Idee

La mia voce conta? La “gente” trascurata e la sfiducia nella democrazia

Una delle ragioni del successo dei populisti di destra un po' in tutto il mondo è che la politica tradizionale (leggi: i partiti ascrivibili alla cornice liberaldemocratica) e la "gente che conta" sembrano non ascoltare le reali esigenze delle persone. Che siano sordi ai bisogni, alle paure, ai problemi, a quello che succede nella vita quotidiana della maggioranza della gente comune. Non si può certo dire che su questo chi si ribella ai partiti storici abbia torto, anzi. Il problema è il tipo di risposta che si dà a disagi (reali o percepiti, poco importa) vissuti davvero sulla pelle (e nella psiche).

Trascurati e inascoltati

Partiamo con un po’ di numeri. Abbiamo selezionato le risposte a tre domande poste da Eurobarometro (in tutti i paesi europei) in altrettante distinte ricerche: il grado di accordo con le affermazioni “La mia voce conta” e “Nel mio paese, le decisioni politiche sono applicate nella stessa misura a tutti i cittadini” e la risposta al quesito “È soddisfatto di quanto i partiti politici tengono conto degli interessi delle persone come lei?“.

Il grado di accordo con l’affermazione “La mia voce conta” può essere considerato un indicatore di quanto le persone si sentano trascurate nei loro bisogni. Per l’Italia, è completamente d’accordo il 9% del campione e abbastanza d’accordo il 38%, mentre è per niente d’accordo il 18% e abbastanza non d’accordo il 29%. Vuol dire che, stando a questo sondaggio, la metà degli italiani pensa che la propria voce non conti, quindi si sente inascoltato. Ci sembra una percentuale ragguardevole, anche considerando che è parecchio più alta rispetto alla media europea, come si vede dal grafico.

Quanto è d’accordo con la seguente affermazione: “La mia voce conta”
Fonte: nostra elaborazione su dati Eurobarometro

In particolare, con riferimento all’Italia, le categorie più “trascurate” (con valori più alta della media di disaccordo, pari al 47%) sono le seguenti: chi ha difficoltà a pagare le bollette (68%), è disoccupato (62%) e pensa di appartenere alla classe media inferiore (61%) o alla classe operaia (60%); chi non è interessato alla politica (65%); chi è divorziato o separato (65%), vedovo (61%) o vive da solo (59%); chi ha un’immagine negativa dell’Ue (63%) e non è soddisfatto della democrazia nell’Ue (63%) e in Italia (61%).

Per quanto riguarda il grado di accordo con l’affermazione “Nel mio paese, le decisioni politiche sono applicate nella stessa misura a tutti i cittadini”, i dati ci aiutano a capire quanto le persone percepiscano la disuguaglianza nelle scelte collettive. Per l’Italia, è completamente d’accordo l’8%, d’accordo il 21%, né d’accordo né non d’accordo il 20%, non d’accordo il 33% e per niente d’accordo il 17%. Significa che la metà degli italiani pensa che ci sia iniquità nelle decisioni politiche, mentre solo uno su tre sostiene il contrario. In questo caso, come si vede dal grafico, le percentuali sono più o meno in linea con la media Ue.

Quanto è d’accordo con la seguente affermazione: “Nel mio paese, le decisioni politiche sono applicate nella stessa misura a tutti i cittadini”
Fonte: nostra elaborazione su dati Eurobarometro

Anche qui, per l’Italia, ci sono delle categorie che la percepiscono di più e presentano valori decisamente oltre la media (pari al 50%) nel grado di disaccordo: chi non si fida degli altri (risponde di non essere d’accordo con l’affermazione “si può avere fiducia nella gran parte delle persone” – addirittura 86%), pensa che la vita non sia giusta (79%), non si ritiene una persona felice (77%) e non è soddisfatto della vita che conduce (70%); poi, chi non ha terminato le scuole elementari (77%) e ha più di 75 anni (62%); chi è casalinga (64%), si autocolloca in basso nella scala sociale (62%) e abita in un quartiere povero (63%); infine, chi pensa che l’immigrazione non sia una buona cosa (75%) e ha un’immagine negativa dell’Ue (66%).

È molto interessante notare che il grado di accordo con entrambe le affermazioni non ha nessun legame con l’autocollocazione nella scala politica sinistra-destra: pensa che la propria voce non conti il 39% di chi è di sinistra, il 43% di chi è di centro e il 43% di chi è di destra; ritiene che le decisioni politiche non siano eque il 49% di chi è di sinistra, il 48% di chi è di centro e il 45% di chi è di destra. Le differenze sono davvero trascurabili, e non stupisce, perché si tratta di questioni che trascendono la diversità di opinioni politiche.

Infine, la risposta al quesito “È soddisfatto di quanto i partiti politici tengono conto degli interessi delle persone come lei?” ci dà un’idea di quanto i cittadini sentano lontani dalle loro esigenze i partiti stessi. Per l’Italia, è molto soddisfatto solo l’8% del campione, abbastanza soddisfatto il 29%, non molto soddisfatto il 33% e per niente soddisfatto 22%. Il totale degli insoddisfatti ammonta perciò al 55%, un po’ più della media europea, pari al 50%.

È soddisfatto di quanto i partiti politici tengono conto degli interessi delle persone come lei?
Fonte: nostra elaborazione su dati Eurobarometro

Ci sono differenze pure tra chi si sente lontano dai partiti: è più insoddisfatto chi pensa di appartenere alla classe operaia (70%) e ha difficoltà a pagare le bollette (65%); chi ha più di 75 anni (64%); chi non è soddisfatto della vita che conduce (68%); chi non è soddisfatto della democrazia in Italia (63%) e della democrazia in Ue (62%) e chi ha un’immagine negativa dell’Ue (61%); chi è in una famiglia monogenitore con figli (64%), è divorziato o separato (62%), è vedovo (60%) ed è casalinga (66%).

Noi contro di loro

Sono in molti, quindi, a sentirsi trascurati dai partiti e dalla politica, lontani dalle élite, sfiduciati. Ed è in questo tipo di acque che i populisti di destra sguazzano. Ian Bremmer, partendo dal territorio americano ma estendendo l’analisi un po’ a tutto il mondo, parla di dinamica Noi contro di loro: i populisti “non invocano chiaramente né una riduzione delle imposte, né un aumento della spesa, ma contestano il diritto delle ‘élites’ di decidere le regole che governano la nostra vita. Dicono ai cittadini che sono stati defraudati delle loro possibilità di successo e che anche i media sono complici. Promettono di consolare chi soffre, di far soffrire chi ha sempre goduto di ogni privilegio e di mettere a ferro e fuoco i palazzi del potere”. Non sono solo promesse, benzina sul fuoco, capacità di aizzare la gente (il popolo?). I populisti hanno un “talento speciale per tracciare i confini tra le persone. Offrono la visione suggestiva di una contrapposizione di fondo, Noi contro di Loro, il cittadino onesto che si batte per i propri diritti contro i soliti privilegiati e i ladri insaziabili”.

Chi sono i Loro dipende dal paese e dal momento: i ricchi o i poveri, gli stranieri o le minoranze, i sostenitori di un altro partito, i politici, i banchieri, i giornalisti. “Comunque applicato, il pronome Loro è uno strumento politico vero e proprio”. Secondo Bremmer, alle persone profondamente insoddisfatte, si può rispondere in due modi: occuparsi delle cause e andare alla radice dell’insoddisfazione (molto difficile); oppure indirizzare la rabbia verso un nemico (molto più facile). Lo scontento che esiste da diversi decenni, di cui nessuno si è occupato, taglia trasversalmente sfere diverse: non solo quella economica, ma anche sociale, relativa alla sicurezza e perfino alla tecnologia. Il fatto è che “i rimedi richiesti sono sempre di grande portata, di lungo termine e richiedono molto coraggio politico. Per conseguenza, molti leader politici stanno trovando nel frame Noi contro di loro una strada più allettante”.

La parola d’ordine di oggi, per Bremmer, è disuguaglianza, che prende materialmente corpo in molte paure: di perdere il lavoro, dell’arrivo di ondate di stranieri, della cancellazione dell’identità nazionale, degli scoppi di violenza terroristica. In tutto ciò, c’è il dubbio angoscioso nei cittadini che lo Stato non sia più in grado di fornire protezione sociale, di garantire un miglioramento delle condizioni di vita e di sentirsi padroni del proprio destino. Il circolo è vizioso: le persone che temono per la propria sopravvivenza o di scivolare in basso nella scala sociale cercano, scatenandosi, qualcuno a cui imputare i propri problemi. E le paure “economiche” alimentano quelle “culturali”, cioè verso gli stranieri. Christophe Guilluy, a questo proposito, parla di insicurezza culturale e di paranoia identitaria: “soprattutto in un ambiente popolare, non è tanto la relazione con l’’altro’ che pone un problema, quanto l’instabilità demografica che induce la paura di diventare minoranza e di perdere un capitale sociale e culturale cui si dà molta importanza. Una paura che colpisce tutti i ceti popolari, indipendentemente dalle loro origini”.

Bremmer insiste molto sui danni della globalizzazione e su quella che lui definisce l’ideologia che ne era alla base, il globalismo. Il mondo si è interconnesso e i governi nazionali, ora, “hanno una capacità sempre più limitata di proteggere le vite e il benessere dei cittadini”. Steve Bannon, uno degli uomini più pericolosi del pianeta, citato da Bremmer, afferma che “i globalisti hanno massacrato la classe operaia americana e creato una classe media in Asia”. Difficilmente smentibile. Ecco perché chi prova rabbia ha delle basi in qualche modo reali: “un gruppo di élite mondiali ha beneficiato largamente della globalizzazione, così come larghe fasce dei mercati emergenti intorno al mondo, mentre tutte le classi lavoratrici e medie dei paesi sviluppati sono state abbandonate a loro stesse. Queste persone hanno i loro motivi per cui essere arrabbiate, e credono che il sistema-globalizzazione sia manipolato ai loro danni. E hanno ragione”.

Elettori in rivolta

Andrew Spannaus è stato uno dei pochissimi a predire che negli Usa avrebbe vinto Trump, ben prima che il fatto accadesse. Il giornalista americano, che conosce anche le vicende italiane, parla di una rivolta degli elettori, una specie di insurrezione della “gente normale” nei confronti del potere politico e mediatico, che ha avuto la sua quintessenza nell’elezione di Trump e nel voto sulla Brexit. Alla radice c’è la “decisione – cosciente o meno – di ignorare i problemi posti da chi è stato lasciato indietro dal ‘nuovo mondo'”; oltretutto, “chi è arrabbiato con la classe politica e chi non si fida più dei mass media si accanisce molto di più quando viene bollato come ignorante, razzista, reazionario”. Certo, scrive Spannaus, questo tipo di persone esiste, ma esse non sono abbastanza per determinare i risultati politici degli ultimi anni. E l’atteggiamento del “serrare i ranghi”, del resistere alle istanze di protesta senza ammetterne le ragioni costituisce, in questo momento, il maggior pericolo per il futuro del mondo occidentale. Perché “il malcontento ha fondamenta reali e l’unico modo di evitare che le parti peggiori del populismo prendano il sopravvento è di affrontare il problema alla radice“.

L’atteggiamento di rifiuto nel considerare i problemi delle persone comuni e nel mettere testa a quelli caldeggiati dai populisti è estremamente rischioso. Ad esempio, negli Usa, questo comportamento ha avuto come effetto paradossale che sia stato proprio Trump, scrive Spannaus, “il candidato presentato come superficiale, impreparato e ignorante, a portare davanti agli elettori i temi più profondi, più di sostanza, che l’America deve affrontare. Lo ha fatto nel suo modo provocatorio e grossolano, ma così ha messo a nudo la debolezza dell’establishment americano, il fatto che la politica non riflette affatto la volontà delle gente comune”. Ecco perché pensare che Trump abbia vinto solo grazie ai maschi, bianchi e arrabbiati è una semplificazione, anzi un tentativo di negarne le vere ragioni. La strategia “negazionista” è deleteria: “non si vuole ammettere quel che è successo, piuttosto affermare che la vittoria di Trump ‘non è l’America’. Così facendo, si rischia di perpetuare uno sbaglio gravissimo: non vedere gli errori di lunga data che hanno portato alla situazione attuale”. The Donald “ha acceso i riflettori su due grandi temi: la perdita dei posti di lavoro nell’industria e il fallimento della politica estera”. In Europa vale più o meno lo stesso: la protesta è cresciuta per le politiche che hanno privato i governi del potere di iniziativa che avevano utilizzato fino agli anni settanta e per gli effetti negativi della globalizzazione. Il tutto è il risultato di scelte politiche ben precise, che, però, possono (devono) essere anche riviste.

È vero che, durante la campagna per la Brexit, le sparate della campagna Leave hanno fatto guadagnare voti sulla base anche di argomenti falsi; ma “affinché le provocazioni e le sparate di una parte politica abbiano effetto, ci deve essere un terreno fertile su cui lavorare”. E la Brexit ha agito come bersaglio delle frustrazioni, che nel caso della Gran Bretagna hanno a che fare con gli effetti della globalizzazione e con le politiche di austerità volute dall’allora Primo Ministro Cameron, che hanno impoverito diverse fasce della società. Spannaus, nel suo libro, cita un sostenitore della Brexit, che afferma: “se hai soldi, voti dentro; se non hai soldi, voti fuori”. Anche nel caso del voto per la Brexit, “invece di riconoscere la necessità di una riflessione profonda sulle politiche che avevano contribuito a far crescere il disagio dei cittadini, la prima risposta è stata di offesa, di sdegno verso il popolo che aveva fatto una scelta così dissennata, per principio”.

Il politically correct, il tentativo di non parlare dei problemi reali, l’evitare la discussione sugli errori di politica economica contribuisce fortemente a lasciare a proteste di questo tipo il monopolio sull’argomento del fallimento della politica della globalizzazione: “può essere spiacevole, ma l’unica strada possibile è affrontare anche la sostanza delle argomentazioni economiche”; e invece non si riesce ad andare oltre lo “sgomento”, mentre la strada obbligata è ammettere gli errori degli ultimi trent’anni. La protesta degli elettori si manifesta “laddove ci sono problemi di sostanza che la classe politica si rifiuta di affrontare, e non solo perché arrivano dei candidati carismatici in grado di sfruttare gli istinti più bassi della popolazione”. Trump o Le Pen, secondo Spannaus, sono veicoli di rabbia popolare, non certo leader di grandi movimenti sociali. Ciò non vuol dire che l’esito della protesta non possa essere pericoloso, ma che per controbatterla occorre rivedere gli errori commessi negli anni recenti.

“I candidati che pongono problemi reali, e che quindi mostrano di voler affrontare di petto il declino economico delle classi più in difficoltà, hanno un vantaggio enorme nei confronti di un’élite che continua a difendere le politiche che si sono dimostrate fallimentari se non per le fasce più alte della società”. Perché, secondo Spannaus, la xenofobia, l’odio, la rabbia non bastano a far vincere le elezioni: occorre legarli ai problemi più profondi e sentiti, così come stanno facendo tanti populisti di destra. Operazione senza la quale rimarrebbero una minoranza senza influenza sui sistemi politici nazionali.

Sfiducia e democrazia

Vediamo altri dati che ci aiutano a capire meglio quanto detto. L’Eurostat, nel 2013, ha indagato, in una scala da 0 a 10, il grado di fiducia nel sistema politico da parte dei cittadini. La media Ue è davvero bassa, pari a 3,5, e quella relativa all’Italia ancora di più, cioè 2,1. Questo valore colloca il nostro paese tra quelli con meno fiducia nel sistema politico. Non ci sono differenze tra maschi e femmine né per fasce di età, fatta eccezione per valori leggermente più alti tra chi ha tra 16 e 24 anni (2,6 per l’Italia e 3,9 per l’Ue).

Fiducia nel sistema politico in una scala da 0 a 10 – Valore medio – 2013

Fonte: nostra elaborazione su dati Eurostat

Ancora. Secondo il Censis, la sfiducia nei confronti dei partiti politici riguarda l’84% degli italiani, del Governo centrale il 78%, del Parlamento il 76%, delle Regioni e dei Comuni il 67% e della Pubblica Amministrazione il 67%. Gli italiani che ritengono che “oggi i politici siano tutti uguali” sarebbero la metà (il 49,5%), con quote più alte tra chi ha redditi bassi, le donne, i 18-34enni, chi ha un basso titolo di studio e chi risiede al Sud e nelle isole. Infine, gli italiani convinti che non ci sia nessuno a difenderne interessi e identità e che devono farlo da soli sono due su tre, il 63,6%, con percentuali più elevate tra chi ha un basso titolo di studio, redditi bassi, risiede al Sud e nelle isole, ha tra 35 e 64 anni e le donne.

Molto interessanti anche alcune domande poste dall’Ipsos e relative all’Italia. È d’accordo con l’affermazione “È giusto che i politici usino un linguaggio anche crudo e brutale, è meglio dire le cose senza tanti giri di parole” il 69% del campione italiano e con l’affermazione “La democrazia oramai funziona male, è ora di cercare un modo migliore per governare l’Italia” il 66%. Chi è molto o abbastanza d’accordo con la frase “L’economia del mio paese è costruita per avvantaggiare le persone ricche e potenti” è il 75% degli italiani (contro il 79% degli spagnoli, ad esempio, o il 66% dei tedeschi, o, addirittura, il 39% degli svedesi). Infine, la propensione ad accettare “l’uomo forte” sembra davvero molto alta nel nostro paese: sono molto o abbastanza d’accordo con l’affermazione “Per rimettere a posto il paese, abbiamo bisogno di un leader forte disposto a infrangere le regole” più di due italiani su tre (il 68% – in Francia sono l’80%, nel Regno Unito il 50%, in Svezia il 23% e in Germania il 21%)23. Certo, l’Ipsos scrive che “oggi, lo sappiamo tutti e lo viviamo nella nostra esperienza quotidiana, in Occidente e in Italia siamo in una situazione di individualizzazione progressiva e dirompente”, in cui l’individuo “diventa misura delle cose”; “se questa è la condizione difficilmente ci si abbandonerà a una persona che ci guidi. Non a caso tendiamo ad abbattere velocemente gli uomini cui abbiamo pensato di affidarci, come è successo negli ultimi anni da Berlusconi, a Monti a Renzi”.

Infine, Demos&Pi stima che gli italiani che si ritengono soddisfatti del funzionamento della democrazia nel nostro paese siano solo il 36% (dati 2018). Qui, è interessante notare le differenze a seconda delle scelte elettorali: tra chi vota il Pd, è soddisfatto il 69%, per Forza Italia il 41%, per il M5S il 26% e per la Lega il 25%. Appare scontato, quindi, che i due partiti “anti-sistema” raccolgano molti più voti tra gli insoddisfatti (a vario titolo) della democrazia italiana. Comunque, il 67% del campione è più d’accordo con l’affermazione “La democrazia è preferibile a qualsiasi altra forma di governo” rispetto a “In alcune circostanze, un regime autoritario può essere preferibile a un sistema democratico” (che comunque raccoglie il 19% dei consensi) e a “Autoritario o democratico per me non fa molta differenza” (14%). “La democrazia rimane l’unico orizzonte possibile, per la maggioranza degli italiani”, ne deducono Bordignon e Securo, “anche se le sue istituzioni e le sue infrastrutture continuano a godere di pessima reputazione. E il suo funzionamento continua a sollevare diffusa insoddisfazione”.

Non sottovalutare il disagio

Queste le analisi, questi i numeri. C’è probabilmente da andare oltre, o meglio più in profondità, per capire la crisi delle democrazie contemporanee. Perché, come scrive Mattia Ferraresi in un libro titolato, riecheggiando Hobsbawm, Il secolo greve, “non sono le invasioni dei nuovi barbari a minacciare la cittadella liberale, sono le fondamenta della cittadella stessa a dare segni di cedimenti”. Bisognerebbe rovesciare la prospettiva e avere il coraggio di dire che la storia del presente non è “quella di un dirottamento, di un’ubriacatura congiunturale” e che l’origine dello stress test del modello liberale e di globalizzazione è “la conseguenza di una profonda crisi antropologica” dell’individuo contemporaneo. Qualcosa che va ben oltre la sfiducia, il sentirsi trascurati dalla politica, avere la percezione che la propria voce non conti. “L’uomo di oggi si guarda allo specchio e non sa rispondere alla domanda ‘chi sono?’. È in apparenza il sovrano di sé, della natura e della storia, ma la roccia su cui poggia le sue certezze esistenziali è friabile. È un gigante sulle spalle dei nani”.

È vero tutto ciò? Le analisi socioeconomiche raccontano solo la superficie del fenomeno: “i numeri parlano di ripresa, le vite raccontano di affanni e paure”. Al di sotto “degli elementi misurabili si trovano le domande inevase intorno al significato dell’esistenza, le ansie metafisiche, la crisi di fiducia, l’incertezza nei rapporti umani e il deterioramento dei legami sociali”. La crisi di oggi ha radici profonde, perciò, e origina, secondo Ferraresi, ben prima dell’ascesa dei populisti di destra, che ne sono solo una sua manifestazione. Non la causa, ma l’effetto. Trump, i nuovi nazionalismi, il mito dello strongman, la politica aggressiva “dell’identità” sono conseguenze scomposte di un disagio reale. In ogni, caso, sottovalutando questo disagio, ci si volta dall’altra parte “nella speranza che alla prossima tornata elettorale gli impresentabili populisti vengano sconfitti e la malattia scompaia da sé”. Cosa che puntualmente non accade.

Foto di Free-Photos da Pixabay.

Altri articoli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

N.B. I commenti devono essere approvati da un amministratore prima di venire pubblicati. Se non vedete subito il vostro commento è perfettamente normale, non serve che lo scriviate nuovamente. Grazie!