Opinioni

La sindrome dell’accerchiamento e il popolo nervoso

Il 'populismo' è pericoloso perché è prigioniero dei suoi presupposti e delle promesse: una volta giunto al potere, se vuole conservarlo, è obbligato a dar corpo ai programmi più estremi. Superandosi. E con ciò portando tutti alla rovina.

Sindrome 1933

Il libro di Siegmund Ginzberg, Sindrome 1933, è molto interessante e ben concepito. I parallelismi fra il ’33 ed oggi sono intriganti. Giustamente l’autore non si espone circa il giudizio sui populismi contemporanei. Se cioè essi siano annoverabili nella tipologia politica del fascismo. Si limita a constatare la ricorsività di certi elementi afferenti all’uso della psicologia collettiva nello sgretolamento del potere democratico: la stigmatizzazione del ‘diverso’, la morbosità criminale, il sensazionalismo, lo scandalismo, la sindrome invasiva e la costruzione del capro espiatorio, l’odio verso le élites, la fobia per l’ordine, il semplificazionismo, il popolo-etnia, l’Heimat, come unità immaginaria. La vera pericolosità del ‘populismo‘ sta in questo: che esso è prigioniero dei suoi presupposti e delle promesse. Una volta giunto al potere, se vuole ‘conservarlo’, tutt’altro che ammansirsi nella rete delle convenienze, è obbligato a dar corpo ai programmi più estremi. Superandosi. E con ciò portando tutti alla rovina.

Conservatorismo non è populismo

Come tutti i libri interessanti, quello di Ginzberg stimola pensieri, invita a riflessioni generalizzanti. Corsi e ricorsi storici. Innanzitutto, c’è una differenza radicale fra il conservatorismo classico e il reazionarismo populista. Il primo è un movimento restaurativo che parte dalle élites minacciate nel loro potere. La restaurazione è il modo di riconsegnare il popolo alla tradizione, cioè ai rapporti di deferenza e sudditanza verso i possidenti e le loro cerchie morali. Il secondo, invece, si muove su due livelli polemici: verso l’alto (l’élite) e verso il basso (i gruppi sociali allogeni e devianti). Cruciale è la costruzione del capro espiatorio e la sua criminalizzazione demonologica. Che diventa terribilmente efficace nell’amalgamare l’angoscia e la psicologia collettiva quando è in grado di congiungere le due scale. Se il ‘capro’ restasse confinato solo ai gruppi marginali e più deboli il linciaggio resterebbe circoscritto. Non acquisterebbe carattere politico totalizzante. Per scatenare la polarizzazione ostile (amico-nemico) il marginale deve essere sintetizzato come una macchinazione di una parte dell’élite, se non dell’élite tutta intera. Non basta la minaccia ambientale e la mera concorrenzialità di gruppi comunque sfavoriti e ricattabili. Ci vuole anche l’invidia verso chi sta in alto. Una volta che questa ‘sintesi’ diventa senso comune in una parte rilevante delle classi medie e dei ceti meno abbienti, la forza che si scatena è destinata a spazzare via ogni forma di conservatorismo.

Accerchiamento e territorio

La sindrome sulla quale il populismo fa forza è quella dell’accerchiamento. Cioè una minaccia all’ordine e al benessere (la felicità) che viene dall’alto e dal basso. Anzi, soprattutto dall’alto. Specie se intacca la configurazione antropica e ambientale. L’uomo, infatti, è un animale non solo sociale ma anche territoriale. Tutti i movimenti populisti hanno il territorio come proprio riferimento ossessivo. Il primo esempio è egregiamente trattato da Ginzberg e riguarda la questione ebraica in Germania. L’elemento scatenante è dato dalla massiccia immigrazione di ebrei poveri dall’est europeo. Ma gli ebrei non sono solo questo. Gli ebrei non sono tutti uguali, ma divisi socialmente e culturalmente, ed è questo che li condanna. Una parte degli ebrei sono compiutamente germanizzati e occupa posti di rilievo nell’élite economica e politico-culturale (come ha argomentato Hobsbawm, la parte più raffinata del pensiero tedesco è una creazione dello sforzo di nazionalizzazione degli ebrei).

Il secondo esempio è quello della Lega delle origini, che ha come bersaglio polemico i ‘meridionali’. Esattamente come gli ebrei anche i meridionali soffrono di una acuta polarizzazione: una massa miserabile e non istruita che si offre come forza-lavoro migratoria ed una corposa élite intellettuale che col tempo dà corpo alla ‘meridionalizzazione dello stato’. I veneti, che sono una popolazione laboriosa e dialettale con bassa istruzione, sentono la meridionalizzazione di ampia parte dello stato come un a forma di colonizzazione. Salvini ha sostituito i meridionali poveri con gli immigrati e i funzionari di stato meridionali con l’élite cosmopolita e di sinistra. Stesso schema, ma questa volta su basi nazionali e aggressive, cioè tendenzialmente fasciste, non più regionali e difensive, meramente xenofobe come nella lega bossiana.

Il terzo esempio è quello dell’ascesa di Trump. Negli stati centrali l’invasività dei gruppi etnici è minima, ma quello che fa scandalo è un presidente bello, nero e istruito come Obama. In effetti anche le minoranze etniche sono scisse. In basso una vasta manovalanza, ma in alto anche l’emersione di molti esponenti nelle cerchie alte e professionali, per non dire dello star system. È questa sindrome da accerchiamento, e la sensazione che gli ultimi, in realtà, siano annidati fra i primi, che Trump manovra.

In tutti i casi il ‘capro espiatorio’ dato in pasto a un popolo insicuro e nevrotizzato e individuato nell’alieno e nel marginale è funzionale per far fuori una parte dell’élite e prenderne brutalmente il posto. Dando vita, nell’esito ultimo, al pogrom politico contro la sinistra e la democrazia.

Foto di copertina di Luca Sartoni da Flickr.

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