Opinioni

La sconfitta di Genova

È stata principalmente l’orizzontalità confederale del movimento ad andare in frantumi quando ha cozzato contro una politica istituzionale che è per la natura con la quale la conosciamo intimamente verticistica e ha così risucchiato i metodi, oltre ai contenuti

Hanno scritto in tantissimi sul ventennale di Genova, che senso ha un altro articolo, per di più in ritardo di qualche giorno rispetto alle ricorrenze dell’omicidio di Carlo Giuliani e delle mattanze dei giorni successivi? Ha un senso perché le cose che si stanno per scrivere qui non è capitato di leggerle altrove; e sono frutto a loro volta di letture che le hanno ispirate. La questione riguarda la sconfitta di quel movimento, le cui radici sono diverse, conviene andare per punti.

1) Alessandro Campi, in un editoriale sul Messaggero, ha scritto che il movimento combatteva contro il nemico sbagliato, i politici, e non contro quelli che sarebbero diventati i padroni del vapore: i monopolisti della rete, delle piattaforme su internet e dei social media. Ma il movimento combatteva i politici perché li vedeva al tempo stesso alleati e strumenti del capitalismo globale che tendeva allora a uniformare tutto facendo strame della biodiversità, quella umana e quella naturale. In questo senso aveva còlto il punto. Immaginare nel 2001 Netflix, Facebook e cosa sarebbero diventati Google e Amazon era una questione per indovini, aver puntato il dito contro omologazione ed estrattivismo imperante è stata una intuizione politica importante. Il movimento individuava vent’anni fa quella che oggi è diventata la questione, quella climatica, e vedeva nel crescente divario tra ricchi e poveri un elemento di disgregazione: oggi il divario tra ricchi e poveri cresce anche all’interno degli stessi stati nazionali, non solo tra nord e sud del pianeta. Campi scrive anche che la carica anti-élite del movimento ha prodotto populismo e sovranismo. È un’ipotesi che muove dalla prospettiva di uno storico, ed è interessante. Di certo però non era il sovranismo l’orizzonte del movimento, e in questo caso, ammesso che sia valida l’ipotesi di Campi, la locuzione “eterogenesi dei fini” sarebbe quanto mai calzante.

2) Sul piano militare la gestione dell’ordine pubblico in quei giorni fu catastrofica e questo fu il frutto di una destra appena montata al governo le cui pulsioni militaresche hanno indubbiamente favorito il generarsi di un clima in cui i peggiori istinti di alcune delle persone che vestono divise hanno potuto trovare pieno diritto di cittadinanza; si sono visti i risultati.

3) Venendo alle ragioni della sconfitta: Andrea Colombo, firma storica del manifesto, in un post su facebook ha scritto che quando le persone non lottano per loro stesse sono destinate al fallimento: lottare genericamente per un mondo più giusto è stata secondo lui una delle ragioni della sconfitta; lottare addirittura per altri, i migranti, i diseredati del pianeta, pensando di rappresentarli senza riuscire neanche a portarseli pienamente al proprio fianco, è una ipotesi destinata al fracasso. In questo argomentare ci sono delle ragioni fondate e niente affatto banali. La generazione bastonata a Genova sarebbe diventata quella dei precari a vita, e il no al precariato non fu la prima delle rivendicazioni del movimento.

4) Poche settimane dopo Genova ci fu l’11 settembre, e il manicheismo e l’isteria generati dagli attentati alle Torri Gemelli ha trascinato via diverse ragioni, del movimento e non solo.

5) Ma c’è un punto centrale, non sufficientemente analizzato, tra le ragioni della sconfitta, che qui può essere solo poco più che citato. Il movimento era un soggetto plurale e fu per qualche tempo uno dei tentativi meglio riusciti di una confederazione politica orizzontale (la confederazione è ontologicamente orizzontale) in cui soggetti diversi potessero stare a pieno titolo senza rinunciare a sé. L’orizzontalità è una caratteristica che si addice male all’azione politica, quando si tenta di interloquire con le istituzioni (anche il conflitto è un modo di interloquire), essendo la politica istituzionale a sua volta ontologicamente verticistica e, questione ancora più importante ai fini di quanto si sta dicendo qui, riverberante verticismo. Il metodo dei social forum, la faticosità e il dispendio di tempo per la presa di decisioni in cui tutti potessero dire la loro, sono caratteristiche che si accordano male con il qui e ora della politica, per di più amplificato in maniera estenuante nel post 2001. E quando tu interloquisci con un soggetto verticistico, gli stessi tuoi metodi rischiano di venirne risucchiati. Questo è ciò che forse ha cozzato di più contro l’ordine costituito a Genova nel 2001 e ne è uscito in frantumi, oltre alle vite di Carlo e dei suoi famigliari e alle ossa di molti. E su questo, forse, andrebbe ragionato: su come conservare orizzontalità, tempo lungo, e tentativo di azione politica per sovvertire la politica istituzionale e inventarne una a misura umana.

In copertina, una carica della polizia a corso Torino, foto di Ares Ferrari da wikimedia.org

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