Percorsi

La riscoperta della gratuità

Dalle spese solidali ai libri ai dischi, addirittura. I percorsi intrapresi da persone comuni, studiosi e artisti che hanno realizzato opere per metterle a disposizione gratuitamente ci dicono come la pandemia ha coinciso anche con una rinnovata ricerca dell’umano da parte degli umani

Non sono stati due mesi di chiusura, quelli in cui ci siamo ritratti in casa per sottrarre al virus il nutrimento dei nostri organismi. Sono sbocciati diversi germogli. E lo sbocciare è vita che si dischiude, cosa ci può essere di più antitetico alla chiusura? Il nascondersi del corpo ha corrisposto a spalancamenti di significati nuovi. Qui a Ribalta ne abbiamo scritto da diverse prospettive, cercando di evidenziare come il virus abbia messo a nudo i limiti strutturali di un sistema economico rivelatosi intimamente inadatto a difendere la vita; o come il moto perpetuo preteso dal produrre sia diventato caricatura di se stesso, mostrandosi in contraddizione con lo stesso spirito di conservazione della specie, asse portante dell’evoluzione umana. Rimanere in casa ci ha semmai consentito di sottrarci al fascio di luce che ci inonda quotidianamente gli occhi ma ci nasconde le cose, abbagliandoci. Ma non è stata una chiusura.

C’è stata anzi una continua ricerca dell’altro: nelle videochiamate, negli aperitivi fatti a distanza via skype, nel cantare insieme dal balcone. Una riscoperta dell’umano quasi inedita. E accanto ad essa, meno visibile ma sempre lì, come a sorreggerla, quella della gratuità, che dell’umano è parente stretta. Fino a un certo momento sono stati gli show gratuiti messi on line grazie al supporto dei social media, poi si è passati a esibizioni di artisti trasmesse dalla tv di stato. Ma fin lì si è trattato di eventi una tantum. Ci sono invece almeno tre esempi di come la gratuità abbia tentato di strutturarsi, in questi mesi, dando luogo a costruzioni articolate e assai fruttuose per quanto in parte non replicabili.

In pressoché tutte le città si sono mobilitate persone in favore di altre persone entrate in difficoltà: spese sospese, spese solidali, raccolte di vario tipo si sono moltiplicate dando vita a una sorta di welfare dal basso su cui converrebbe riflettere per tentare di salire dall’episodicità a un nuovo mutuo soccorso. Nessuno obbligava i gruppi di persone che l’hanno fatto a mobilitarsi in favore di altri, per di più in un momento in cui erano diventati difficili da praticare anche i più semplici gesti quotidiani. Eppure è successo. Certo, il volontariato è parte della nostra civiltà. Ma qui si è trattato di un volontariato espresso in favore di un bisogno che almeno all’inizio era solo potenziale, da intuire. C’è stata solo l’immaginazione che qualcuno potesse essere in difficoltà, non la visione del corpo in sofferenza che solo successivamente si è manifestato. Una ricerca dell’umano quindi forse ancora più profonda, per certi versi, rispetto a quanto avviene per il volontariato cui siamo abituati.

Ancora: diversi portali e piattaforme hanno reso disponibili gratuitamente parte dei loro contenuti che erano stati fino a quel momento a pagamento. Ma nessuno si è spinto, come ha fatto più di qualcuno, tra cui l’editore Rubbettino, a sfornare appositamente un volume gratuito (scaricabile qui) in cui ventidue studiosi di diverse discipline, sotto il coordinamento di Alessandro Campi, docente di Scienza politica all’Università di Perugia, affrontano attraverso i loro saggi i possibili scenari del dopo-coronavirus da diversi punti di vista. In questo caso c’è stato lo slancio di un editore, del curatore del volume e di diversi autori che hanno messo a disposizione rispettivamente i loro mezzi e le loro competenze. Ne è uscito un lavoro interessante che tenta di gettare una luce su come la pandemia potrà lasciare tracce nei campi della politica, della comunicazione, dell’economia e delle relazioni internazionali.

Infine, in piena emergenza ha preso forma una perla. Gianni Maroccolo e Stefano Rampoldi, in arte Edda, hanno prodotto un album che verrà distribuito gratuitamente a chi ne farà richiesta a partire dal 30 giugno. Maroccolo e Edda sono due giganti del rock italiano. Artisti che non hanno mai occhieggiato a mode, convenienze o scorciatoie e i cui percorsi sono stati costellati dal tentativo di soddisfare e declinare le rispettive urgenze artistiche. Per questo preziosi, perché hanno donato arte. Sempre. Stavolta hanno deciso di farlo non metaforicamente, ma per davvero: mettendo a disposizione gratis la loro arte. Maroccolo ha spiegato l’idea in più occasioni, dicendo che regalare musica, cioè un pezzo di se stessi, è stato un po’ il loro modo per dare sostegno a una popolazione fiaccata, per alleviare l’umano.

Esperienze così diverse sono legate in qualche modo da un filo. C’è intanto una ricerca di connessione all’altro che è sorella di quella che si è esplicata negli aperitivi on line ai tempi della quarantena. Ed è al tempo stesso il contrario dei linciaggi via facebook, del bodyshaming, del bullismo, dell’odio espresso e praticato che attira con la sua pruriginosità e per questo troppo di frequente affolla le cronache e così, ingigantito e sovraesposto, copre il restante (tanto) altro che c’è.

Ma c’è anche qualcosa di più che emerge, anche in maniera inconsapevole e forse pure per questo ancora più umana perché innata. Le spese solidali, il libro curato da Campi, il disco di due persone importanti di cui stiamo parlando recuperano una dimensione che contraddistingue la stragrande maggioranza degli atti che quotidianamente gli esseri umani compiono. Quella della gratuità, appunto. La quasi totalità degli esseri umani si tira giù dal letto ogni giorno per motivi che non sono affatto legati al fare soldi, ma sono connessi alla vita: affetti, perseguimento di una propria idea di felicità, voglia di affermare la propria creatività, cura di chi è vicino. Questi non rappresentano solo auspici, ma sono l’ispirazione e l’esplicazione concreta della gran parte della vita di ogni donna e uomo. Tutto questo finisce però in un cono d’ombra generato dal fatto che l’essere umano viene dipinto come essere utilitarista. E l’utilitarismo viene declinato in monetizzazione delle attività. Ecco: la gratuità è l’opposto della monetizzazione così come l’apertura è il contrario della chiusura. La gratuità sta alla libera esplicazione dell’umano così come la monetizzazione sta alla necessità imposta e spesso artatamente creata. Il fatto che si decantino la monetizzazione, l’utilitarismo non come ricerca di sé ma come anelito alla ricchezza, ben più di quanto ci si concentri sull’umanità della gratuità dice anche che abbiamo spesso uno sguardo distorto su noi stessi. Non si tratta qui di criminalizzare il lavoro, o addirittura, pretendere di avere il lavoro di altri gratuitamente. Si tratta di riconciliarci con una parte di noi che siamo portati a non vedere. Illuminarla può aiutarci a recuperare anche un rapporto con quella monetizzazione che è parte delle nostre vite, ma non può fagocitarne il resto. Anzi, semmai è da contaminare con l’umanità della gratuità. Che la pandemia ha riportato alla vista.

Foto di Gerd Altmann da www.pixabay.com

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