Opinioni

La zona rossa light, il Pil e i criceti

Chiunque viva nella attuale zona rossa in cui si trova un pezzo di Umbria ha constatato che non c’è paragone con il blocco del marzo-aprile scorsi. Il traffico nelle strade è quello consueto, e alle attività che erano già chiuse o limitate si sono aggiunte solo le scuole elementari, le materne e gli asili nido che nel frattempo una sentenza del Tar ha riaperto. Il sacrificio in più, insomma, è stato chiesto a una fascia di popolazione e a strutture “non produttive di Pil”. Il segnale che si è dato – potente, assertivo, diretto, lineare ancorché non esplicitato e depositato nell’inconscio sociale – è che se c’è da sacrificare qualcosa, quel qualcosa può avere a che fare con la socialità, la formazione, la convivialità, ma non con i fatturati.
L’argomentazione contraria è conosciuta: se non si produce ricchezza, diventiamo tutti più poveri, quindi le chiusure sono da scongiurare. Il fatto è che da un bel po’ questo sistema produce tanta ricchezza per pochissimi e insicurezza sociale e precariato diffuso per quasi tutti. E chi la utilizza, l’argomentazione della ricchezza, non immagina neanche che si possa organizzare la vita pubblica non basandola solo ed esclusivamente sui fatturati, e per questo non è in grado di fermarsi neanche di fronte a un’emergenza sanitaria; e quando lo Stato ricorre ai sussidi, inorridisce perché, contessa, quello è assistenzialismo. Chi contesta che in queste condizioni si debbano fermare tutte le produzioni non essenziali, è propugnatore di quell’adagio, “non c’è alternativa”, che ci costringe a pedalare senza meta come criceti nelle gabbie.
Beninteso: non si tratta di essere fautori degli squadroni della morte nelle strade o della delazione dei runner. Responsabilità e consapevolezza ci consentirebbero un lockdown umano per riprenderci poi la socialità e tutto il resto a cui siamo costretti a rinunciare per evitare il disastro. Invece ci si chiede di far finta che nelle scuole ci si contagia e dove si lavora no. Ma neanche un criceto ci crederebbe, dai.

In copertina, foto da hippopx.com

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