cioè militare, che è anche la meno efficace per risolvere i problemi, anche se porta consensi a chi ne fa materia di propaganda

L’ordine pubblico nelle strade e sui marciapiedi della città non è mantenuto principalmente dalla polizia, per quanto possa essere necessaria, [ma] da una complessa e quasi inconscia rete di controlli spontanei e di norme accettate e fatte osservare dagli abitanti stessi. […] Non c’è polizia che basti a garantire la civile convivenza una volta che siano venuti meno i fattori che la garantiscono in modo normale e spontaneo”. Questa fulminante citazione tratta da uno splendido libro di Jane Jacobs (del 1961 ma sempre attuale)[1], ci serve a continuare da dove ci eravamo lasciati: la riduzione delle reti sociali, delle relazioni interpersonali, dei legami comunitari e di vicinato favorisce l’emergere dell’insicurezza urbana, abbassa le difese nei confronti dell’ambiente circostante e rende i cittadini più soli e disorientati. Insomma, meno “vita” negli spazi pubblici, più paura; meno relazioni, più insicurezza; più insicurezza, maggiore richiesta repressiva. Che in genere non tarda ad arrivare. Ma esistono alternative praticabili a un esito che appare ormai da troppo tempo ampiamente scontato?

Relazioni e capitale sociale

Per tentare di esplorare questa ipotesi, dobbiamo approfondire la terminologia richiamata e il suo significato. Quando parliamo di relazioni, facciamo inevitabilmente riferimento al capitale sociale, argomento su cui si è misurato un esercito di sociologi. Cioè all’insieme del valore, del patrimonio, delle risorse di cui dispone un individuo sulla base della sua collocazione nelle diverse reti sociali. Reti che, per produrre capitale, devono essere stabili e durevoli nel tempo, favorire la cooperazione tra le persone e generare un vantaggio (immateriale, non direttamente economico) per chi ne fa parte. Il capitale sociale può essere individuale o collettivo. Nel primo caso, coincide con un “bene privato”, una dotazione personale che dà un beneficio al singolo individuo e che si crea nelle reti familiari-parentali e in quelle composte da amici, vicini, colleghi, conoscenti. Nel secondo, parliamo invece di un “bene pubblico”, diffuso, che è rilevabile a livello aggregato e comunitario, sebbene generi un vantaggio anche per il singolo individuo: le reti di vicinato, i luoghi di aggregazione e incontro, la presenza di associazioni, le pratiche di partecipazione diffusa, la tendenza a prender parte alla vita della collettività di appartenenza, etc..

La consistenza di capitale sociale, sia individuale che collettivo, può agire sulla percezione dell’insicurezza, ma contemporaneamente sull’effettiva presenza di criminalità: le reti, infatti, fungono da sostegno tra gli individui, favoriscono il senso di appartenenza alla comunità, possono scoraggiare il compimento di reati e impedire di spaventare i residenti di una certa area, o quantomeno costituire un elemento di rassicurazione. La “sindrome da famiglia assediata” nella propria abitazione, ad esempio, come scrive Galdini, è causata dall’effettiva possibilità di subire un furto come dall’enfatizzazione di certi temi fatta dai mass-media, ma ad incidere moltissimo sono anche le modifiche del tessuto urbano, il turn over residenziale, la lacerazione delle reti di vicinato, la costruzione di grandi edifici anonimi e poco vissuti. [2] La percezione di essere soli, il dissolversi dei legami sociali trasversali e un certo senso di impotenza, sempre secondo Galdini, possono spingere alla prevenzione individuale e all’isolamento nell’affrontare il senso di insicurezza, alimentando la diffidenza verso gli altri, un clima di sospetto continuo nei confronti di chi non è conosciuto e, in definitiva, un ritiro nel proprio privato. Con ovvie ricadute sulla fruizione e vitalità degli spazi pubblici.

Il meccanismo (infernale) dell’insicurezza

Per capire meglio perché la presenza di capitale sociale aiuti nell’avere meno paura e migliori la vivibilità degli spazi pubblici, bisogna vedere, seppur rapidamente, come funziona il meccanismo dell’insicurezza. Innanzitutto: in che misura la percezione di insicurezza coincide col rischio effettivo di subire un reato o di trovarsi in una situazione di pericolo “vero”? Secondo molti, le paure diffuse nelle città sono più una malattia immaginaria che un dato di realtà. Però, avere paura è reale, è un’emozione che si prova ed esiste, è un fatto che va preso in considerazione e che limita la vita quotidiana di molte persone. Bisogna chiedersi allora da dove nasce questa sensazione.

Su di essa giocano sicuramente un ruolo importante le caratteristiche individuali, soprattutto quelle di ambito psico-emotivo (attitudine, indole, carattere, paure soggettive, l’essere più o meno ansiosi). Quindi, caratteristiche di vulnerabilità anche fisica. Sulla base di tali premesse, i soggetti più preoccupati sono gli anziani e le donne, più timorosi di non sapersi difendere e delle conseguenze fisiche e psicologiche del reato. Questi timori, comunque, possono divenire generalizzati, ed hanno conseguenze reali sulla vita quotidiana di molte persone. Non è tanto che ci si “barrichi” dentro casa; piuttosto non si esce quando è buio, si evitano percorsi giudicati poco sicuri e si fanno tragitti diversi da quelli che sarebbero normali. Ovviamente, gli eventi vissuti di persona contano moltissimo, anche quelli in cui si è avuto soltanto paura e che non si sono tradotti in un vero e proprio reato. Situazioni giudicate pericolose da chi le ha vissute, che hanno provocato una “emozione che nasce dalla percezione di una minaccia imminente messa in atto da altre persone e che innesca una reazione psicofisica”[3]: l’incontro con persone “sospette” o circostanze in cui non si riesce a capire bene le intenzioni di chi si incrocia per la strada o si è “disturbati” dalla vista di persone (tossicodipendenti, ad esempio) od oggetti (le siringhe) non graditi.

Va anche detto che le paure circolano tra gli individui: ansie e timori si riversano nei discorsi quotidiani delle persone, diventando in alcuni casi ossessionanti. La “fonte” dell’insicurezza non è alimentata solo da coloro che ne sono vittime, ma essa è spesso indiretta: racconti di familiari, parenti, amici oppure quello che viene ascoltato in strada, nei colloqui con i vicini, nei negozi, alle fermate degli autobus. O ancora, il sentito dire generico (“dice che…”) e, senza alcun dubbio, i mass-media (ieri, i giornali; oggi la televisione e ovviamente internet e i social).

La percezione di insicurezza però, oltre che essere condizionata da questi fattori individuali, è legata a doppio filo al capitale sociale collettivo. Torniamo prepotentemente a ciò che avviene negli spazi pubblici ove, oltre alla presenza di criminalità vera e propria, incidono anche situazioni non pericolose in sé, ma vissute come una minaccia, che investono vari aspetti della vita quotidiana. Parliamo innanzitutto delle cosiddette inciviltà, legate alla rottura dei “codici tradizionali di condotta civica”: comportamenti non sempre illeciti, spesso al limite della legalità, che rompono le norme di condivisione di spazi comuni.[4] Sebbene non costituiscano il problema, le inciviltà favoriscono la creazione di un clima poco piacevole e la percezione del senso di incuria. Comportamenti tipicamente giudicati “incivili” sono il vandalismo, il chiedere l’elemosina in modo molesto, il dormire in strada, oppure sputare, orinare o anche semplicemente urlare o “fare casino”. Fenomeni, il più delle volte, a torto o a ragione, vengono associati a specifici tipi di persone: ubriachi, giovani particolarmente vivaci, punkabbestia, senzatetto o emarginati in senso ampio, rom; e stranieri, ҫa va sans dire.

Alle inciviltà è strettamente legato il degrado: deterioramento dell’arredo urbano, presenza di sporcizia diffusa, zone poco illuminate, parchi, giardini e panchine in cattivo stato, o anche semplicemente bottiglie vuote lasciate per terra o escrementi di cani. Il tutto, ovviamente, “condito” con una percezione di squallore e con un’effettiva scarsa vitalità dei luoghi, che alimentano l’insicurezza delle persone.

L’insicurezza nelle recenti indagini

Ma cosa dicono le ricerche sul tema? L’insicurezza, in Italia, è in aumento? E i crimini? Ne avevamo già parlato, in questo articolo, al quale rimandiamo per cifre e statistiche. In sintesi, secondo l’Istat la percezione personale di sicurezza è rimasta stabile negli ultimi dieci anni e l’influenza della criminalità sulla propria vita è addirittura diminuita; è aumentato invece, di poco, il senso di insicurezza percepito quando si è da soli nella propria abitazione (c’entrerà la mancanza di legami?) e c’è stato un miglioramento generalizzato nella preoccupazione di subire specifici reati (scippo, borseggio, aggressione, rapina, furto dell’auto, violenza sessuale); è stabile anche la paura di subire furti in abitazione e, rispetto a vent’anni fa, sono diminuite le percentuali di coloro che vedono segni di degrado socio-ambientale nella zona in cui vivono. Però, in apparente contrasto, coloro che ritengono di vivere in una zona a rischio di criminalità sono in aumento (cosa diversa dall’avere una paura personale). Poi: è diminuito l’utilizzo delle strategie di difesa (evitare strade o persone, chiedere ai vicini di controllare, lasciare le luci accese quando si esce, etc.), anche se resta alta la percentuale di famiglie che ha almeno un sistema di sicurezza per l’abitazione. Un’altra indagine del Censis conferma che la criminalità è un problema per molti italiani (di più per i ceti bassi e al quarto posto dopo la mancanza di lavoro, l’evasione fiscale e le tasse – troppo alte) e che cresce la voglia di sicurezza “fai da te”, visto che il 39% degli italiani (in netto aumento) è favorevole all’introduzione di criteri meno rigidi per il possesso di un’arma da fuoco per la difesa personale. Tutto ciò mentre, come evidenziato dal Ministero dell’Interno, i reati sono in calo, e neanche di poco, e sono anche in linea con quanto accade negli altri paesi europei.

Ci sono degli evidenti cortocircuiti in queste tendenze. Come dicevamo, non stupisce che, contemporaneamente, l’insicurezza sia stabile, ma che si giudichi la criminalità in aumento. In questo secondo caso, la valutazione è generica e non più riferita al proprio vissuto quotidiano, quindi è forse più facile farsi condizionare da chi comunica la paura: i media, innanzitutto, tanti politici ma anche il sentito dire di cui abbiamo parlato sopra. Il vero problema è il “salto” che si fa con la voglia di armarsi, cioè la discrepanza tra la valutazione soggettiva (le paure sono stabili) e la risposta a questa paura: se l’insicurezza personale è stabile, la crescita di coloro che si vogliono armare dipende da altri motivi (più individualismo e egoismo? Più “cattiveria” e più voglia di ricorrere ai modi spicci, cioè alla ruspa?).

Capitale sociale e insicurezza urbana

Ciò detto, e visti anche i risultati delle ricerche, possiamo capire meglio perché la presenza di capitale sociale, in uno spazio pubblico, abbassa l’insicurezza, reale e percepita. In dettaglio:

1) Agisce come elemento di aiuto effettivo, perché costituisce un sostegno specifico in situazioni di eventuale pericolo (si può chiedere materialmente aiuto a qualcuno).

2) È un fattore di rassicurazione generale per chi vi abita (che non guasta): in contesti isolati è più probabile che venga maggiormente percepita l’insicurezza, mentre spazi più frequentati e in cui i rapporti sociali sono più consistenti, inducono ad una maggiore tranquillità.

3) Scoraggia l’uso improprio dello spazio, perché i legami sociali fungono da “presidio” e perché laddove lo spazio è utilizzato e partecipato, è meno probabile che possano verificarsi episodi criminali o soft crimes (è l’uso proprio dello spazio che evita l’uso improprio).

Sembra chiaro che i temi trattati toccano l’ambito della gestione degli spazi pubblici. Secondo un bel manuale di pianificazione urbana di una decina di anni fa, la progettazione urbanistica deve incoraggiare la promozione dei legami sociali, elemento “essenziale per suscitare controllo spontaneo del vicinato”. Ciò aiuta a prevenire o a ridurre i potenziali conflitti tra i diversi gruppi di residenti e di “fruitori” non residenti degli spazi urbani e favorisce la percezione di responsabilità a livello collettivo. Del resto, il grado di sicurezza di un luogo “dipende in modo considerevole da quanto gli utenti lo considerano proprio e sviluppano un senso di appartenenza e di identificazione”[5] come dicevamo nel precedente articolo. Gli individui, infatti, “tendono a rispettare e proteggere i luoghi che sentono come personali”.

Il salto successivo è la partecipazione: perché negli spazi pubblici vi sia capitale sociale e perché i territori collettivi si prestino ad usi non impropri (e qui c’è tutto il discorso della loro destinazione d’uso e di chi la stabilisce, cioè i poteri pubblici), è fondamentale che, fin dalla loro pianificazione, edificazione e attivazione, intervenga chi poi materialmente li vive; intervento che dovrebbe proseguire anche per gli spazi già esistenti, ovviamente. Un tema, anche questo, amplissimo, ma foriero di buone prospettive.

In copertina foto tratta da pxhere.com
NOTE
[1]

Jacobs J. (1969), Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane, Torino, Einaudi [ed. or. 1961], p. 29.

[2]

Galdini R. (2008), Abitazione, in Amendola G., (a cura di), Città, criminalità, paure. Sessanta parole chiave per capire e affrontare l’insicurezza urbana, Napoli, Liguori.

[3]

Cornelli R. (2004), Paura della criminalità e allarme sociale, in Selmini R. (a cura di), La sicurezza urbana, Bologna, Il Mulino.

[4]

Farruggia F. (2008), Prevenzione di polizia e prevenzione sociale in un quartiere periferico, in Battistelli F., La fabbrica della sicurezza, Milano, Franco Angeli.

[5]

Politecnico di Milano – IAU Île-de-France – Regione Emilia-Romagna (2008), Pianificazione, disegno urbano, gestione degli spazi per la sicurezza, Agis – Action Safepolis 2006-2007, p. 14 e 36.

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