Idee

L’acqua è meglio pubblica

Dove i privati gestiscono le reti di distribuzione dell’acqua l’efficienza non è affatto garantita e i costi per gli utenti arrivano a essere molto alti. Invece gli acquedotti che hanno meno perdite sono gestiti da società interamente pubbliche

Il dato l’hanno divulgato con fierezza: “4.212.396 milioni di utile netto, risultato migliore di sempre nella storia della società, bilancio approvato all’unanimità per la seconda volta consecutiva nei sedici anni dalla nascita di Umbra Acque”. Un trionfo, parrebbe. Poi l’amministratrice delegata, Tiziana Buonfiglio, ha sottolineato che “i risultati del 2018 rispettano e superano gli obiettivi che la società si è posta per l’anno attraverso l’aggiornamento del piano industriale nel quale sono definiti i quattro pilastri peculiari del Gruppo Acea di appartenenza: la crescita industriale, il territorio e la sostenibilità, la qualità del servizio e l’innovazione tecnologica, l’efficienza operativa e la cura delle risorse umane”.

La prima incrinatura

È a questo punto che emergono due incrinature in quello che sembrerebbe il solido racconto di un successo. La prima: la società – cioè quell’Umbra Acque che eroga il servizio idrico a metà dei cittadini dell’Umbria – è (sarebbe) in mano pubblica, visto che il 60 per cento delle azioni è distribuito tra soggetti pubblici e solo per il restante 40 per cento è di proprietà di Acea. Ma l’amministratrice delegata i soci pubblici, cioè la maggioranza, non li nomina neanche, perché c’è il “Gruppo Acea di appartenenza” che definisce i piani di sviluppo. Questo chiarisce abbastanza i rapporti che si vengono a creare in seno alla governance di società che gestiscono servizi pubblici cruciali in cui vengono fatti entrare soggetti privati che non è esagerato definire colossi, se confrontati agli enti pubblici con i quali entrano in affari. Per capire le dimensioni del fenomeno, basta fare riferimento al fatto che Acea nel 2017 ha fatturato 2,8 miliardi; il bilancio dell’intera regione dell’Umbria è stato nello stesso periodo di 2,3 miliardi. Quello del Comune di Perugia, capoluogo di regione servito da Umbra Acque, di cui detiene il 33 per cento delle azioni, è stato di 175 milioni. Si tratta quindi, come si capisce, di rapporti di forza che vanno molto al di là della composizione della compagine societaria. Non è un caso quindi che l’amministratrice delegata si senta “parte del Gruppo Acea” e non faccia riferimento alla maggioranza dei soci dell’azienda che gestisce, Comuni che governano un territorio in cui vivono 500 mila persone. E Acea con l’acqua ai cittadini vuole farci soldi, più che legittimamente da parte sua, perché c’ha da remunerare i soci che ne detengono il capitale. Per capire: gli oltre quattro milioni di utile sono stati questa volta destinati a riserva, ma restano proprietà di una società per azioni il cui 40 per cento (cioè la quota di Acea) è controllato per più della metà dal Comune di Roma, per il 23,3 per cento da una compagnia franco-belga, la Suez, per il 20 per cento da azioni comprate e rivendute quotidianamente in Borsa, e per il 5 per cento da Francesco Gaetano Caltagirone. Se, per ventura, quegli utili fossero stati divisi tra gli azionisti, a un singolo individuo, Caltagirone appunto, sarebbero arrivati 84 mila euro sotto forma di bollette pagate dagli umbri. Senza contare che altri 859 mila euro sarebbero volati nelle casse del Comune di Roma.

La seconda incrinatura

Ce n’è abbastanza per chiedersi: perché? Qual è il valore aggiunto che trae un territorio dal far gestire il suo bene più prezioso a una società che risponde agli interessi di un comune lontano, di francesi, di belgi e di potenti azionisti privati? E qui si apre la seconda faglia. Perché dei “quattro pilastri peculiari del Gruppo Acea di appartenenza” snocciolati da Buonfiglio, l’unico che si possa dire con sicurezza che viene monitorato con cura è quello della crescita industriale (cioè dei profitti). Su “attenzione a territorio e sostenibilità”, “qualità del servizio e innovazione tecnologica”, e sull’“efficienza operativa”, c’è una criticità che equivale a un mare di poco meno di 30 milioni di metri cubi d’acqua, che sono le perdite totali annuali della rete gestita da Umbra Acque. Considerando che ognuno di quei milioni di metri cubi è stato captato, depurato e poi immesso in rete utilizzando energia elettrica, parliamo di un costo di poco più di un euro a metro cubo, 35 milioni di euro all’anno buttati, più o meno; non uno dei migliori esempi di “sostenibilità e di efficienza operativa”, e neanche di “innovazione tecnologica e investimenti”, visto che per ammodernare la rete che perde da tutte le parti servirebbero proprio innovazione e investimenti, che a giudicare dai risultati non paiono affatto sufficienti. E la tendenza non è al miglioramento, anzi: in Umbria le perdite d’acqua sono passate, secondo quanto rilevato dall’Istat, dal 38,6 per cento del 2012 al 46,8 per cento del 2015. E in Umbria Acea gestisce il servizio idrico anche in provincia di Terni, attraverso la partecipazione all’interno del Sii (Servizio idrico integrato) mediante la controllata Umbriadue. Insomma: c’è una società che spreca quasi la metà della sua materia prima ma fa milioni di utili. Ancora, viene da chiedersi: perché? Forse perché stiamo parlando di un servizio essenziale alla vita stessa, di cui i cittadini non possono fare a meno, e che da essi viene pagato attraverso le bollette, che, visti gli utili, coprono anche le perdite dei milioni di metri cubi d’acqua. Sprechi o non sprechi, il privato il suo profitto ce l’ha garantito.

La stessa storia in tutta Italia

Stiamo parlando di Acea, che eroga l’acqua a circa otto milioni di italiani. Ma il discorso vale anche per gli altri colossi delle multiutilities operanti in Italia: Hera, che nel 2017 ha fatturato 6,13 miliardi, e A2A (5,9 miliardi di fatturato). Se a questi giganti conviene di sicuro gestire il servizio idrico, i cittadini farebbero bene invece a farsi due conti. In Italia “il volume di perdite idriche totali nella rete di distribuzione dell’acqua potabile ammonta nel 2015 a 3,45 miliardi di metri cubi, corrispondenti a una dispersione giornaliera di 9,4 milioni di metri cubi”, attesta l’Istat, che rileva anche come generalmente, seppure di poco, le reti idriche gestite dal pubblico subiscano meno perdite. Questo servizio in cui il contenimento degli sprechi, a giudicare dai dati, non sembra essere una priorità, pesa sui cittadini, i quali pagano di più, secondo quanto rileva uno studio di Cittadinanzattiva, proprio nei comuni in cui l’acqua è gestita da privati. Acea non ce ne vorrà, ma tra le regioni in cui si sborsa di più per far scorrere l’acqua dal rubinetto ci sono Umbria e Toscana, dove Acea, con Umbra Acque, Sii e Publiacqua, la fa da padrona. E dei primi cinque comuni capoluogo italiani in cui l’acqua si paga di più, tre rientrano sotto la sua “giurisdizione: Grosseto, Siena e Frosinone. Con i frusinati che subiscono anche la beffa di essere residenti in un comune in cui si spreca il 75 per cento dell’acqua immessa in rete.

Pubblico è meglio

Come si rilevava, dal punto di vista delle perdite anche i gestori pubblici non riescono a fare molto meglio dei privati, nel complesso. C’è una costante però. In tutti i comuni più virtuosi, quelli in cui si rilevano meno sprechi, il servizio idrico è in mano completamente pubblica. Succede, lo certifica l’Istat, a Mantova (11,6% di perdite), Pordenone (11,7%), Monza (12%), Foggia (12,9%), Udine (13,7%), Lanusei (13,9%) e Pavia (14,8%), che non superano il 15% di perdite. E succede anche a Macerata, unico comune capoluogo a contenere le perdite d’acqua sotto il dieci per cento. Le società possono chiamarsi Apm a Macerata, Tea a Mantova, BrianzAcque a Monza, Acquedotto pugliese a Foggia, Asm a Pavia, Abbanoa a Lanusei. Tutti nomi sconosciuti, mica come i giganti privati. E La stessa cosa succede in Valle d’Aosta, unica regione insieme al Piemonte ad aver ridotto le perdite dal 2012 al 2015, nelle province di Trento e Bolzano e a Pordenone. Se i comuni e le aree virtuose sono sempre in mano pubblica, lo stesso non può dirsi per le zone in cui si spreca di più, dove sì, ci sono anche società pubbliche a gestire, ma come si è visto, anche parecchi privati. Ai quali forse è bene che i cittadini comincino a domandarsi se conviene appaltare servizi cruciali per la vita di una comunità.

In copertina, foto dal profilo Flickr di Dirklaudio

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