Percorsi

La pizza di Mamadou

Contro il razzismo
Un pomeriggio nel cuore di un posto come tanti. A sentire le storie semplici e banali ma clamorose di chi affronta il rischio di morire per cercare di vivere meglio. E di chi è fiero di fare dell'accoglienza il suo lavoro

Fabrizio Marcucci

Alla fine del pomeriggio si mangerà pizza. Cibo semplice e banale, dalle nostre parti. Ma buono. Come le cose dette nelle due dense ore precedenti. Semplici e banali. Ma clamorose. Perché non le conosce quasi nessuno. La pizza l’ha cucinata Diallo Mamadou, che nella vita precedente faceva il vetraio. Le cose le dicono lui, alcuni dei suoi compagni di permanenza in Italia e alcune delle operatrici che lavorano nel programma di accoglienza di Diallo Mamadou e dei suoi compagni: tutti richiedenti asilo, ché è l’unico modo consentito dalla legge per tentare di cambiare in meglio una vita stentata. Privilegio concesso a chi vince il “testa-o-croce” col destino riuscendo a cavalcare senza esserne sommerso le onde tra Africa e Sicilia, o a superare muri e fili spinati per toccare finalmente l’Europa.

Siamo in una sala che per una felice coincidenza è intitolata ad Aldo Capitini ed è offerta dal comune di Marsciano, in Umbria. Ma potremmo essere a Merate, in Lombardia; o ad Agropoli, in Campania. O in qualsiasi altro posto in cui ci sia gente appassionata del lavoro che fa e con un senso dell’umanità anche solo appena accennato. Come le persone che hanno organizzato questa iniziativa – un incontro fra italiani e migranti per favorire la conoscenza reciproca – in cui si ascolteranno cose semplici e banali ma pressoché inedite, perché solitamente sepolte sotto le tonnellate di parole spesso inutili, e non di rado dannose, da cui veniamo sommersi quotidianamente. La passione a Barbara, Valentina e Angela, gliela leggi negli occhi. E se proprio lì non la vedi, basta che porgi l’orecchio per sentirle parlare. Sono la coordinatrice, una delle operatrici e l’insegnante di italiano che hanno scelto di lavorare nell’ambito di un progetto dell’Arci per l’accoglienza e l’integrazione di chi a casa sua non ce la fa a campare. Lavorare, sì. “Non siamo anime belle – chiarisce subito Barbara – Certo, crediamo che accogliere sia la cosa da fare. Ma sia chiaro che questo è il nostro lavoro, quello con cui ci guadagniamo da vivere, non facciamo volontariato”.

Soldi, soldi, soldi

Una delle cose da sapere quando si parla di migranti e dintorni non a caso, riguarda i soldi. “Per ogni richiedente asilo – ricorda Barbara – ci sono 31 euro (fino a un massimo di 35, ndr). Si tratta di risorse erogate dall’Europa, che non vengono messe nelle tasche di chi arriva ma servono per pagare le strutture dell’accoglienza: case, cibo e stipendi delle persone che ci lavorano, nell’accoglienza”. E qui arriva la prima notizia, semplice e banale, ma solitamente sommersa dal caos: “Si tratta di soldi che ricadono nei rispettivi territori di accoglienza: l’affitto lo paghiamo ai proprietari italiani delle case in cui vengono ospitati i ragazzi, la spesa la facciamo nei negozi qua intorno, gestiti da italiani. E gli stipendi sono per gli italiani che lavorano nell’accoglienza, come noi. Ai richiedenti asilo vanno 2,5 euro al giorno, complessivamente 75 euro al mese”. Un pacchetto di sigarette, più o meno, o un cappuccino e cornetto (sempre presi qui) al giorno.

I luoghi comuni

E c’è un’altra notizia, anche questa semplice e banale, che però viene sommersa dalle ciance accumulate come polvere, soprattutto quelle della polemica politica a beneficio di inquadrature in tv. Molti dei comuni che accolgono sono governati dalla destra, la parte politica che, a parole, osteggia le pratiche di un’accoglienza che accoglie peraltro solo chi ha vinto la scommessa col destino. In questo fazzoletto d’Italia che si chiama Umbria ad esempio, il maggior numero di richiedenti asilo – 500 su poco più di un migliaio – vive a Perugia, dove governa una coalizione che abbraccia anche Lega e Fratelli d’Italia, le due formazioni più anti-immigrazione che ci siano, tolte quelle extra-parlamentari. È vero che i luoghi in cui ospitare vengono decisi dalle prefetture, ma è vero anche, come spiega Barbara, che “noi cerchiamo sempre un’interlocuzione con le istituzioni locali, proprio per evitare imposizioni dall’alto”. Bene: il risultato è che a Perugia, il comune umbro col più alto numero di rifugiati e richiedenti asilo, i 500 neanche si vedono, “se si fa eccezione – dice ancora Barbara – per un quartiere in cui, su 7-8.000 residenti, sono state raccolte 400 firme di protesta contro una struttura che li accoglie”. E una cosa ancor più significativa è successa a Nocera Umbra, comune aggrappato all’Appennino dove il sindaco sulle prime si è opposto e poi, quando ha constatato di persona che il fenomeno non aveva nulla a che vedere con le proporzioni distorte con cui viene solitamente descritto, ha dato il via libera a nuovi arrivi.

Integrazione dei migranti attraverso lo sport
La squadra di calcio multietnica che ha partecipato alla partita nell’ambito della settimana contro il razzismo

Che fanno, che facciamo

Ok. Va bene l’accoglienza. Ma che fanno questi qui? Scuri di pelle, i più, che passeggiano a gruppi solleticando gli incubi di chi non sa? Lo spiega Valentina, che di questo si occupa, come operatrice. I ragazzi (ragazzi perché si tratta di giovani e giovanissimi) vengono messi in contatto con la realtà del paese in cui sono arrivati: uffici, documenti, burocrazie varie, ma non solo. Partecipano anche a iniziative per familiarizzare col territorio: dal pulire le sponde di un torrente al partecipare a un torneo di calcio; dal frequentare corsi di formazione al compito che li occupa di più: imparare la lingua italiana. Due-tre ore al giorno in biblioteca (“l’ho voluto io quel luogo – dice Angela, l’insegnante – per favorire l’incontro con la gente del posto”) a imparare come si mettono insieme soggetto, verbo e complemento in questa lingua ricca e complicata. Già, ma perché? Perché, semplicemente e banalmente, dal momento in cui si fa la richiesta d’asilo passano mesi, si supera l’anno, a volte, prima di essere convocati dall’apposita commissione che domanda, scandaglia e infine valuta se si ha diritto a rimanere qua perché si è perseguitati, perché si proviene da zone di guerra o altro, come se la fuga dalla fame non bastasse. Mentre il tempo passa, operatori e ragazzi fanno in modo che non scorra invano. L’altra leggenda metropolitana è che gli accolti preferiscano l’anonimato, e per questo scappano. “È vero semmai il contrario – smentisce Barbara – chi cerca un futuro qui vuole essere identificato, e a chi viene accolto nelle nostre strutture vengono prese le impronte digitali. Noi sappiamo chi sono. Tutti”. Quando poi si ascolterà Algassimou, il più giovane del gruppo, scandire: “Voglio imparare bene l’italiano perché voglio trovare un lavoro e una casa”, si capirà ancora meglio il senso delle parole di Barbara.

Siamo tutti uomini perché…

Fare in modo che il tempo di attesa non passi invano, insomma. E in effetti a volte quel tempo riesce a essere prezioso. Bakary durante la permanenza ha trovato lavoro in un’officina meccanica, ad esempio. Per questo ha lasciato la scuola di lingua (“purtroppo”, si rammarica Angela). Il risultato però è che conosce un sacco di gente a Marsciano. Ha delle difficoltà nel leggere l’italiano, è vero, che però non immagineresti mai dopo averlo sentito parlare. “Per me l’Italia è libertà di parola”, dice svelando un po’ del suo passato in Gambia. Sanogo invece, ha imparato così bene l’italiano da aver ottenuto il diploma ed essere passato a studiare per conseguire la licenza media. Faceva infissi in alluminio in Costa d’Avorio. Eccolo, il passato. I ragazzi di Marsciano vengono da un pugno di paesi concentrati nell’Africa occidentale: Senegal, Gambia, Guinea Bissau, Costa d’Avorio. E un’altra delle cose che i più non sanno è che chi parte da qui lo fa per attraversare in genere prima il Mali, poi il Niger. Da lì si approda in Libia. Poi il salto in Europa. Si tratta di una distanza che equivale a fare due volte Reggio Calabria-Milano e ritorno. Ed è un viaggio che dura mesi, può superare l’anno. Perché non è una gita di piacere. Si è costretti a lambire zone di guerra. Anzi, per meglio dire, si cerca di evitarle, quelle zone. Allora è all’ordine del giorno cambiare direzione, tornare indietro, far passare del tempo in attesa che la situazione migliori. La risalita è dura, dura assai, insomma. E basterebbe porsi una domanda, semplice e banale, come le cose dette finora, per capire che il viaggio è forzato: chi mai si sobbarcherebbe l’onere di un’odissea del genere se non fosse mosso da autentico bisogno? La risposta sta scritta in uno dei cartelloni che i ragazzi hanno appeso a un muro della sala Capitini. C’è scritto: “Spesso ci chiedono perché siamo tutti uomini. Siamo noi uomini che cerchiamo un posto migliore per poter lavorare e mandare i soldi a casa, perché il viaggio è pericoloso”. Ancora una volta: semplice e banale, pur nella crudezza.

L’approdo

Una volta qui poi, non è che l’inizio, anche se alle spalle si hanno tante cose da raccontare da riempirci un libro. Perché qui c’è l’incontro-scontro con una realtà che non ti conosce e che non conosci. “La prima volta che sono uscito, salutavo la gente in strada, ma loro non mi rispondevano”, racconta per primo Algassimou. Poi lo ripeteranno più o meno tutti. Perché in Africa è così, come da noi sui sentieri di montagna: chi s’incrocia si saluta, anche se non lo si conosce. Primo scoglio da superare, neanche il più difficile. Secondo: “Non esco volentieri perché mi vergogno, temo che la gente possa pensare che io esca per chiedere soldi”, si legge in un altro cartello. Perché è facile: vedi un nero, magari fuori dal supermercato e scocca l’equazione con “mendicante”. Invece no. Non è così. E i ragazzi ne soffrono.

Poi però, fortunatamente, ci sono le tante iniziative in cui si possono far conoscere e tentare di gettare un ponte tra loro e gli altri, cioè noi. E può succedere pure che funzioni, anche se le difficoltà sono impervie. In fondo però, per farsi toccare dalla questione è sufficiente tentare di capire cose semplici e banali, a partire da questa: chi arriva qui e ci arriva in quel modo lo fa perché il bisogno lo bracca. Chi arriva qui non è una minaccia ma un minacciato. E punta a stare in Europa con un approccio che è ben descritto dalle parole di Sanogo, il secchione del gruppo, quello che a forza di studiare ora sta conseguendo la licenza media: “Conoscere la lingua e imparare un mestiere per me è come avere una finestra in carcere”. Semplice. E banale. Come mangiare una pizza.

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Un commento su “La pizza di Mamadou

  1. Belle e sensate riflessioni che sfatano molti luoghi comuni, i quali, “a prescindere”, creano paure e rifiuti. La conoscenza evita mostri e fantasmi e va dritta verso tolleranza, condivisione e accoglienza.
    Fiorella Soldà

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