Opinioni

La memoria ci fa buoni

Ma occhio al bluff

Fabrizio Marcucci

Ci sono da sfidare accuse di vilipendio e di una qualche possibile lesa maestà, ma c’è del fondamento a sostenere che dietro la Giornata della Memoria si nasconde un bluff nel quale peraltro cadiamo volentieri. Tranquilli. Niente accuse di complotti giudaici, niente piatti usurati di bilance su cui mettere i morti di una parte e quelli dell’altra dell’infinito conflitto israelo-palestinese. E ancora, tranquilli: è stata sacrosanta l’istituzione della Giornata della Memoria e resta sacrosanta la sua celebrazione, ma ciò non toglie che sia un bluff; dirlo significa voler bene alla Giornata della Memoria, volerne serbare il cuore, non il contrario.

La Giornata della Memoria, la consacrazione di un giorno al ricordo dell’Olocausto, come tutti i riti, serve. Intanto a comunicare a bambini e ragazzi che c’è stato l’Olocausto. Serve a vederli uscire da scuola – se hanno avuto la fortuna di incappare in insegnanti decenti – con la faccia contratta e sentirli dirti: “Abbiamo parlato dei campi di concentramento”. Serve a far muovere loro i primi passi nel confronto con gli abissi di cui l’umano è capace nella speranza che nella loro vita sceglieranno di colmarli con atti concreti, quegli abissi. Serve, può servire, a noi adulti a farci vergognare almeno un po’ dell’utilizzo come epiteti di rabbino, zingaro, frocio, mentre per un giorno ricordiamo che furono le tre categorie principali che affollarono i campi di concentramento.

Poi però, comincia il bluff della memoria. Perché l’Olocausto, come tutte le pulizie etniche, aggiunge al fatto di essere stato un crimine quello di essere stato calcolato e seriale e, nel caso specifico, messo in atto da uno Stato. Non un omicidio, non l’uccisione di un nemico, non l’isolato gesto di un folle. Ma più di tutto questo messo insieme, portato avanti nel tempo con intelligenza e grande dispiego di risorse. E ciò, nella sua immanità, lo rende ineguagliabile e schiaccia tutti gli altri crimini, tutte le altre tragedie in posizione secondaria, li fa un po’ meno gravi.

Ed è proprio nel rendere tutti gli altri abissi provocati dalla nostra umanità claudicante meno profondi che l’Olocausto, o meglio, la sua memoria, ci fornisce un alibi formidabile: noi non saremo mai capaci di renderci complici di una cosa del genere, noi non faremo mai una cosa del genere. Una cosa del genere è praticamente irripetibile e quindi noi ne siamo al riparo. È così che noi, ricordando l’Olocausto, diventiamo più buoni.

Non solo. Qualsiasi dramma e/o tragedia, essendo non così grave come l’Olocausto, diventa non meritevole di attenzioni urgenti. Così abbiamo l’alibi non solo per non far nulla di fronte alla strage di persone che si giocano la vita pur di tentare di venire a migliorarla qua da noi; ma anche per discettare amabilmente mentre affogano o vengono torturate e violentate sull’altra sponda del Mediterraneo su come “regolarne i flussi”, manco si trattasse della pressione dell’acqua, perché “non si può mettere a repentaglio la nostra vita quotidiana”. E quando qualche inguaribile utopista fa notare che il nostro è un atteggiamento disumano, corriamo a sentirci sollevati dinanzi alle argomentazioni dell’intellettuale realista di turno che ci toglie d’impaccio suggerendo che la storia, ahinoi, è costellata di sangue e tragedie, e che gli Stati sono nati per difendere gli interessi dei propri cittadini eccetera… E anzi, le facciamo nostre quelle argomentazioni, nei dibattiti da social network o da salotto borghese in sedicesimi. E, ancora una volta, ci sentiamo buoni, sollevati da responsabilità che non ci riguardano, convinti di stare nel giusto. Però, permettete: un conto è parlare delle tragedie passate o di quelle attuali di cui non sappiamo; un conto è parlare di ciò che ci accade sotto gli occhi in termini di vita, tra una imprescindibile dichiarazione di Renzi e un anatema di Grillo.

Ora, per smascherare il bluff della Giornata della Memoria ci sarebbe da trasformarla non in esercizio di esorcismo, ma in presa in carico di responsabilità. Non serve a progredire specchiarsi nel male assoluto per dirsi: io sono meglio. Occorre piuttosto dirsi e dirci: che cazzo sta succedendo oggi intorno a noi, e perché? Perché la vita umana è diventata importante quanto lo spread, anzi meno? Perché le risorse pubbliche possono salvare banche e non vite umane? Perché? Ci condanneremmo a cercare risposte e forse ci sentiremmo meno buoni, meno rassicurati e così tenteremmo di migliorare. O forse no. Continueremmo a fare sermoni su quanto erano cattivi i nazisti, e quanto oggi siamo progrediti noi.

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