Opinioni

La guerra, le bombe

E qualche domanda

In molti avranno certezze da mettere in vetrina. Qui abbiamo strumenti sufficienti solo per porci brevi domande, che sono il contrario delle certezze. Convinti però, quello sì, se non altro di una cosa: una domanda sbagliata è sicuramente meno pericolosa di una certezza errata. La domanda chiede prima di agire; la certezza agisce, e se è infondata fa danni.

Le domande nascono da una sequenza che inizia nel 1991, quando venivano al mondo i neo-laureati di oggi e in Iraq dominava Saddam Hussein, deposto e ucciso dopo due guerre tramandate di padre in figlio (Bush senior e junior) perché fabbricava armi nucleari mai trovate, e in Libia c’era un satrapo di nome Gheddafi. Oggi, dopo tre-quattro guerre e diverse centinaia di migliaia di civili uccisi, sono stati rimossi e giustiziati sia Saddam che Gheddafi. Al loro posto abbiamo trovato prima i terrorismi di Al Qaida e ora fronteggiamo le bombe in casa nostra dell’Isis, che governa in pezzi di paesi asiatici e africani. L’Iraq e la Libia sono due voragini e in mezzo ci sono la Siria dei profughi triturati, i curdi soppressi, la Palestina e Israele in conflitto perenne; più a ovest l’Africa piagata e chi ha qualcosa da aggiungere faccia pure, ché sicuramente l’elenco è parziale.

Sicuri che non ci sfugga qualcosa? Sicuri che la condotta mantenuta finora sia stata la migliore possibile? Sicuri che non occorra partire dal disastro quotidiano che abbiamo sotto gli occhi per domandarci se e come sia possibile sanare anche parzialmente il delirio globale, perché è di questo che si tratta, cui stiamo contribuendo?

Certo, sono domande che ci sovrastano. Continueremo a farci i conti. Convinti che piccole certezze sbagliate siano peggiori di qualsiasi domanda, anche di quella che rischia di rimanere senza risposte perché troppo grande.

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3 commenti su “La guerra, le bombe

  1. Assolutamente d’accordo, ma aggiungerei un’altra domanda: come mai i dinamitardi/terroristi non sono migranti, bensì giovani/uomini persin di quarta generazione? Forse che a questi baldi giovani e alle loro famiglie conniventi occorra imporsi per evitare nel precipitare nel terrore europeo diffuso?

  2. Condivido pienamente il vostro approccio, ma chi può seguire, tra i nostri “rappresentanti” nazionali ed europei, questa linea? Hanno ‘appaltato’ la difesa delle coste alla Turchia (definizione illuminante di Emma Bonino) e i quartieri europei da cui partono la Jihad ed i foreign fighters sono spesso ghetti perché in realtà, ad esempio, a Schaerbeek – Comune di Bruxelles dove hanno trovato un piccolo arsenale di armi e bandiere dell’IS (vi ho vissuto negli anni ’90) si respirava già allora degrado, emarginazione, ed anche rabbia. Se in quei Comuni esiste un assessorato contro la radicalizzazione, significa che il problema era già evidente. Ma conviene di più sposare la causa di una guerra contro il nemico, senza farci domande. Voi, vi prego, continuate a porcele..

    BUON LAVORO Claudia

    1. Ciao Claudia e grazie del commento. Senz’altro continueremo a porci domande (e magari a tentare una qualche risposta!).
      Ricordo che hai vissuto a Bruxelles; ma non che eri proprio a Schaerbeek. Com’era negli anni 90? Già si respirava aria di radicalismo? Si poteva pensare che a lungo andare sarebbe diventato (questo quartiere come mille altri in Europa e soprattutto in Francia) un posto esplosivo? Ora siamo noi a fare domande a te…

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