Idee

La solitudine che pesa. Chi è messo peggio?

Di solitudine non si muore, ma si sta male. George Monbiot ne parla come di una "epidemia": non c'è più il senso di collettività, non ci consideriamo individui che, insieme, cercano di risolvere problemi comuni e pensiamo di essere in lotta con gli altri per superare problemi personali. Abbiamo provato a mettere insieme qualche numero per analizzarla, la solitudine, con una parziale sorpresa.

Scrive George Monbiot in Riprendere il controllo. Nuove comunità per una nuova politica che stiamo in realtà vivendo un’epoca caraterizzata da un’epidemia di solitudine, quella che deriva dalla sofferenza dovuta a isolamento involontario. Atomizzazione, rottura dei legami sociali e con i luoghi che si vivono e crollo delle aspirazioni condivise imperversano. Le conseguenze sono devastanti, in termini di infelicità, depressione, paranoia, ansia, insonnia, paura, senso di minaccia, con un impatto non indifferente anche sulla salute fisica. “Alienazione, separatezza e stress sopraffanno l’empatia, la comprensione, la curiosità e la cooperazione. I pensieri profondi diventano impossibili. Invece di ragionare tutti insieme per risolvere i problemi comuni, inveiamo e minacciamo, mostrando i pugni“. Siamo governati dall’egoismo e dal desiderio di essere migliori degli altri.

Perdere il senso di collettività

Le cause? Innanzitutto il perseguimento delle mere soddisfazioni materiali, quel maledetto consumismo che è ormai cifra dei nostri tempi da un po’ e che ci infila in un tunnel di egoismo, autopromozione e gratificazioni immediate. Il tutto rafforzato da un sistema economico “che assegna un prezzo ad ogni cosa, senza attribuire valore a nulla” e che promuove la competizione e l’individualismo come valori fondanti della religione secolare del XXI secolo: “la storia della natura competitiva ed egoistica […] l’abbiamo sentita ripetere così spesso, e con tale eleganza e persuasività, che abbiamo finito per accettarla come definizione di quello che siamo”, modificando la percezione di noi stessi e il nostro comportamento.

Abbiamo perso il senso di collettività e non ci consideriamo persone che, insieme, cercano di risolvere problemi comuni, ma individui in lotta agonistica con gli altri per superare problemi personali. Il fatto è che questi problemi non sono dimensionati sulla nostra scala: sono frutto di forze e meccanismi inaffrontabili a livello personale. Il traffico è una metafora potente, proposta da Monbiot: soli dentro le macchine, isolati e frustrati, non riusciamo a vedere il contesto e le ragioni degli ingorghi, arrabbiandoci e non sfiorando neanche i problemi generali di cui il traffico è solo il sintomo. La perdita del senso di collettività comporta passività e rassegnazione, perché non abbiamo più fiducia in noi stessi come motori del cambiamento. E quando c’è passività e rassegnazione, i demagoghi hanno campo libero.

Un cauto ottimismo

Eppure, analizzando ciò che è scritto nel libro, ci sono due elementi da considerare, che possono spingerci ad un cautissimo ottimismo. Il primo è che l’uomo, naturalmente, non è affatto un essere che tende all’isolamento. La virtù originaria che lo contraddistingue è anzi la capacità di aiutarsi a vicenda e la sua natura spiccatamente sociale. Il fatto è che sembriamo inconsapevoli di questo, anche perché la nostra mente “attribuisce importanza ai rari ma spettacolari atti di violenza che una piccola parte della popolazione infligge al suo prossimo, ignorando i quotidiani atti di gentilezza e di cooperazione che tutti gli altri compiono, spesso senza neanche rendersene conto”. L’altruismo è in realtà connaturato alla natura umana: “ogni giorno vedo persone che ne aiutano altre, trasportando bagagli, cedendo il posto in una fila, donando denaro, dedicando tempo, prestando ascolto, facendo volontariato per cause che non procurano alcuna ricompensa materiale. A volte rischiamo tutto per il bene di altre persone, anche sconosciute”.

Primo elemento, dunque: in realtà, siamo altruisti. Secondo: siccome “siamo migliori di quello che ci si vuol far credere, migliori di come siamo indotti a essere”, bisogna per forza riconoscere la bontà naturale e impegnarsi collettivamente a esprimerla e ristabilire legami con gli altri per sconfiggere solitudine e infelicità. Occorre (è la tesi centrale del libro) rivitalizzare le comunità costruite nei luoghi in cui viviamo e ancorarvi azioni politiche e pezzi di sistemi economici, recuperando gli aspetti migliori della nostra umanità. Come? Torna l’eterno mettersi insieme per una buonissima causa: le parole chiave sono unità (togetherness) e appartenenza (belonging).

Il “sostegno sociale percepito”

La solitudine è molto presente, abbiamo detto con Monbiot. Ma quanto? Chi ne soffre di più? Ci sono disuguaglianze, anche su questo? Insomma, qual è il target a cui bisognerebbe rivolgersi per rianimare le comunità? Abbiamo bisogno di qualche numero, per capirlo.

Uno degli indicatori che possiamo usare è il livello di sostegno sociale percepito. L’Eurostat lo rileva con la Oslo Scale, costruita attraverso tre domande con le quali si chiede all’intervistato:
– quante persone sente così vicine da poter contare su di loro in caso di gravi problemi personali;
– quanto le sembra che gli altri siano attenti a quello che le accade;
– quanto facile sarebbe avere un aiuto pratico dai vicini di casa in caso di bisogno.
Ad ogni modalità di risposta viene attributo un punteggio da 1 a 5; 1 indica il massimo svantaggio e 5 la situazione di maggiore supporto. L’indicatore viene costruito sommando il punteggio complessivo: il livello di supporto sociale sarà scarso con un punteggio da 3 a 8; intermedio da 9 a 11; forte da 12 in su.

L’Istat ha rielaborato i dati relativi all’Italia dell’Eurostat, la cui ultima indagine è del 2015; qui ci concentriamo solo su chi ha un sostegno sociale scarso (il nostro target, appunto). In Italia, come abbiamo già scritto, questa situazione riguarda quasi 1 persona su 5 (il 17% del totale). È molto? Non sembra certo poco, anche perché la percentuale di coloro che percepiscono un sostegno forte è più bassa della media dei paesi europei (27,8% contro 34,1%) ed è più alta proprio quella di chi ha un sostegno scarso (17,0% contro 15,5% – la maggioranza dichiara di percepire un sostegno intermedio).

Età e territorio

Vediamo i dettagli (poi tireremo le somme), cominciando dall’età. Ecco il relativo grafico.

Persone per livello di sostegno sociale percepito “scarso” e classe di età – Valori percentuali sul totale.

I meno svantaggiati sono i giovani, che hanno una rete di supporto molto più consistente degli adulti, soprattutto chi ha tra i 15 e i 24 anni (un po’ meglio i maschi). Gli anziani con più di 75 anni, invece, denunciano con più frequenza situazioni di solitudine: non in maniera così netta, però (18,5% contro la media del 17%). C’è invece una quota di maschi di età compresa tra i 35 e i 65 anni che denuncia più spesso una scarsa rete di supporto, con valori sistematicamente oltre la media. Le donne sole tra i 35 e i 55 sono di meno; dai 55 in su, invece, anch’esse presentano valori oltre la media.

La graduatoria per regioni è riportata nel grafico qui sotto, invece.

Persone per livello di sostegno sociale percepito “scarso” e regioni – Valori percentuali sul totale.

Spicca innanzitutto il dato delle isole, molto più basso della media nazionale: le persone sarde e siciliane sono, in media, meno sole. En passant, l’Umbria presenta un valore inferiore alla media nazionale. In testa alla graduatoria c’è il Friuli Venezia Giulia, seguito da Campania, apparentemente a sorpresa, e Lazio. Dalla Campania forse ci si sarebbe aspettati un risultato più basso; ma a pesare su questa regione e sul Lazio è forse la presenza di grandi città come Napoli e Roma, vista la differenza di grado di solitudine che si percepisce a seconda del livello di urbanizzazione in cui si vive, evidenziata nel grafico seguente.

Persone per livello di sostegno sociale percepito “scarso” e grado di urbanizzazione del contesto in cui si vive – Valori percentuali sul totale.

Chi abita nelle aree densamente abitate, rispetto a quelle scarsamente popolate, ha più probabilità di sentirsi solo, e neanche di poco. L’Istat scrive che alla base di questo ci sarebbe l’allontanamento fisico tra le persone e la riduzione dell’ampiezza delle famiglie, fenomeni che si presentano maggiormente nei centri più grandi. Chi abita nei centri più piccoli, insomma, ha meno probabilità di percepire uno scarso sostegno sociale.

Titolo di studio e reddito

Per quanto riguarda il titolo di studio, si nota immediatamente come il grado di solitudine cresca al diminuire del livello di istruzione, come mostra il grafico che segue.

Persone per livello di sostegno sociale percepito “scarso” e titolo di studio – Valori percentuali sul totale.

Chi ha il titolo di studio più basso, è più svantaggiato. Ma bisogna vedere meglio i dati. La variazione è più evidente per le femmine (si passa dal 13,2% tra chi ha un titolo alto al 20% tra chi ha un titolo basso) e soprattutto tra coloro che hanno tra i 25 e i 44 anni: in questa fascia di età, il grado di solitudine è il doppio per chi ha un titolo basso rispetto a chi ce l’ha alto (24,6% contro 11,4%), con una differenza molto più marcata tra le femmine. Viceversa, nelle altre fasce d’età non ci sono significative differenze. Ciò vuol dire che la disuguaglianza che si registra se si prende in considerazione il titolo di studio va quasi interamente ascritta a chi ha tra 25 e 44 anni. Il grafico che segue, incentrato solo su questa fascia d’età, è estremamente esplicativo.

Persone per livello di sostegno sociale percepito “scarso” e titolo di studio – Fascia di età 25-44 anni – Valori percentuali sul totale.

Infine, il reddito. Il grafico è abbastanza evidente e ci conferma una volta di più che a mano a mano che si sta peggio come condizioni materiali, aumentano altri tipi di svantaggio, in questo caso quello legato al supporto sociale.

Persone per livello di sostegno sociale percepito “scarso” e reddito (quinti) – Valori percentuali sul totale.

Tra chi ha un reddito compreso nel primo 20% della relativa scala (il “primo quinto”, cioè i più poveri), si sente solo il 21,6%; tra chi ha un reddito compreso nel quinto 20% (il “quinto quinto”, i più ricchi), si sente solo il 14,8%. In questo caso, non contano né l’età, né il sesso: è come se (e di nuovo questa sembra una conferma) le condizioni reddituali piallassero tutto il resto e si ponessero alla base di quasi tutti gli altri tipi di disagio sociale.

Chi sta messo peggio?

Abbiamo visto che denuncia meno solitudine (anche se non ne è del tutto immune) chi è giovane (tra 15 e 24 anni), le donne tra i 35 e i 55 anni, chi abita in contesti scarsamente popolati, chi ha titoli di studio e redditi alti. Invece, come riassunto nel grafico che segue, i più soli sono maggiormente frequenti tra gli anziani oltre i 75 anni, i maschi tra i 35 e i 65, chi abita nelle aree densamente popolate, chi sta peggio economicamente e chi ha un titolo di studio basso ed un’età compresa tra 25 e 44 anni.

Persone per livello di sostegno sociale percepito “scarso” e varie caratteristiche – Valori percentuali sul totale.

Allora, anche se è difficile fornire un identikit completo, possiamo notare che, oltre a chi è anziano e che tradizionalmente rischia di più di trovarsi isolato, c’è un’altra fascia di popolazione a cui occorre guardare: quella dei maschi, con un’età di mezzo, che abitano in città grandi, hanno un reddito basso o molto basso e un titolo di studio altrettanto basso e, presumibilmente, non lavorano o hanno un lavoro precario. Insomma, il maschio colpito dalla crisi. Su questa specifica componente si sono incentrate numerose analisi, ma forse poco si è detto su quanto possa pesare anche in termini di solitudine e scarsa rete sociale il trovarsi in una condizione di precarietà esistenziale, di limbo, di incertezza, di sfiducia. Eccolo, il target per rivitalizzare le comunità, come esorta Monbiot.

Foto di coperina di Benedetta Anghileri da Flickr.

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