Comunità

La potenza innovatrice del virus che rischiamo di non vedere

La pandemia sta dimostrando come non si sopravvive decentemente senza un controllo comune di settori strategici come salute, scuola, trasporti e molto altro. E sta mettendo in discussione l’assioma della massimizzazione del profitto. Discutiamo troppo del green pass e troppo poco di come eliminare i brevetti sui vaccini. E questo è un problema

Di questo virus si inizia a conoscere abbastanza, non certo tutto. Inizia a essere sufficientemente chiara la modalità di trasmissione, e con essa le contromisure da applicare. È chiaro anche che, al di là delle caricaturali proteste antiscientifiche sconfinanti nello scientismo da compulsiva ricerca internettiana, il vaccino, insieme alla responsabilità delle azioni e alla capacità di tracciamento (una forma di controllo salvavita), rimane l’unico modo per riuscire a convivere con una assoluta novità per noi occidentali come il COVID 19. Novità che, a parere degli esperti del settore si trasformerà, nelle sue mutevoli forme, in perfido elemento strutturale. Al netto di ogni scaramanzia e di ogni stregoneria infatti, sembra proprio che i virus debbano far parte non solo del nostro presente, ma anche del futuro più prossimo. Non me ne vorranno i negazionisti della prima ora, nerboruti, sovranisti destrorsi, che hanno provato a minimizzarlo quando impossibilitati a disconoscerlo, il virus. Una prima ora in cui un sistema disorientato ha preteso di continuare a produrre, dividendo i lavori in essenziali e non essenziali e i lavoratori in carne da macello all’interno delle fabbriche e in esercito di riserva privilegiato, protetto ora dallo smart working non contrattualizzato, ora da una cassa integrazione risibile nella quantità, visto che dimezza di fatto il netto di ogni stipendio. Una prima ora in cui, le destre nerborute di ogni latitudine al governo hanno provato di fatto a negare il virus con sprezzo machista e fideismo assoluto nei precetti neoliberisti di profitto massimizzato, gli unici, secondo il pensiero dominante, in grado di regolare tempi e ritmi dell’umanità. Una prima ora in cui la mascherina risultava un bavaglio, i cinesi untori universali, e il distanziamento una crudeltà egemonica funzionale ai colossi dell’informatica, che vedevano trasformato in realtà il sogno di declinare il contatto umano in mera virtualità.

Quel becero negazionismo, smontato pezzo per pezzo dalla virulenza del virus, continua a serpeggiare sovrano e sovranista con altre forme e con gli stessi ottusi perché. Un negazionismo, affiancato oggi da un movimentismo sussultorio di una sinistra altra, incapace di uscire dal paradigma dell’eccezione e dell’emergenza, e che proprio per questo ha la necessità di derubricare il virus a semplice elemento sistemico risussunto dal capitale, senza avere più la capacità di vedere le travolgenti novità messe in campo dal COVID 19. Prima fra tutte l’imprescindibilità di un sistema pubblico nella gestione dei settori principali dalla sanità, ai trasporti passando per la scuola. Nessun confine, per quanto reticolato e militarizzato ha garantito la protezione dal contagio; l’umanità intera, travolta dalla novità e stravolta dalle contromisure, si è trovata di fronte all’amletica e inestricabile diarchia così composta: tutela della salute/rispetto dei diritti. La tendenza alla privatizzazione tout court, il ricorso all’efficienza prestazionale come unico metro di misura, la massimizzazione dei profitti come dogma senza alternative, lo smantellamento di ogni spazio pubblico considerato zavorra anacronistica di una competitività che tutto migliora e tutto fa risplendere, il mercato come regolatore di ogni cosa, i derivati i future, gli algoritmi, mezzi sofisticati troppo spesso divenuti fini beceri, e via dicendo. Tutto questo diversificato blocco ideologico, tutti questi dispositivi di controllo ridicolizzati nella loro essenza, resi inadeguati e inconsistenti nella loro capacità di intervento, denudati nella loro ipocrita costituzione. Tutto questo “ben di dio” prodotto dal virus, la sinistra altra, impegnata come è a occupare con palpabile impotenza e impalpabile presenza le piazze egemonizzate dalla peggiore destra, e a distinguere con certosino filosofismo astratto l’ipocrisia del green pass dalla coerenza dell’obbligo vaccinale, non riesce più a vederlo, non riesce più a leggerlo nella sua potenza liberatrice. Tanto che in una continua situazione di reale pandemia, alcuni “professori” decidono di autoattribuirsi il fondamento scientifico del dubbio e della precauzione, di perorare la causa, lontani da ogni complottismo, dell’anticostituzionalità tacita e dell’altervirologia esplicita, di fronte a un Paese esausto, che si appresta a subire l’onda lunga dell’inflazione e il fiato corto del governo di tutti, che rischia di non rappresentare nessuno, se non i soliti noti.

Mentre il capitale brutto e cattivo artefice dell’assoggettamento ha dovuto giocoforza rinunciare al suo volto più feroce, ai suoi dogmi fino a ieri indiscutibili, basti pensare alle tante manovre a debito, all’estensione (temporale e fisica) della cassa integrazione etc etc, noi altri, come portatori sani di soggettivazione siamo stati chiaramente insufficienti, noi abbiamo continuato ad alitare sullo specchio della nostra vanità per sentirci vivi, senza inoltrarci nel campo del “comune necessario” prefigurato dall’emergenza introdotta dal virus, che abbiamo invece continuato a leggere, con statica miopia, come perenne stato di emergenza sempre in procinto di trasformarsi meccanicamente in eccezione.

Come se la critica radicale ai cambiamenti climatici non potesse essere sorgente di una critica radicale a tutto tondo in grado finalmente di aggredire il neoliberismo, vera causa di ogni male, come se l’intuizione provocatoria di Zizek (il virus come araldo del comunismo che sarà), fosse meno avvincente del rassicurante e alto percorso segnato dall’incapacità del sovrano di farsi riconoscere come tale, se non attraverso l’uso sistematico dell’eccezione. Così come nel corpo di ciascuno di noi coincide la figura dell’esposto con quella del produttore del rischio, elemento centrale per smontare l’idea del sovrano brutto e cattivo e intraprendere la strada della consapevolezza critica, è altrettanto palese come i governi provino a uscire dalla pandemia, non con un nuovo sguardo, ma con lo stesso strabismo che quell’epidemia ha creato. Insomma i monopolisti del disastro (climatico, sociale, pandemico) pretendono di imporre come cura il ricettario che ha creato il male, incartandolo nell’avvolgente e rassicurante concetto di governance. E noi invece di continuare a denunciare i responsabili della causa e a pretendere di sottrargli il monopolio della cura, invece di sottolineare la nudità del re, e con essa la necessità, se non l’impellenza di un cambiamento radicale delle regole, ci siamo persi dietro la cortina fumogena del no green pass. Abbiamo preferito praticare strade conosciute e senza uscita, abbiamo preferito rinchiudere il virus nelle gabbie dorate del mero paradigma dell’eccezione, che iniziare a percorrere le praterie di un comune, non più meramente teorico e alto, ma pratico e sporco in grado di rivitalizzare un pubblico sempre più asfittico e sempre più vittima dell’orgia privatistica, che il virus ci ha spalancato di fronte.

Siamo qui a combattere per la presunta anticostituzionalità del green pass, non capendo, al di là dei cervellotici distinguo a premessa di ogni esternazione, che così facendo si mina il diritto alla salute di tutti e di ciascuno, che il problema non è il green pass, ma la presenza dei brevetti sui vaccini, che esclude di fatto gran parte dell’umanità dal diritto alla protezione, che il vero nocciolo rimane sempre lì nella contrapposizione tra assoggettamento del capitale e soggettivazione del molteplice, in una secolare redifinizione muscolare, basata sui rapporti di forza tra pubblico/privato/Comune. Al falso pericolo introdotto dal green pass, fa da contraltare il reale pericolo di una normalizzazione reazionaria della potenza innovatrice del virus. Da questa pandemia, che ha finito con il coinvolgere la nostra capacità di pensiero, la tangibilità concreta del nostro filo narrativo, si esce solo con un sistema sanitario pubblico diffuso nel territorio e con la rivendicazione Comune di un sistema di ammortizzatori sociali (in realtà dovuta remunerazione di una produttività non riconosciuta) scevro dalle ombre lunghe delle politiche attive. Salute come diritto inalienabile e reddito incondizionato come presupposto imprescindibile della dignità umana. Usciamo dal pertugio della critica raffinata e sempre uguale a se stessa di un potere mutevole e reattivo, e (r)iniziamo a praticare le nostre strade, con un rinnovato spirito in grado di cambiare il mondo attraverso la messa in discussione di tutti e di ciascuno e non tramite il mero esercizio di definizione di un potere così beffardo da poter assumere mille forme e altrettanti colori. Non permettiamo al banco dei signori di confondere le idee sfumando la realtà delle cose, non assistiamo impotenti al rovesciamento delle parti, non permettiamo alla staticità del potere di trasformarsi in cinesi accattivante e al movimentismo dell’antagonismo di spegnersi in stasi pantofolaia.

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