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La società delle dipendenze

Quando si parla di dipendenze si fa riferimento alle sostanze classiche, invece la nostra è una società che ne crea diverse di dipendenze perché chiede molto, troppo, a chi la abita. Per questo il fenomeno delle droghe è una questione complessa

Michela ha diciannove anni, prima di andare a letto prende una pasticca. “Sennò non ci riesco”, dice. Non riesce a dormire. A diciannove anni. Michela non esiste, e quindi quella frase non è mai stata pronunciata. Eppure come Michela ci sono Laura, Roberta, Giulia, Francesca e molte altre. In tutto sono il 13 per cento delle diciannovenni italiane. Prendono farmaci per dormire. Altri e altre li assumono per le diete, per aumentare l’attenzione, per migliorare l’umore. Alcune e alcuni lo fanno pure senza prescrizione medica. E quando chiedi loro come se li procurano, in moltissimi ti rispondono candidamente: “Li trovo nell’armadietto delle medicine di casa”. Cosa non difficile: secondo il rapporto Osservasalute nel 2016 in Italia sono state somministrate 2,4 milioni di dosi psicofarmaci al giorno. Tutti i giorni. Facendo un calcolo a spanne, in una casa ogni 400, dentro quell’armadietto, insieme alla tachipirina, ai cerotti, al disinfettante e allo sciroppo per la tosse, si trova una confezione di psicofarmaci.

Non solo droga classica

La cassaforte dei dati ce l’ha Sabrina Molinaro, che coordina il progetto Espad all’interno del Consiglio nazionale delle ricerche: un monitoraggio che attraverso sondaggi, da venti anni, tutti gli anni, tasta il polso alla popolazione giovanile tra i 15 e i 19 anni. Al centro dell’attenzione ci sono le sostanze classiche, certo: eroina, cocaina, mdma, cannabis eccetera. Ma lo studio prende in considerazione anche altre aree relative al benessere (o al malessere): il doping, l’assunzione dei farmaci senza prescrizione, il gioco d’azzardo, o più semplicemente il gaming, il gioco sui vari dispositivi (playstation, smartphone, computer). E per esempio, emerge che nei giorni in cui non va a scuola, il 4,3 per cento della popolazione giovanile arriva a trascorrere anche più di sei ore al giorno in quel modo. Già, ma perché non fermarsi al monitoraggio delle sostanze illegali, alla droga classica? Per diversi motivi. Intanto perché “i modelli di consumo si fanno sempre più eccessivi”. Eccessivi, mescolati e pure inconsapevoli. “Quasi il 2 per cento della popolazione sondaggiata ammette di aver assunto sostanze di cui non conosceva la natura”, dice Molinaro, che spiega anche come con il commercio in rete, vengono vendute e comprate sostanze che durano poco tempo e che si fa fatica a categorizzare, a conoscere. “Spesso – spiega la coordinatrice del progetto Espad – arrivano in ospedale persone con intossicazioni di cui non si conosce la provenienza, viene curato il sintomo, ma non c’è l’antidoto”. Le tabelle del ministero con l’elenco delle sostanze vengono aggiornate praticamente di settimana in settimana, ma non basta. “Ci troviamo con persone che hanno psicosi ricorrenti dovute al consumo pregresso di chissà quali sostanze”, aggiunge Molinaro. I modi di consumo e le sostanze stesse insomma, paiono essersi adeguati alla liquidità inafferrabile di una società che si fa sempre più fatica a sondare. “C’è una velocizzazione, un consumo diffuso che arriva alla dipendenza in maniera più repentina”, spiega Michele Marangi, docente presso la facoltà di Scienze della formazione all’Università Cattolica di Milano.

Intanto, aggiornarsi

Che fare allora? Il Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza (Cnca) dell’Umbria, ci ha organizzato sopra un convegno nazionale: “Giovani e adolescenti tra consumi e dipendenze”, e per capirne di più ha adottato un taglio multidisciplinare invitando alcune delle personalità italiane con gli studi e i dati più avanzati, come Molinaro e Marangi, appunto. Perché di quell’universo degli under 20, medici, operatori e osservatori sanno assai poco. E non di rado vengono utilizzate lenti datate per leggere i fenomeni, che danno luogo a soluzioni inappropriate. Marangi la sbatte in faccia alla platea come uno schiaffo, questa considerazione: “I giovani ci danno fastidio, sono la nostra negazione; la negazione di un futuro sempre migliore che era l’illusione dei nati tra gli anni sessanta e i settanta del novecento. Noi siamo figli del boom economico, loro della crisi”. È un cambio non da poco, quasi un capovolgimento. E questo fastidio si riflette negli adulti quasi in una volontà di non capire: “Li stigmatizziamo per i testi di Sfera ebbasta quando noi ascoltavamo Sister Morphine dei Rolling Stones o Heroin di Lou Reed”. Ma c’è di più: “Possiamo anche stare parlando della stessa cosa, della stessa parola. Ma per loro quella parola evoca tutto un altro mondo rispetto al nostro”. Ricorre a un ragionamento che sembra difficile, il docente della Cattolica, ma tutto sommato è semplice: “Per noi l’estetica è esteriorità, per loro potrebbe essere una prospettiva filosofica che attribuisce senso al reale”. E cita il fenomeno dei cosplayer o dei giochi di ruolo, il professore, spiegando che la maschera non è un travestimento, ma un modo per stare al mondo, per accettare il mondo che non si riesce ad abitare così come si è. Ancora: cita il fenomeno degli hikikomori, Marangi. Cioè degli adolescenti che si chiudono nella loro stanza con le loro cose e rifiutano contatti con l’esterno: “Quello è un modo di dire al mondo: non mi avrete”, spiega il prof. Non è esattamente come farsi crescere i capelli per protesta: quella era esteriorità, qui siamo un filino più in là, a un’estetica che è scelta esistenziale. “Aggiorniamoci – esorta Marangi – basta andare su youtube, consultare i propri figli: cosa c’è da ascoltare? E sentirsi i testi. E verificare che c’è una presenza di sostanze, in quei testi, che deve farci riflettere”.

dipendenze
Un hikikomori nella sua camera, foto di Francesco Jodice

Lo specchio che non piace

Non sono solo la negazione, i giovani. Sono la restituzione di un’immagine che non ci piace guardare. Se un terzo degli italiani ha assunto sostanze nella propria vita, allora la retorica antidroga appare quanto di più inopportuno ci possa essere per combattere un fenomeno che va molto al di là del recinto in cui spesso piace e fa comodo confinarlo. Le sostanze nella vita quotidiana e nei testi delle canzoni, gli psicofarmaci diffusi a tutti i livelli, il gioco sfrenato, quello di ruolo che consente di rifarsi un’identità, quello del “gratta e vinci” o delle slot che promettono di farci svoltare vincendo un sacco di soldi, ci illustrano come “questa è una società additiva”. A dirlo è Riccardo De Facci, il presidente nazionale di Cnca. Una società cioè, dove le persone sono lasciate sole di fronte a pressioni multiple e insostenibili, una società che promette paradisi ma nega gli strumenti per raggiungerli; una società che scarica sull’individuo la soluzione di problemi che si riversano sulle persone ma sono di origine sociale; una società quindi, che non ce la si fa ad affrontare da soli, come siamo stati lasciati. È questa l’immagine allo specchio in cui non ci piace guardare. “Una richiesta così alta – dice De Facci – può portare alla necessità di una intermediazione chimica”.

Che fare

Secondo l’Onu, per affrontare il tema delle dipendenze, oltre alla repressione servono prevenzione, cura e riduzione del danno. De Facci ne conclude che è necessario ripensare gli stessi modelli di intervento e si deve passare a una “prevenzione di territorio”. L’esatto contrario dei cani antidroga nelle scuole, insomma. Bisogna cercare di capire questi giovani nati nella crisi, e bisogna guardare lo specchio che riflette quell’immagine di società additiva che non ci piace ma a cui i figli del boom hanno contribuito a dare vita. Tagliare le radici da cui si nutre l’albero delle dipendenze e ripensare modelli di intervento tarati a volte ancora sui tossici degli anni settanta. I tempi sono cambiati, e cambiano sempre più in fretta. Le dipendenze si adeguano e prosperano sul gap di una società additiva. E questo rende tutto assai difficile. Che diventa ancora più difficile se si evita di guardarsi allo specchio.

In copertina, foto di Gerd Altmann da www.pixabay.com

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