Idee

La lezione di Federico Caffè

Federico Caffè è stato un grande economista riformista e un maestro di generazioni intere di studenti. Ci ha lasciato molte lezioni di grande utilità e profondità

Federico Caffè è stato un grande economista riformista, quando questa parola suonava ancora bene ed era sintomo di dignità ed onestà intellettuale. Maestro di generazioni intere di studenti, entrava in Università alle otto di mattina e ne usciva, pare, alle otto di sera. Un uomo piccolo e minuto di statura fisica, inversamente proporzionale a quella morale e intellettuale. Il 15 aprile 1987 è scomparso misteriosamente e apparentemente nel nulla, all’alba. Di lui, più nessuna notizia: fuggito? Suicida? Un caso aperto ancora oggi. Ma ci ha lasciato molte lezioni di grande utilità e profondità.

I “punti fermi”

Nel 1986 Caffè pubblica una raccolta di saggi che titola, quasi fosse uno slogan scritto su uno striscione, In difesa del welfare state. La inizia con una splendida introduzione, che fa trapelare tutto il suo sapere e la sua passione. Individua da subito i “punti fermi” di una “concezione economico-sociale progressista”, e cioè: “l’insistere su una politica economica che non escluda, tra gli strumenti da essa utilizzabili, i controlli condizionatori delle scelte individuali; che consideri irrinunciabili gli obiettivi di egualitarismo e di assistenza che si riassumono abitualmente nell’espressione dello Stato garante del benessere sociale; che affidi all’intervento pubblico una funzione fondamentale nella condotta economica”. Perle di lezioni di politica economica, insomma. Ce ne sono altre, come l’affermazione seguente: la fedeltà a questi “‘punti fermi’ risulta più affidabile dell’indulgere alle mode”; e questo non per aderire ad una ortodossia, perché, ad esempio, “si può continuare a edificare su basi keynesiane, con i necessari adattamenti, anziché incorrere in affrettati ripudi”. È che la scienza economica deve essere eclettica, disponibile ai ripensamenti critici e al “puntuale riscontro con i fatti mutevoli della realtà storica”. Apriamo la mente, insomma, e non chiudiamoci in stupidi dogmatismi.

Lo stato sociale deve ancora essere realizzato

Caffè vede nel pensiero keynesiano una “visione del mondo che affida alla responsabilità dell’uomo le possibilità del miglioramento sociale”, nientemeno. “Oggi”, scrive Caffè nel 1986, tutto questo sembra una “eco sbiadita di un pensiero attardato”. Perché già fin da quel momento, all’economista abruzzese il problema dello stato garante del benessere sociale sembra quello della sua mancata realizzazione, non del suo declino o del suo superamento: “confondere un tramonto con una non ancora raggiunta pienezza di un nuovo giorno è l’addebito maggiore della letteratura che identifica la crisi del welfare state con fenomeni di carattere fiscale, o con il dissolversi di blocchi tra forza sociali egemoni”. Insomma, il welfare state è un “traguardo ancora da realizzare”: Caffè lo scrive nel 1986, figuriamoci cosa avrebbe detto nel 2019. In quegli anni, nota, affermazioni come “fine dello stato del benessere” o “eccesso di assistenzialismo” sono così “ripetute e sottolineate, da assumere il carattere di verità indiscusse”. Altro non è che il fanatismo dei “necrofori dello stato del benessere”: “ciò che mi sembra sfugga ai contabili dei costi burocratici, degli oneri fiscali e dei possibili sprechi dello ‘stato organizzatore dei servizi’ è l’intelligente pragmatismo di coloro che si sono adoperati per dar vita a una solidarietà istituzionalizzata terrena, non già a una immaginaria costruzione ideale. Ed è proprio la consapevolezza delle difficoltà concrete di un compito che trascende gli egoismi, le interessate grettezze, le tendenze parassitarie dei singoli, ma doveva pur essere realizzato da uomini e non da spiriti puri, a spiegare la gamma estesamente ricca delle linee di pensiero che respingono l’affermato crollo o crisi dello stato del benessere”.

Difendere la meritocrazia è difendere l’esistente

Secondo Caffè, occorrerebbe meditare “su quanto si sia lontani da un eccesso di assistenzialismo”: “lo stato del benessere è una conquista ancora da realizzare faticosamente, non un intralcio fallimentare da scrollarsi di dosso. Una efficienza priva di ideali ci riporta al clima intellettuale che ha consentito di designare l’economia come una ‘scienza crudele'”. E allora, Caffè non può non scagliarsi, con una serratissima e documentata critica, contro il paradigma neoliberista che a metà degli anni ottanta trionfa nelle accademie, nei Governi, nelle aziende, perfino in televisione. Il neoliberismo è un arretramento culturale, una restaurazione, una conservazione dell’esistente, e quindi una perpetuazione del predominio delle classi più alte; difendere la meritocrazia, senza preoccuparsi dei punti di partenza, significa difendere l’esistente. Anche se si ammanta di “formulazioni nuove e di strutture concettuali sofisticate”, il neoliberismo è “intellettualmente datato e socialmente retrivo”. Riproporre la contrapposizione Stato/mercato è, nella migliore delle ipotesi, “una disposizione nostalgica verso un idealizzato ‘mondo di ieri'”.

Sul piano letterario, questa disposizione ci ha regalato opere memorabili; sul piano economico, però, “esso potrà condurci dalla povertà delle nazioni, alla rassegnazione o alla esasperazione dei diseredati”. Il neoliberismo costituisce un “arretramento verso concezioni che ci riportano ad un chiaro ed insinuante invito ad ‘arricchirsi’, tipico di situazioni restauratrici. E poi: “ogni restaurazione reca in sé i germi dell’oltranzismo intollerante”; il rischio è quello di scivolare in “concezioni intrinsecamente razziste” se nella contrapposizione tra Stato e mercato “si giunge a negare anche le conseguenze sociali delle disparità dei punti di partenza individuali, attribuendole unicamente a fattori biologici, genetici e di originaria dotazione intellettuale”.

La meritocrazia, dicevamo, è per Caffè una mera “conservazione dell’esistente”. Serve, al contrario, l’egualitarismo: “in un mondo in cui si è fatto tanto poco per attenuare le cause sociali, e non già genetiche delle disparità di posizioni iniziali, mi sembra che le ragioni di un maggior egualitarismo siano tuttora imponenti e prevalenti rispetto a disegni di una sua attenuazione per pretesi motivi meritocratici, che si identificano in concreto con la conservazione dell’esistente”.

Una, tante lezioni

Grazie della lezione, Professore. Anche oggi, nel 2019: perché alla base di tante storture e aberrazioni odierne, c’è il solito, tradizionale e ormai classico egoismo, figlio sbagliato dell’individualismo. Ieri (e l’altro ieri), era l’invito ad arricchirsi, ad ammassare, a fregarsene di chi parte da punti di partenza più bassi; oggi, è tutto questo, con l’aggiunta su buon peso del rancore, del risentimento, dell’odio sdoganato. “Non vedo l’ora che mi venga un turbamento emotivo”, dice il personaggio di Altan seduto in poltrona con un mitra in mano, in una fulminante vignetta di qualche giorno fa. Servono, i “punti fermi” di Caffè, eccome.

Foto di copertina di Nick Youngson, rilasciata in licenza Creative Commons (da picserver.org)

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