Percorsi

La lingua “nova” di Prunetti che arruola Dante

L’autore toscano conclude la sua trilogia working class con una commedia operaia che è un tentativo (riuscito) di ritrovamento di senso in un mondo che ha perso la bussola ed è governato dall’incomunicabilità

La lettura del libro di Alberto Prunetti (Nel girone dei bestemmiatori, edizioni Laterza) mi è capitata in un momento particolare. Riflettevo sul senso del mio fare le cose: scrivere articoli, organizzare incontri; svolgere, nel proprio piccolissimo e con tutte le proprie lacune, un’azione che tenti di andare nella direzione di un ritrovamento di senso. In particolare, mi si andavano addensando domande sulla reale efficacia di quei tentativi di fare. Addensamenti per i quali è difficile trovare risposte sufficienti a dissolverli. Le domande rimangono tutte lì, inevase. Mi pare che il problema dei problemi sia riconducibile al fatto che alcune delle categorie che hanno funzionato per decenni e hanno fornito a diverse generazioni delle mappe per orientarsi siano oggi inservibili. Perché non consentono di dialogare con le generazioni venute dopo, forgiatesi su un diverso modo di comunicare, su nuovi significati, su cambiamenti troppo veloci per essere compresi e ai quali si è richiesti solo di adattarsi. In genere, davanti a questo scenario si tende a dare risposte giudicanti: i giovani non…., dove al posto dei puntini potete mettere quello che vi pare: l’importante è la negazione che li precede. Non capiscono, non sono interessati, non percepiscono l’importanza di. Il punto è che l’azione pubblica che per la gente nata fino agli anni settanta del Novecento si esplicava intorno alla discriminante destra/sinistra e dentro contenitori tipo partiti o movimenti, è pressoché inconcepibile per la stragrande maggioranza degli under 30 di oggi. Ciò determina una incomunicabilità formidabile tra generazioni, simile forse solo a quella che si è creata negli anni sessanta del Novecento tra i padri e le madri e i figli e le figlie di allora, e che forse mai si era data prima. Tutto questo accade anche perché i padri e le madri di oggi hanno contribuito alla dismissione, e si sono rinchiusi loro per primi – come generazioni – nel loro particolare. E però rimproverano ai loro pargoli e pargole il disimpegno che loro stessi hanno esperito, agevolato e servito su un piatto d’argento. E se disimpegno non c’è stato, c’è stato e c’è un proseguire su binari che non portano da nessuna parte; c’è il ricorso a una retorica inerziale, cioè non più efficace, che però viene riproposta per abitudine, per convenzione, perché non si è capaci di risintonizzarsi, e tutto sommato perché è confortevole rifugiarsi nel già fatto e nel già detto, ancorché si tratti di un atteggiamento tremendanente conservatore adottato per di più da persone che si ritengono progressiste. È tutto questo che genera l’incomunicabilità. Per un diciottenne oggi la discriminante destra/sinistra è roba da dinosauri. L’esserci affezionati da parte nostra, non può esimerci dal fare uno sforzo di comunicazione con chi è venuto dopo di noi. Per una ventenne di oggi l’idea di partito fa venire l’orticaria, e a dire il vero un po’ la provoca anche in me, che quell’età l’ho superata da parecchio, forse quindi toccherà pensare a forme diverse. Ciò non toglie affatto però che ragazze e ragazzi nati a cavallo tra gli anni novanta del Novecento e il Duemila non siano permeabili all’idea di comune o sottovalutino la portata di alcuni temi; penso alla questione climatica, tanto per fare un esempio. Solo che starebbe a noi trovare i ponti levatoi da abbassare per consentire la comunicazione. E starebbe a noi, se permettete, l’onere di cercare soluzioni togliendo il culo dai divani nei quali siamo fin troppo abituati a sprofondare comodamente. Sta a noi capire che là fuori è cambiato tantissimo, nonostante noi continuiamo a immaginarci il mondo come se fosse quello in cui siamo cresciuti. Quel mondo lì non esiste più, e vagheggiarlo o agire come se stessimo ancora lì ci rende vecchissimi e inservibili. Crogiolarsi nello sbandierare l’essere di sinistra è spesso un alibi che vela la povertà di contenuti e l’incapacità a capire; è l’abdicazione alla sfida per l’egemonia (ecco, l’ho detta la parola: egemonia), è il rinchiudersi nella riserva sdegnosi verso un mondo che non capisce, mentre siamo noi che non capiamo il mondo e non sappiamo più non tanto cambiarlo, ma neanche descriverlo.

Restaurazione

Certo, qualche giustificazione ce l’abbiamo anche noi. Abbiamo subìto la restaurazione. Siamo quelli nati tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta del Novecento che hanno visto indietreggiare le conquiste fatte quando eravamo troppo piccoli per prendercene il merito. Lo Statuto dei lavoratori è diventato precariato esistenziale; divorzio e aborto, da diritti acquisiti sono tornati a essere materie di scontro sul corpo delle donne. L’insubordinazione, da qualità che era diventata, è regredita a delitto di lesa maestà. E nel frattempo siamo stati sommersi da merci, materiali e non, che hanno schiacciato l’orizzonte della libertà alla scelta della serie Netflix da guardare o al colore dei pantaloni da indossare, essendo il piano di vita definito e scandito dalle necessità del sistema che si è ripreso tutto quello che era suo e di cui la nostra parte aveva tentato di appropriarsi. Perché e come è successo? Sono domande da studiarci una vita, ché magari se uno scorge quelle ragioni riesce anche a mettere una pezza alla dispersione di senso e a sanare l’incomunicabilità. Perché è questo che è successo: si è disperso il senso. Ne siamo stati espropriati senza accorgercene. Fino ad arrivare al punto che parlare di sfruttati e sfruttatori è diventato demodé. Disperdendoci, sentendoci individui soli davanti al nostro destino, abbiamo reciso qualsiasi legame e qualsiasi possibilità di co-operare per emanciparci. Beninteso, l’individuo a un certo punto era stato sotterrato dal pubblico e forse si è preso la propria rivincita in maniera eccessiva. Sta di fatto che non sappiamo più ritrovare un equilibrio tra personale e comune, e lasciamo il comune a se stesso, cioè a chi ci specula e se ne appropria per accrescere la propria ricchezza che diventa sempre più smisurata, invadente e pervasiva nelle nostre vite. Ricchezza che delimita sempre più la nostra libertà, persino quella di muoverci nelle città, trasformate di fatto in lottizzazioni su cui investire per estrarre valore e moltiplicare il denaro di chi già ne ha tantissimo.

Il gioco delle parti

La politica, in senso istituzionale, è un altro dei fattori che generano incomunicabilità generazionale. Nella rappresentazione teatrale che va in scena quotidianamente Salvini è il nome più conosciuto anche dai bimbi che vanno alle elementari, fate una prova e ve ne convincerete. Succede perché su quel tipo di palcoscenico vince chi sa spararla più grossa, e Salvini è il più talentuoso in questo sport. E succede perché nel nostro sistema rappresentativo, i rappresentanti sono riproduzioni fedeli dei rappresentati. Nessuno scandalo. Una società che ha smarrito il senso, produce rappresentanti privi di senso (vale più o meno per tutto l’arco parlamentare). È un’equazione da prima media. E i ragazzi e le ragazze, bontà loro, lo schifano quello spettacolo. Si può dare loro torto? Secondo me, no. Ma noi, una parte di noi, si arrovella nello stare contro, nel giocare il proprio ruolo in quel teatrino, addebitando a quelli che stanno dall’altra parte tutto il peggio, pur non essendo capace di fare meglio. Andiamo a scorrere i tweet e i post di chi non la pensa come noi per additarli al pubblico ludibrio in cerca di like. Non proponiamo mai la nostra idea di mondo, contestiamo quella altrui, e ci piaciamo un casino nella nostra inutilità a ritrovare un senso. Siamo ontologicamente subordinati, viene da dire. E va a finire, tanto per fare un esempio, che ci dividiamo tra quelli che vogliono chiudere i porti e quelli che i porti li lasciano aperti ma fanno accordi con dei carnefici affinché trattengano presso di sé con mezzi disumani l’umanità che preme in cerca di una vita decente. Il tutto condito da accuse reciproche urlate come se davvero si stesse facendo la rivoluzione. Invece è solo teatro fatto male, cioè gioco delle parti.

Meme contro meme

Per stare nel teatrino, pensando di essere – loro sì – al passo coi tempi, alcuni tentano l’utilizzo di strumenti che non sanno maneggiare, diventando patetici, e confondendo la contemporaneità con l’imprescindibilità dell’uso dei social. Oppure, se ci proviamo a modo nostro, come ad esempio tento di fare personalmente, non riusciamo a trovare forme efficaci e alternative per ristabilire un senso. Il problema del senso è ritrovarlo, non invertirlo. Opporre meme a meme, slogan a slogan – come fanno quelli che sfidano Salvini a colpi di tweet – non porta da nessuna parte. Il terreno della semplificazione è il loro, di quelli che questo mondo lo decantano e lo vogliono semmai rafforzare nelle sue asperità. Chi pensa che impoverimento dei più, precarizzazione delle vite, spoliazione ambientale, bulimia da crescita; chi pensa che il ricorso massiccio agli psicofarmaci e alle droghe cui vengono incentivati gli individui soli con se stessi siano conseguenze di questo mondo, che per questo va cambiato, deve sperimentare altro, uscire dalle semplificazioni, senza perdere la leggerezza necessaria a comunicare. Solo che le semplificazioni sono tremendamente efficaci, e la riconquista della complessità attiene – tra le altre cose – a un riconoscimento dei propri limiti, cosa che è quasi incompatibile col superomismo di cui è intrisa la nostra epoca dispersa di senso.

Una boccata d’aria

Queste erano (e sono) alcune delle incognite in cui inciampavo da tempo, quando ho cominciato a leggere Nel girone dei bestemmiatori. Che per questo è stato una boccata d’aria. Perché Alberto Prunetti mi ha fornito una riconquista di senso; anzi, al plurale: riconquiste di senso. In prima battuta, mi sono persuaso che il ricorso alla fiction sia assai più efficace per il ritrovamento di senso di tante articolesse come quella che state leggendo, se avete avuto la forza di arrivare fin qui. La fiction è libera di trovare la via giusta per colpire l’immaginario; può riconvertire con gli attrezzi giusti Dante e Steve McQueen e farli partecipare alla stessa avventura capeggiati da un eroe metalmeccanico, per dire, come fa Prunetti nel suo libro. Ci sono film strepitosi, ad esempio, che convergono nella direzione di un ritrovamento di senso: per rimanere a due degli ultimi usciti, con un gran successo di pubblico, penso a Parasite e Joker. Ci sono canzoni, di oggi, di giovani, che cantano bene il mondo distorto nel quale siamo immersi, penso a 90MIN di Salmo. La fiction colpisce il tuo immaginario di individuo, colpisce l’individuo pietra angolare del sistema, e potrebbe essere in grado di sottrarlo mano a mano alla propaganda semplificatoria del sistema stesso. Oddio, se penso che De Andrè è decantato in maniera pressoché unanime e che nonostante questo le nostre società vanno nel senso esattamente contrario a quello che lui cantava, le speranze si fanno fioche. Però rimane il fatto che la fiction ha una forza e degli strumenti che le attività classiche non hanno.

Il senso della trilogia

Prunetti restituisce senso al concetto di trilogia. Avendo avuto la fortuna di leggere Amianto e 108 metri, che l’hanno preceduto e che con Nel girone dei bestemmiatori la compongono, non si può che convenire sul fatto che sì, siamo di fronte a una trilogia working class, con tre opere godibilissime nella loro unicità ma inanellate l’una alle altre e ognuna con una cosa sua propria da dare alla storia generale. Amianto è la storia di una vita mangiata dal lavoro, 108 metri è quella della generazione sconfitta e condannata al precariato esistenziale che è venuta dopo; con Nel girone dei bestemmiatori si tenta di passare il testimone a chi si appresta ad arrivare ed è nato affamato di giustizia, come la piccola Elettra, destinataria della storia. Prunetti rinsalda i legami che la restaurazione ha tentato di dissolvere. E lo fa, questa è forse la qualità che rende il suo ultimo libro prezioso, anche ricorrendo a un linguaggio nuovo: con il ricorso a un neo-volgare allo stesso modo in cui Dante – che non a caso è co-protagonista della storia, riconvertito in aiuto-meccanico – sperimentò l’uso di una lingua nuova per comunicare ai più del suo tempo che il latino non lo bazzicavano più. Non è solo una trovata stilistica, è il tentativo di ritrovare un senso, di parlare con quelli che stanno venendo dopo di noi in modo che ci capiscano, che ci capiamo. Così Prunetti si mette a fare da tramite, e fa dire da un nonno operaio alla sua nipotina che l’inferno della Divina Commedia non può spaventare chi ha lavorato una vita, perché una vita condannata al lavoro è un inferno in sé. È come se Prunetti si riappropriasse degli attrezzi della working class per utilizzarli in modo inedito e spiegare a chi rischia di assuefarsi alla cetomedizzazione, come lui stesso la definisce, che ancora e più che mai siamo divisi in sfruttati e sfruttatori. Il problema è che i primi hanno smesso di riconoscersi in quel ruolo e giocano a fare i cetomedisti, e i secondi se ne approfittano e divorano tutto quello che possono. È un ritrovamento di senso lucido: Prunetti indica da dove viene e dove sta andando, o per lo meno dove vorrebbe andare, avendolo scelto, non perché ce lo porta la corrente. E lo fa senza le pesantezze che avete letto anche in questo articolo. Lo fa con una commedia dove non di rado si ride. Lo fa senza perdere di vista la complessità ma non cadendo nel tranello della evangelizzazione de sinistra. Lo fa innovando. E facendolo, ci fornisce se non un orientamento, almeno un puntello a cui agganciarci. Prezioso, vista l’enorme centrifuga nella quale ci troviamo, che ci sbatacchia a destra e a sinistra, ci fa perdere il senso dell’andare e pure la capacità di comunicare. Prunetti, col suo neo-volgare, la vecchia cassetta degli attrezzi riutilizzata in maniera inedita, ci indica una via possibile nel mondo in cui è cambiato tutto e che noi ci ostiniamo a pensare uguale a quello in cui siamo cresciuti; ci dice che l’unica cosa che non è cambiata è paradossalmente quella che non vediamo più e che non sappiamo più comunicare efficacemente: cioè che esiste chi comanda e chi sta sotto. E ci dice che chi sta sotto ha almeno da capirla la posizione in cui si trova. Almeno quello: ritrovare l’orientamento. Poi magari si può anche ricominciare a camminare. E provare a evadere dall’inferno.

Nella foto: una statua dedicata a Dante Alighieri, foto tratta da needpix.com

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