Idee

Le auto e il governo (che non c’è)

Più schiavi che liberi
I costi di mantenimento del parco macchine sono altissimi. Eppure l'Italia vanta il record di motorizzazione, con una piccola regione a fare da capofila. Perché? C'entra il fatto che il governo del territorio è stato abbandonato e lo sviluppo è determinato da interessi che sono quelli dei soliti pochi

Luca Trepiedi

Sapete quanto ci costa ogni anno l’auto? Proviamo a fare due conti prima di salire in macchina e mettersi in marcia per le ferie. Ammonta a 148 miliardi di euro la spesa annuale degli italiani per l’auto considerate varie voci: acquisto e ammortamento del costo del veicolo, carburante, parcheggi, autostrade, tasse automobilistiche, premi Rca. A rilevarlo è l’Aci elaborando i dati del 2015. Facendo due conti, sono oltre 5.700 euro per famiglia: numero che si ottiene dividendo il totale della spesa stimato (148 miliardi appunto) per 25,8 milioni di nuclei familiari attestati dall’Istat. Inutile dire che si tratta di cifre enormi, perfino valutabili per “difetto” visto che non includono altri oneri attribuiti alla fiscalità generale (dunque pagati sempre dai cittadini) relativi alla costruzione di strade e aree di sosta, alla loro manutenzione, alle uscite degli enti locali per arredi e segnaletica oltre a una serie di altri aspetti definenti l’”impronta” complessiva dell’auto: costi sanitari di incidenti stradali (duecentomila quelli con lesioni alle persone in media nell’ultimo triennio in Italia), danni da inquinamento e stress, insicurezza, occupazione di spazio urbano e degrado della vita sociale.

Che cosa paghiamo?

Delle voci che compongono il conto economico dell’auto per l’Aci, ad aumentare di più (periodo 2000-2015) insieme ai pedaggi autostradali (+88%) sono le spese per gli pneumatici e il ricovero dei mezzi (entrambi a +36%). Va segnalato anche un inasprimento consistente della tassazione sulla proprietà del veicolo (+32%) che è arrivata a sfondare i 5 miliardi di euro l’anno per l’intero comparto dell’auto. Tra i costi di esercizio, i carburanti nonostante i ribassi recenti dei prezzi del petrolio “drenano” ogni anno alle famiglie 35,4 miliardi di euro (erano 29 miliardi nel 2000). La voce di spesa principale riguarda tuttavia l’ammortamento dell’investimento necessario all’acquisto del veicolo: 49,6 miliardi di euro, pari a oltre 1/3 del totale.

Comprare è sempre sinonimo di benessere?

Fatti questi due conti, il dato più impressionante fotografato dall’Aci riguarda tuttavia il numero di autoveicoli in circolazione. A fronte di costi crescenti di cui dicevo, nel 2015 il parco circolanti è salito a 37,3 milioni con un aumento delle immatricolazioni del 16% sull’anno precedente. Si consolida pertanto il primato che vede l’Italia ai vertici mondiali per rapporto vetture/abitanti. In Europa nessun altro paese ha cifre paragonabili e un uso più misurato delle quattro ruote si nota da tempo in grandi capitali (Parigi, Londra) e città di punta scandinave, olandesi, tedesche. Sono realtà ad alto reddito pro capite e in cui le famiglie conservano alte capacità di spesa, dove però si sceglie spesso di camminare, si va a scuola e al lavoro in bici o con i mezzi pubblici e si ricorre all’auto solo quando serve. Magari si rinuncia alla seconda vettura per spendere in altri beni o attività: si fa qualche viaggio in più; si riesce ad andare settimanalmente al cinema o a teatro (se piace); per chi preferisce c’è la possibilità di guardare qualche partita in più dal vivo allo stadio; si può ristrutturare la casa evitando altri sprechi inutili (energetici) e così via.

Il primato italiano

Dunque in barba alla crisi economica, al clima che cambia, agli stili di vita salutari e ai medici che consigliano di fare moto, il parco auto in Italia è in crescita; e ad aumentare non sono le vetture ibride (1,9% delle nuove immatricolazioni) né tantomeno le elettriche (solo lo 0,1%) quanto piuttosto quelle equipaggiate con motori tradizionali, diesel o benzina. È vero che su questi numeri pesa una cultura radicata del motore che ha anche fascino e motivazioni nobili (i successi italiani nello sport e nella tecnologia, per dire). Ma c’è dell’altro oltre a una questione di “mentalità”. Detto in termini semplici, si rinuncia all’auto se ci sono vere alternative alla portata e se farne a meno non implica troppi disagi (scomodità, perdita di tempo) per le persone. Sull’auto abbiamo invece deciso di organizzare le città e i luoghi di vita per decenni, e per l’auto siamo costretti oggi a spendere quote importanti del nostro reddito.

I numeri record dell’Umbria

Nel Paese con il record europeo di automobili c’è poi una piccola regione che può vantare un primato di cui nessuno o quasi parla. È l’Umbria. Nell’ex “Cuore Verde” d’Italia circolano 689 auto ogni 1.000 abitanti. È il primo posto in Italia, battute perfino le regioni padane, le grandi aree urbane del sud o della costa emiliana (all’ultimo posto c’è la Liguria). L’aumento più consistente del parco auto negli ultimi quindici anni (+77%) si è avuto in Trentino, grazie a una particolare normativa fiscale che incoraggia le grandi società di noleggio a immatricolare i veicoli lì (e in Valle d’Aosta). Nell’Umbria in piena deflazione, con i grandi colossi produttivi in difficoltà da tempo (Perugina e Ast per dirne solo due), con oltre 1400 aziende piccole e medie in cassa integrazione o a rischio chiusura, più di 100 mila cittadini nel 2015 hanno dovuto provvedere a ricambiare la macchina, acquistandone di nuove o di usate. Un vero paradosso.

Uno dei tanti rebus per l’estate

Per passatempo, mentre ci si riposa sotto l’ombrellone, pensiamoci un istante: come si spiega che famiglie in difficoltà sostengano una spesa così alta per i trasporti? Chi paga di più e come si può pensare di rimediare? Una facile soluzione al paradosso è dire che, nonostante le ansie economiche diffuse, rimangono possibilità di spesa enormi in molti strati sociali. Si può quindi ignorare il fenomeno perché non è poi così grave conviverci (è la risposta media delle istituzioni e di molti cittadini). Anzi, tanto agio può provare addirittura l’esistenza di spazi per altri prelievi sull’auto a futuro vantaggio delle casse pubbliche. Da parte mia (sempre per gioco) tenderei a sostenere che con il “record umbro” c’entrano poco il benessere o la passione tardiva delle persone per i motori ma molto di più i cambiamenti del territorio e un calo vistoso della capacità di pianificazione e governo. Per anni in effetti si è espulsa l’accessibilità dai criteri di sviluppo. Si sono tagliate scuole e concentrati ospedali per risparmiare spesa pubblica; si sono costruiti poli del commercio in zone sempre più periferiche in ossequio agli interessi privati (il terreno libero costa meno); per la stessa ragione si sono moltiplicati i siti produttivi e i progetti residenziali senza pensare al modo di colmare le distanze tra gli uni e gli altri, e dunque senza contare gli effetti sul traffico che si sarebbero generati. Questi processi all’opera un po’ ovunque, in una regione fatta di piccoli centri e nuclei urbani diffusi ha significato abbandonare al degrado i servizi di un tempo. Non essendo pensabile avere bus e treni nei posti più disparati, né andare a piedi o con le bici in collina e su distanze sempre maggiori, i cittadini si sono trovati del tutto dipendenti dall’auto. Altro non hanno potuto fare se non adattarsi con l’acquisto della seconda e terza macchina per famiglia.

Concluderei col dire che tale modello di crescita ha imposto sacrifici non solo economici. Il problema delle auto sono, in effetti, i gas che emettono quando sono in moto ma anche il fatto che, se sono troppe, alla lunga complicano le possibilità di muoversi. Generano code nei punti di accesso alle città, relegano pedoni e bici a categorie residuali rispetto al motivo per cui sono progettate le strade. Le quattro ruote poi ingombrano anche da ferme. Lo spazio destinato alle auto è sottratto alla collettività e impedisce ai bambini di giocare in strada, aumentando i pericoli per tutti.

Come se ne esce ora? Bel rompicapo no?

Buone vacanze.

Foto di copertina tratta da pixabay.com

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