Percorsi

L’arcobaleno del Perugia Pride

Nelle scuole di giornalismo insegnano a non scrivere mai in prima persona. C’è questa storia della neutralità, e quindi della “impersonalità” dei giornalisti molto malintesa, che approssimata per eccesso diventa non di rado ignavia, che è uno dei tanti modi per stare dalla parte del più forte. E poi nessuno è neutrale, neanche la mattina al primo caffè: c’è chi ci mette un cucchiaino di zucchero, chi due, chi lo prende amaro; chi preferisce il the e chi un succo di frutta.

E comunque questa cosa non è un articolo, per cui può essere scritta in prima persona. Perché non è il punto di vista di un giornalista che racconta una cosa; è l’angolo di visuale di uno che ha scelto di entrarci dentro, di starci, di parteciparvi. La cosa è il Perugia Pride, la manifestazione dell’orgoglio delle persone LGBT, e anche di quello delle tante persone etero che erano in quella piazza. Non è un articolo, dicevo, è un elenco di cose viste, sentite e pensate, più o meno in ordine cronologico.

1) All’imbocco di via Ulisse Rocchi, dall’alto, prima non si sente nulla; poi, percorsi i primi metri, bassi e percussioni; scendendo la discesa, pian piano, sempre più chiara, Mi vendo di Renato Zero (“Ci sono ancora, non sono partiti”).

2) Sotto l’Arco Etrusco, appena dentro piazza Grimana, le prime facce note. “Ciao”, “Oh, ciao”. Baci, abbracci, pacche, strette di mano. “Hai visto le elezioni?”. “Sì, vabbè, però stiamo qua”. Sorrisi.

3) Dal camion davanti una voce annuncia: “Si parte”. (“Polizia e carabinieri non si vedono neanche. Tanti colori, parecchie persone”).

4) Imbocchiamo via Pinturicchio. La riempiamo. Sui muri alti dei palazzi senza soluzione di continuità rimbalzano note e parole. (“Siamo un bel po’, tanti giovani, tanti giovanissimi”).

5) Alla fine di via Pinturicchio una compagna di manifestazione fa: “Devo andare ad aprire il negozio, chi vuole la bandiera?” (è quella arcobaleno, piccolina, di carta). “Io”, dico. “Tieni”. “Grazie”. Vado da mio figlio e gliela do. La sventolerà fino a distruggerla.

6) Via XIV Settembre. (“Qua sotto una volta c’erano i matti. Chiusi dentro il manicomio. Poi arrivò un’ondata che abbattè i muri e aprì quei reclusori inumani, sembrava impossibile; è stato possibile. Ancora dopo, all’inizio degli anni novanta del secolo scorso, uno dei padiglioni abbandonati venne occupato, ci fecero un centro sociale e lo riempirono di vita: parole, musica, cinema, pranzi, cene, scazzi, amori e tantissimo altro; proprio lì, dove le persone fino a un po’ d’anni prima venivano contenute. Tuttora c’è un asilo comunale, è uno dei migliori della città, nonostante i tagli e le miopie politiche, ma questa è un’altra storia”). Ancora facce conosciute. Facce degli anni dell’ex Cim, il centro sociale si chiamava così. “Hai visto quanti siamo?”. “Sì, bello”.

7) Un papà e una mamma tengono per mano il figlio. Accanto ci sono due ragazze, indossano la maglietta delle famiglie arcobaleno. Poi, nel frastuono, una voce dal camion della Cgil: “Fabrizio!”. Mi volto, incrocio lo sguardo con quello di chi mi ha chiamato, sorrido ricambiato. “Ciao”. Lui mi fa: “Ho saputo di quella polemica, poi mi dirai”. Io: “Sì, sento in tanti parlare di politica, ma io in mezzo a ‘sto casino non ce la faccio, e poi me la godo”. “Sì, anch’io, non mancherà occasione, ciao”. “Ciao”. Sotto c’è Raffaella Carrà: com’è bello far l’amore da Trieste in giù…

8) Incrocio una vecchia conoscenza, è venuta su da Terni, mia città natale. “Lì – mi dice – una cosa del genere sarebbe impossibile”. Ci mettiamo a parlare di politica, contraddico il me stesso di poco prima per un tratto del corteo.

9) Giovani. Tanti giovani. Birre. Colori.

10) Siamo entrati in via Masi. Si avvicina una donna. Ha un cestino in mano, dentro tante piccole lingue di carta arrotolate. Mi invita a prenderne una. Lo faccio. Srotolo. C’è scritto qualcosa. Leggo: “Prendi tua figlia e insegnale la disobbedienza. È rischioso, ma è più rischioso non farlo”. [Sofocle]. Mi emoziono. Mia figlia è qua in mezzo con alcune sue amiche, e sì, conosce la disobbedienza.

11) Un ragazzo e una ragazza camminano tenendosi per mano. Si guardano, e si baciano.

12) Due ragazzi camminano tenendosi per mano. Si guardano, e si baciano.

13) Due ragazze camminano tenendosi per mano. Si guardano, e si baciano.

14) Un papà culla un neonato che avrà sì e no due mesi.

15) La gente è sempre di più. Tanti giovani, tanti giovanissimi. Tanti sorrisi.

16) Alla penultima curva di viale Indipendenza, prima di arrivare in piazza Italia, dove si concluderà la manifestazione, c’è una faccia nota. È una delle voci critiche e libere della città. Sta fermo in piedi. Sorride. Lo vedo. Sorrido. Mi stacco dal corteo. “Ciao” (sorriso). “Ciao”, risponde sorridendo. Stretta di mano. Proseguo. Arrivo.

17) “I diritti sono di tutti e tutte”, dice una voce appassionata dal palco. Poi c’è Jacopo Fo, si rivolge alla platea di “malati” declinando con un elenco come i diritti siano di tutti, “spettinati e coi capelli rossi” eccetera eccetera… (“Bella idea. Siamo di mille categorie, etero e gay è solo una delle distinzioni possibili, e non fa neanche la differenza”).

18) Salgono le drag queen. Una di loro, coloratissima, descrive cosa è il Pride in poche, semplici parole, raccontando di quando ci si vergognava a mostrarsi per come si era (ci si doveva vergognare) e di come ora invece, lo si rivendichi, quello che si è. (“Le cose cambiano, a viverle dal di dentro sembrano sempre uguali, invece cambiano”).

19) La gente sciama per le vie circostanti. “Andiamo a farci una birra?”. “Sì, andiamo”.

20) Vado verso la birra. La manifestazione è tecnicamente finita. Una bambina, la continua a far vivere immergendosi tra le persone che non vi hanno partecipato contaminandole con lo spirito del Pride. È vestita in maniera coloratissima, sventola la bandiera arcobaleno. (“Che bella”).

21) La manifestazione è tecnicamente finita un paio d’ore fa. Le persone che vi hanno partecipato continuano a contaminare le altre con la loro presenza. Una ragazza cammina con il suo gruppo di amici e amiche a corso Vannucci, cuore del centro storico, issando con la stessa splendida sicurezza il cartello che avevo visto prima, nel vivo del corteo: “Più ditalini meno Salvini”, c’è scritto.

22) La manifestazione è tecnicamente finita circa tre ore fa. Le persone che vi hanno partecipato continuano a contaminare le altre con la loro presenza. Ora sono le drag queen a sfilare per corso Vannucci all’ora dell’aperitivo del primo sabato pomeriggio in cui si assaggia un po’ di primavera. Camminano lente, signorili, si fanno guardare. Sguardi ammirati. Sorpresi.

23) Torno a casa. Salgo sul mezzo pubblico che mi riporterà alla macchina. Un ragazzo in t-shirt bianca e bermuda saluta l’amico che vede arrivare. “Ciao Miche’, sei stato al Pride?”. “Sì”. Abbracci. Sorrisi.

24) Sto sul mezzo che mi riporta al parcheggio. (“Che idea strampalata quella di volere gli altri a tua immagine e somiglianza. Siamo diversi per come prendiamo il caffè, per come non lo prendiamo, per come ci piace vestirci e per come ci piace fare l’amore. Qui nessuno costringe nessuno. Qui ci sono una minoranza che invoca diritti per tutti e tutte e una maggioranza, o sedicente tale, che predica diritti variabili che sono la negazione del diritto. Qui c’è una minoranza che è stata segregata e che qualcuno vorrebbe ancora segregata che non cerca vendette, non vuol segregare nessuno e che dopo aver sperimentato su di sé l’ostracismo e il tentativo di soppressione vuole invece la libertà di tutti, perché sa quant’è preziosa, la libertà. E sorride”). Sono arrivato, questa è la mia fermata.

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