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La voracità inumana del sistema. Appunti per il dopo coronavirus

Quando si parla del dopo coronavirus si dà sempre la priorità a come far ripartire un sistema economico inceppato. Ma il coronavirus si sta incaricando di dimostrarci l’inumanità di quel sistema

Quando si parla del dopo coronavirus lo si fa per lo più pensando all’economia. Cioè a tutto ciò che si pensa potrà consentire al sistema economico di ripartire. Questo approccio dà per scontata la centralità del sistema economico stesso nonché il suo indissolubile legame con le persone in carne e ossa. Ma non è così. Nonostante le cose si facciano coincidere, le persone e il sistema economico non sono della medesima natura. E neanche i rispettivi interessi sono sempre coincidenti. Anzi. In tempi ordinari, ad esempio, succede quasi regolarmente che se il pomeriggio un amministratore delegato annuncia un consistente taglio di posti di lavoro, la mattina successiva le azioni della sua azienda acquistino valore. Qui è raccontato brevemente cosa capitò nel maggio 2019 ai titoli Siemens all’indomani della presentazione di un piano che prevedeva il taglio di diecimila posti di lavoro. Qui invece, si descrive la reazione dei mercati al piano di Ubi banca del febbraio scorso in cui si annunciavano duemila esuberi. Spoiler: in entrambi i casi le azioni sono aumentate di valore. Per capire quanto frequentemente capiti una cosa del genere, cioè quanto spesso i destini delle persone che perdono il posto di lavoro seguano un percorso inverso rispetto a quelli dell’azienda che le caccia, ci si può divertire digitando su google la stringa di ricerca “piano licenziamenti balzo delle azioni”.

Nelle settimane impensabili che stiamo vivendo siamo sprofondati in un girone dal quale, se si guarda bene, il sistema economico rivela la sua inumanità anche meglio rispetto a quando le azioni salgono all’annuncio dei licenziamenti. Hanno parecchio colpito le posizioni minimizzatrici di importanti leader mondiali: da Donald Trump a Boris Johnson hanno scandalizzato in molti per la loro iniziale noncuranza rispetto al potenziale mortifero del coronavirus. L’ultimo a suscitare indignazione è stato in casa nostra Urbano Cairo, imprenditore che tra le altre cose è editore di La7 e del Corriere della Sera, protagonista dell’adrenalinico video che potete vedere qui sotto in cui tenta di inoculare ai suoi venditori di pubblicità un po’ del suo fiuto per gli affari perché in queste settimane il sito del suo giornale e la sua emittente sono sempre più seguiti a causa della fame di notizie che caratterizza la gente tappata in casa. Ergo: la pubblicità su quei canali può essere venduta meglio. In diversi non hanno perdonato a Cairo il cattivo gusto di tanta euforia che stride col sentire di un paese che ha visto le salme delle vittime del coronavirus portate al camposanto sui mezzi dell’esercito. Perplessità sono derivate anche dall’integralismo mostrato dagli industriali che hanno resistito quanto più hanno potuto alla chiusura delle attività non essenziali da parte del governo, anche nelle terre martoriate dall’epidemia.

Vittime, non carnefici

A metterli bene a fuoco, il video motivazionale dell’imprenditore della comunicazione, le minimizzazioni di alcuni leader, e la riottosità a chiudere degli industriali appaiono come rivelatori dell’esatto contrario di ciò che si addebita ai protagonisti che li hanno agiti. Questi sembrano infatti più vittime che carnefici. Vittime di un sistema economico che li condanna a privilegiare le sue (del sistema) esose richieste di sopravvivenza a scapito della salvaguardia della salute e dell’incolumità pubbliche. Cosa che in una situazione estrema come quella generata dal coronavirus fa apparire agli occhi di una persona comune i protagonisti di quelle azioni come svincolati dall’urgenza umana del momento; come disconnessi da una realtà così vitale da affrontare. Pazzi, verrebbe quasi da dire. Il fatto è che quando hanno minimizzato, Trump e Johnson stavano pagando pegno alle lobby che li sostengono, alle quali il lockdown può costare ben più di migliaia di morti. La stessa cosa vale per gli industriali che in un momento in cui i decessi si contano a centinaia volevano continuare a produrre in quelle stesse terre listate a lutto. Se si fa riferimento al fatto che quelle terre, cioè la provincia di Bergamo, esportano prodotti per 16 miliardi l’anno (molto di più dell’intera Campania, il quadruplo rispetto all’Umbria, regione che ha all’incirca lo stesso numero di abitanti di quella provincia) si capisce forse meglio come la priorità dei proprietari di fabbriche di quell’area sia quella di soddisfare i clienti all’estero – che non hanno a che fare quanto l’Italia col coronavirus e continuano a chiedere prodotti – piuttosto che di pensare alla salute dei loro concittadini: non ottemperare alle richieste potrebbe significare perdere quote di mercato per il futuro. Quando Cairo, infine, è scivolato sull’imbarazzo suscitato dal suo video, stava semplicemente facendo quello che un imprenditore degno di nome deve fare: profittare ovunque si possa con la scelta di tempo più opportuna.

L’entità*

In tutti questi casi emerge in maniera irrefrenabile il conflitto tra le ragioni del sistema economico e quelle della stessa salvaguardia della vita umana. Dal punto di vista delle persone in carne e ossa, chiudere significa salvare; aprire equivale a morire. L’esatto contrario di ciò che vale per il sistema economico. Si tratta di una opposizione di orizzonti prossima all’insanabilità, che normalmente non solo riesce a rimanere celata, ma che anzi viene trasformata nel suo esatto contrario, cioè in comunione di destini, in quanto uomini e donne si vorrebbero legati naturalmente a questo sistema economico. Il coronavirus, nella sua implacabilità, si sta incaricando di confutarlo radicalmente.

I leader, l’imprenditore che scivola sul suo video, gli industriali che premono per tenere aperte le loro fabbriche, concentrano su di se tensioni così divaricanti che paiono più i protagonisti di una tragedia che voraci creature, ruolo che a una prima lettura si sarebbe tentati dall’assegnargli. Tutti loro in quanto umani sarebbero interessati alla chiusura per salvaguardarsi come specie, per ottemperare al naturale istinto di sopravvivenza senza il quale ci saremmo già estinti; come ingranaggi del sistema economico sono invece chiamati ad obbedire alle meccaniche che governano quell’entità, essa sì, divoratrice. Schiacciarli solo sulla seconda di queste dimensioni per renderli capri espiatori di indignazione, apostrofarli come soggetti che compiono scelte libere è come fornire un alibi all’entità che li governa, quel sistema economico che ne muove i fili animato da inumanità.

L’autodenuncia dell’entità

Oggi si assiste al giubilo pressoché unanime perché l’Europa, nel pieno della tempesta, ha cancellato per quest’anno quel Patto di stabilità che inibendo ai governi la possibilità di spendere, li ha resi a loro volta attori di un copione già scritto. I cui corollari sono stati tagli di servizi, privatizzazioni e (s)vendite di patrimonio pubblico per finanziare gli interessi di un debito pubblico che vengono versati nelle privatissime casse dei soggetti potentissimi che contribuiscono a costituire l’entità senza volto che tutto governa. La cancellazione del Patto è l’autodenuncia più clamorosa dell’entità stessa. Per almeno due motivi, il primo quasi intuitivo, il secondo dalle conseguenze quasi deflagranti: 1) il Patto non è dato in natura, non è come il roteare delle stagioni, bensì è il frutto di scelte orientate da interessi. Nel momento in cui è stato stipulato, a orientarne i contenuti sono stati interessi che avevano da guadagnare da una spoliazione del pubblico a vantaggio di ciò che pubblico non è; 2) il Patto non è in grado di salvaguardare la tenuta dello stesso sistema economico a fondamento del quale è stato ideato. Sono gli stessi che l’hanno imposto e che hanno vigilato e fatto vigilare affinché venisse rispettato a prezzo di lacrime e sangue che oggi lo ritengono inadatto a fronteggiare la tragedia. Cioè: nel momento in cui in gioco c’è la vita, si scopre che l’architrave che ha retto l’Europa ufficiale in questi decenni è inadeguato a mantenere in essere tanto le persone quanto se stesso.

Vie d’uscita, non totem

Se quello che si è appena sommariamente argomentato avesse una coerenza, se ne dovrebbe concludere che nel momento in cui si va a parlare del dopo coronavirus, dovremmo dimenticare quello che abbiamo fatto finora, dovremmo avere la forza di smascherare il cuore inumano dell’entità ed evitare di dissipare risorse prendendocela con i suoi ingranaggi periferici. Il coronavirus che minaccia la vita umana su questo pianeta ha già fiaccato pesantemente il sistema economico, minandone il suo voler esser dato per natura e incaricandosi di sconfessare le sue promesse ontologicamente non mantenibili; denudandone la voracità inumana. E ciò al netto di una serie di indicazioni che individuano proprio nella voracità del sistema – segnatamente negli allevamenti industriali di animali – anche il veicolo per eccellenza attraverso cui i virus saltano dalle specie animali a quella umana (anche in questo caso può essere utile la visione del video qua sotto). Così il coronavirus ci avrebbe involontariamente aperto una via da seguire che è però del tutto ignota. Perché non si può sostituire un totem con un altro. Per il dopo coronavirus avremmo tutti gli elementi per sapere cosa combattere: il produrre fine a se stesso, il profitto come principio ispiratore del vivere, la spoliazione di risorse umane e naturali. E sapremmo anche ciò per cui vale la pena combattere: il primato della dignità umana su questa Terra. Ma come declinare le cose non è semplice. È – anzi, sarebbe – una ricerca talmente impegnativa da dovercisi spendere da subito. Qui sarebbe troppo lungo dilungarsi anche su questo aspetto. In quattro anni di pubblicazioni abbiamo però un archivio piuttosto nutrito di quelli che potrebbero essere alcuni dei punti di una ipotetica agenda. Il reddito per tutti ad esempio è uno dei modi per svincolare la dignità delle persone dalla vorace macchina inumana che abbiamo sommariamente tratteggiato; riconsiderare il fatto che le organizzazioni umane non hanno sempre vissuto come noi viviamo, e ci sono interi popoli che con la natura hanno un rapporto sinergico e non di spoliazione, è un’altra delle cose da considerare se non altro per capire che questo sistema non è naturale, ma è una costruzione frutto di rapporti di forza e interessi ben precisi. Ma per un tale sommovimento il timore è che non ci siano le forze poiché mancano le basi di consapevolezza diffusa e di possibile veicolo politico-istituzionale su cui poggiarle. Cominciare a prendere dimestichezza con la inumanità del sistema, svelarne la intima incompatibilità anche con se stesso, può però essere un punto di partenza.

*Il concetto di entità è stato ispirato dal volume di Wu Ming 1, Un viaggio che non promettiamo breve, Einaudi che abbiamo recensito qui.

In copertina, Jan Brugel  il vecchio, Un baccanale (1816). Foto di Sailko

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