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Le reti sociali aiutano. Ma sono disuguali (e di meno)

Perché le reti sociali contano così tanto per il benessere? Che tipo di aiuti ci si può aspettare da chi fa parte delle nostre cerchie? Domande a cui cerca di rispondere il Rapporto annuale 2018 dell'Istat, da cui emergono disuguaglianze anche su questo versante; e il fatto che (a sorpresa?) in Italia le reti di sostegno sono meno presenti rispetto alla media europea.

1. Le reti sociali

“Non è tanto dell’aiuto degli amici che abbiamo bisogno, ma del poter fare affidamento su quell’aiuto”: questa frase attribuita ad Epicuro spiega in una sola riga il senso dell’appartenere alle reti sociali e del poter contare su qualcuno. Temi che l’Istat ha approfondito nel suo ultimo Rapporto annuale, dedicandogli moltissimo spazio. La rete sociale, scrive l’Istituto, “consiste in un insieme definito di attori e delle relazioni che intercorrono tra questi. L’individuo è immerso in una rete di rapporti sociali multidimensionali e interagisce con il mondo che lo circonda, influenzandolo e restandone influenzato”. La famiglia e i parenti sono efficaci nel fornire sostegno pratico e morale; la rete allargata (parenti più lontani) e quella elettiva (amici, vicini, etc.) sono efficaci nell’ambito ricreativo, di socialità e come opportunità sul mercato del lavoro. I legami informali si attivano in funzione di specifici bisogni, “ma spesso è sufficiente che una famiglia sia inserita in un flusso di scambi perché il sostegno arrivi anche se non richiesto in maniera esplicita”. Certamente per gli scambi immateriali, visto che “avere un intorno, una comunità di riferimento, fa sì che il flusso di informazioni e conoscenze sia più ampio rispetto a chi vive in una situazione di isolamento sociale”, ma anche, come vedremo, per gli scambi materiali.

L’individuo è immerso in una rete di rapporti sociali multidimensionali e interagisce con il mondo che lo circonda, influenzandolo e restandone influenzato.

Si tratta di tutto ciò che ha a che fare con il capitale sociale, cioè le risorse di cui si dispone perché si fa parte di reti di relazioni sociali. Come tutti i capitali, anche di questo ne è più fornito chi sta meglio: come condizioni economiche, di salute, del territorio in cui si vive, etc. Esistono, insomma, disuguaglianze anche sotto questo aspetto.

2. Le reti si accorciano per le trasformazioni sociali

La rete di persone su cui contare è influenzata dalle più generali trasformazioni sociali: il declino demografico, l’invecchiamento della popolazione, la riduzione del divario nella sopravvivenza tra maschi e femmine, la crescita degli stranieri, la presenza delle seconde generazioni (i figli degli immigrati; tra non molto ci sarà la terza generazione), il ritardo nel fare i figli, la crescita dell’instabilità coniugale e la diminuzione della dimensione media delle famiglie, unita al loro aumento. L’effetto di questi mutamenti è che le reti di parentela sono sempre più allungate (ci sono più generazioni coesistenti e per più tempo) e strette (hanno meno membri): negli ultimi vent’anni, la dimensione della rete familiare costituita da parenti, coabitanti oppure no, si è contratta (5,4 persone in media) ed è leggermente aumentata quella composta dagli altri parenti su cui si conta (1,9).

Non in modo uniforme, però. Gli anziani possono contare su più parenti stretti rispetto al passato, mentre la diminuzione è molto più evidente rispetto alle altre fasce d’età: per effetto della bassa fecondità, ci sono sempre meno figli e nipoti, una diminuzione non compensata dalla presenza di fratelli, sorelle e genitori, a causa dell’età. Invece, i più giovani hanno più nonni, perché si vive più a lungo, e quindi più parenti su cui contare rispetto al passato. Da notare che “nelle aree urbane gli individui hanno maggiore possibilità di prescindere dalla rete stretta e allargare i propri rapporti con la rete di amici, rimodulando nel corso della vita la dimensione e la forma della propria rete. Di contro, nelle aree rurali e nei contesti urbani di ridotta dimensione rimane forte il tipo di legame più tradizionale, che si sostanzia in rapporti fitti con i parenti più stretti”.

Persone di 18 anni e più per numero di parenti stretti (coabitanti e non) e numero di altri parenti su cui contare per classe di età – 2016 (valori medi). Fonte: Istat, Rapporto Annuale 2018

3. Una persona su cinque non può contare su nessuno

Quasi l’80% delle persone con più di 18 anni può contare almeno su un parente, un amico o un vicino; il 18,9%, però, non può contare su nessuno (si tratta di persone tecnicamente sole); il 6,4% solo sui vicini e il 10,6% solo sugli amici. C’è un altro dato interessante: circa il 45% degli individui ha almeno una persona non coabitante su cui contare in caso di bisogno urgente di denaro (800 euro); ciò significa che più di una persona su due non ce l’ha.

I più penalizzati sono le famiglie a basso reddito con stranieri, quelle “tradizionali” della provincia e quelle degli operai in pensione e i giovani disoccupati.

Anche qui ci sono delle differenze: le persone con meno o nessun contatto sono molto più presenti nelle fasce d’età più avanzate (dai 55 anni in su, la percentuale è tra il 23,1% e il 27,7%). I più penalizzati per entrambi gli aspetti (contatti e denaro) sono invece le famiglie a basso reddito con stranieri, quelle “tradizionali” della provincia e quelle degli operai in pensione e i giovani disoccupati (chi appartiene alla classe dirigente e alle famiglie di impiegati presenta i valori più bassi: ha più rete e più possibilità di ricevere un aiuto economico). È più bassa della media nazionale, ma di meno, anche la percentuale di famiglie a basso reddito di soli italiani che può contare su un aiuto economico in casi straordinari.

Persone di 18 anni e più per classe di età e combinazione di persone su cui possono contare – 2016 (valori percentuali). Fonte: Istat, Rapporto Annuale 2018

4. Prevalgono gli aiuti ricevuti soft

Quali sono gli aiuti che, in concreto e gratuitamente, si ricevono in una rete? Al primo posto ci sono quelli nelle attività domestiche (più del 30% tra coloro che ricevono un aiuto gratuito), poi la compagnia e l’accompagnamento (meno del 30%), l’espletamento di pratiche burocratiche e l’assistenza ai bambini (entrambi intorno al 25%). Seguono l’aiuto economico e, sotto al 20%, le prestazioni sanitarie e l’accudimento e l’assistenza degli adulti. Le famiglie più aiutate sono soprattutto quelle composte da genitori soli con almeno un bambino (29,9%), seguite dalle coppie con figli e dalle persone sole con più di 65 anni. È interessante notare come si sono trasformati gli aiuti negli ultimi vent’anni: “cambia la graduatoria delle tipologie degli aiuti ricevuti sul totale, perché cambia la struttura delle famiglie, meno numerose e con meno bambini. Rimane pressoché stabile la quota delle famiglie aiutate, ma aumenta la combinazione delle tipologie di aiuto ricevute, e più forme diverse di aiuto raggiungono la stessa famiglia“.

5. Aumentano i caregiver, ma con meno ore

Ecco perché aumentano i caregiver (le persone che concretamente danno un aiuto gratuito), che però dedicano agli aiuti meno tempo rispetto a vent’anni fa. Dal 1998 al 2016, i cargiver sono passati dal 22,8% al 33,1% della popolazione, mentre le famiglie che hanno ricevuto aiuti (da parte di persone non coabitanti) sono rimaste stabili, attorno al 16,1%. Il fatto è che, come abbiamo detto, gli aiuti dati e ricevuti sono estremamente legati ai fenomeni demografici: “da una parte l’invecchiamento della popolazione fa aumentare il bacino di persone che hanno bisogno di assistenza, soprattutto i ‘grandi anziani’, dall’altra fa sì che più persone, i ‘giovani anziani’, siano più di frequente nella condizione di fornire aiuti”. Infatti, l’età media dei caregiver aumenta di tre anni (ora è di circa 50 anni). Come noto, le donne prestano più aiuti (35,4%) degli uomini (30,7%), anche se l’aumento di cui parlavamo ha riguardato entrambi i sessi (nel 1998 erano, rispettivamente, il 24,8% e il 20,7%). Certo, le donne prestano aiuto per un maggiore numero di volte e per un numero di ore superiore.

6. Un individuo su cinque è privo o quasi di sostegno (più della media europea!)

Può sembrare poco credibile, ma l’Istat scrive a chiare lettere che “nel confronto con l’Unione europea, l’Italia mostra una maggiore fragilità” nella percezione del sostegno sociale: infatti, la percentuale di coloro che percepiscono un sostegno “forte” dalle reti di cui fanno parte è più bassa della media dei paesi europei (27,8% contro 34,1%) ed è più alta quella di chi ha un sostegno “debole” (17,4% contro 15,5%). La maggioranza di chi vive in Italia dichiara di percepire un sostegno “intermedio” (55,1%), ma la quota di chi si sente privo o quasi di sostegno, il 17,4% prima richiamato, non è certo bassa. Tra chi ha un sostegno debole, il 70% può contare solo su una o due persone e più del 10% su nessuna; quasi il 30% denuncia scarsa o nessuna attenzione degli altri alle vicende che accadono nella vita; il 70% dichiara che sarebbe difficile o molto difficile avere un aiuto da un vicino in caso di bisogno. Anche in questo caso emergono delle disuguaglianze non di poco conto: chi ha un titolo di studio elevato percepisce un sostegno forte quasi nel 40% dei casi, mentre per chi è meno istruito la quota scende al 33,2%. Il sostegno debole, poi, è percepito di più se ci si trova in condizioni di salute (fisiche e psicologiche) compromesse.

Il quadro non cambia se c’è una persona che a pagamento assiste un disabile o un anziano (la badante), anche per gli anziani che vivono soli; un fattore che dunque, pur fornendo un aiuto pratico, non influenza la percezione del sostegno sociale. Altre informazioni: in Italia, le persone più fragili, cioè gli anziani in cattive condizioni di salute e con perdita di autonomia, possono godere di una rete di sostegno più forte; tuttavia, percepisce un sostegno sociale più debole chi ha redditi più bassi, chi presenta disturbi depressivi e ha un indice psicologico negativo, le famiglie con un solo genitore e le persone sole con più di 65 anni e soprattutto quelle sole con meno di 65 anni rispetto agli altri tipi di nuclei. Ed anche chi abita nelle aree densamente abitate, rispetto a quelle scarsamente popolate (20,0% contro 15,3%); forse, scrive l’Istat, a causa dell’allontanamento fisico tra le persone e per la riduzione dell’ampiezza delle famiglie, fenomeni che si presentano maggiormente nei centri più grandi.

7. Le condizioni materiali contano anche nelle relazioni sociali

“L’apertura e l’eterogeneità delle reti in cui si è inseriti hanno un effetto positivo sul benessere percepito. Maggiori sono le occasioni di contatto con cerchie di persone differenti, migliore è la percezione della qualità della propria vita. Le persone sole e isolate sono le più insoddisfatte della vita, delle relazioni, del tempo libero e ripongono meno fiducia negli altri rispetto a quelle che abitano con qualcuno della propria famiglia“.

Soltanto dopo aver soddisfatto i propri bisogni primari ci si può dedicare al tempo libero, coltivare interessi, dedicarsi agli altri.

Sembrano considerazioni quasi scontate, ma lo sono meno se le mettiamo a confronto con i fattori oggettivi che condizionano la qualità della vita: i legami sociali, infatti, scrive l’Istat, sono influenzati dal sesso, dall’età, dal titolo di studio, dalla condizione occupazionale e dall’appartenenza ad una famiglia numerosa o dal vivere da soli; e la soddisfazione della vita è a sua volta influenzata dalla salute, dal reddito e dalle condizioni materiali in cui si vive. “Soltanto dopo aver soddisfatto i propri bisogni primari, infatti, ci si può dedicare al tempo libero, coltivare interessi, dedicarsi agli altri“.

8. Italia più egoista?

Come diceva Epicuro, richiamato all’inizio, abbiamo bisogno più del poter fare affidamento su un aiuto che dell’aiuto concreto. Ovviamente, il sostegno materiale conta tantissimo, ma qui forse ciò che più interessa è quanto ci si senta soli. Abbiamo messo in evidenza che in Italia, rispetto alla media Ue, al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, si percepisce meno sostegno sociale. Le reti sono più corte, una persona su cinque non può contare su nessuno o percepisce un sostegno debole, le badanti aiutano ma non sono decisive nel colmare i vuoti sociali; fenomeni che, tanto per cambiare, sono più denunciati da chi sta peggio. Questo è il vero problema, specialmente in un paese in cui il welfare è così poco amichevole. Forse anche l’Italia sta cambiando: da terra del darsi una mano, specialmente in famiglia e tra parenti, fino ad arrivare alla degenerazione del “familismo amorale” di cui parlava Banfield, a paese più in linea con tutti gli altri, dove egoismo, individualismo, competizione tra le persone e scarsa fiducia nel “prossimo” sono emersi in modo così evidente?

Foto di copertina di Chris Reading da Pixabay

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