Opinioni

La retorica lavorista

Se riuscissimo a mettere in discussione la retorica lavorista faremmo un bel passo avanti. Ma a farlo si rischia la sanzione sociale, tanto che di una tendenza del genere non c’è rappresentanza in Parlamento, nonostante il bisogno che c’è

È successa una cosa, ieri, durante il dibattito in Senato sulla crisi di governo, di cui non si parlerà per niente; proprio per questo vale la pena di soffermarcisi. La cosa sono due frasi, diverse nelle formulazioni ma identiche nella sostanza. La prima l’ha pronunciata l’ancora ministro dell’Interno, che si è mostrato scandalizzato per la mancanza di volontà dei parlamentari, a suo dire, di lavorare a Ferragosto come gli italiani normali. L’altra è stata del capogruppo del M5S, che in quanto “professionista da quasi venti anni”, ha detto di aver dimenticato il senso di parole come ferie o vacanze.

In entrambi i casi, Salvini e Patuanelli hanno tentato di lisciare il pelo al paese reale confidando nella breccia che la retorica lavorista apre nel cuore del popolo sgobbone o presunto tale. La loro scommessa cioè, è stata che il popolo li sentisse al loro fianco. Ed è stato probabilmente così: un pezzo di popolo – ma forse sarebbe meglio ridimensionare l’agglomerato al quale si sono rivolti Salvini e Patuanelli in elettorato – ha sicuramente apprezzato.

Eppure la gran parte delle persone che lavorano è scontenta di ciò che fa; si alza controvoglia la mattina, vive frustrazioni, e la mole di persone che hanno approfittato di “Quota 100” per svignarsela e andare in pensione prima possibile lo dimostra. Eppure in tantissimi sono paralizzati dal precariato, che amputa vite, relazioni, possibilità, ed è più una condanna che un’opportunità. Eppure, all’inverso, per una schiera crescente di persone il lavoro è una chimera e l’ozio una condanna. Ecco. Nonostante questo, la retorica lavorista è un gancio sicuro per chi cerca consensi. Perché?

Intanto perché la retorica lavorista fa leva sul rancore di una massa di persone che si è disabituata a cercare il meglio per sé ed è sempre più attratta dal peggio per gli altri. Se io sono una persona condannata al lavoro, a cercarlo o a farmi in quattro per sbarcare il lunario, che lo siano anche gli altri. Beninteso, non c’è niente di male a biasimare e combattere i privilegi, anzi. Ma se questo alimenta la tendenza ad abbassare il livello degli altri – spesso anche di chi è sotto di noi – più che incentivo a rivendicare di più per noi stessi, significa che lungi dall’essere popolo, ci stiamo avviando a diventare plebe.

Poi la retorica lavorista è figlia della misurazione solo quantitativa degli effetti di ciò che si fa; degli sproloqui sulla crescita di cui siamo intrisi fino al midollo nonostante gli effetti della misurazione solo quantitativa del nostro presunto benessere rischino di metterci in discussione come specie. Più fai, meglio è. Questo, unito a quello dell’obbedienza, è un principio in base al quale vengono decise carriere, date promozioni, fatte nomine. Con buona pace, molto spesso, di una valutazione sul cosa si fa.

Il combinato di questi e altri fattori che non è ovviamente possibile elencare in maniera esaustiva in una sede come questa, portano oltre che a una generica messa in secondo piano della qualità rispetto alla quantità, anche alla sanzione sociale di elementi come la vacanza, l’abbronzatura, l’ozio in qualunque forma lo si pratichi. Che diventa una svalutazione di tutto ciò che sia relazione disinteressata, piacere, atto non volto a un obiettivo concreto e misurabile; dimensioni che ci appartengono come specie almeno quanto quella del lavoro. E che se rivalutate renderebbero il lavoro meno nemico, disumano, più a misura di persona.

Ci renderebbero cioè un agglomerato meno condannato al peggio, anzi: meno auto-condannato, vista la facilità con cui cadiamo nella retorica lavorista, e visto che su mille persone che siedono in Parlamento non c’è, non dico una maggioranza, ma neanche una esilissima minoranza, a rappresentare un’istanza del genere.

Foto di copertina di Parssstudio da Flickr.

Altri articoli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

N.B. I commenti devono essere approvati da un amministratore prima di venire pubblicati. Se non vedete subito il vostro commento è perfettamente normale, non serve che lo scriviate nuovamente. Grazie!