Comunità

La fatica della libertà

La libertà sta nel trovare il proprio posto nel mondo contribuendo alla costruzione di quello che c'è intorno a noi. L'esatto contrario del consumare delegando ad altri le decisioni che vanno prese insieme

Ogni giorno il ministro dell’Interno Matteo Salvini si presenta in TV e ci dice cosa aprire e cosa chiudere. Non sfuggirà allora che in quella logica dell’aprire e chiudere sta gran parte del potere in una società, anche dal punto di vista simbolico. Io credo che in una società si debba decidere cosa aprire e cosa chiudere, cosa si può fare e cosa no. Democrazia non significa aprire tutto e pensare che quella sia la vera libertà. Tanto più che la democrazia, essendo il regime politico infondato per definizione, nel senso che nessuna legge extrastorica e nessuna divinità stabilisce prima cosa decidere e quali siano i valori, ha bisogno di stabilire cosa fare, cosa non fare e perché. Il problema è che quelle decisioni sul cosa fare, su cosa è lecito, giusto o non giusto richiedono fatica, dibattito, tempo, impegno civico e politico, partecipazione, proprio perché nulla è deciso a priori, non c’è alcuna legge trascendente a stabilirlo.

La libertà è faticosa ed esaltante allo stesso tempo. Faticosa perché appunto ci vogliono passione e impegno, e continua educazione ed autoeducazione all’interno della polis, ed esaltante perché tramite quell’impegno si costruisce un senso per la propria vita, si diventa davvero e pienamente uomini e donne, si impara ad amare e ad essere amati, o perlomeno riconosciuti e rispettati dagli altri concittadini con cui si costruisce un senso, si elabora l’incerta libertà umana, la si fa oggetto di arte, pensiero, istituzioni.

Certamente, la storia ci insegna che un capitano che ogni giorno ci dica già cosa è giusto e non giusto, cosa si può aprire e cosa si deve chiudere è più comodo, ci risparmia fatica. E il senso? E l’elaborazione collettiva della libertà? E il ballo sociale democratico con la sua esaltante ebbrezza collettiva? Roba troppo difficile: basta consumare, godere e fottere con il benestare del capitano. In fondo, perché impegnarsi in dibattiti lagnosi da comunisti e buonisti cattolici sul significato delle dipendenze, sull’amore, il sesso, la malattia mentale. Basta godere senza negri e rompicoglioni comunisti e scout fra le palle.

Ecco, una cosa volevo dire ai cosiddetti sovranisti: la sovranità è elaborare l’incertezza della libertà, il ballo sociale collettivo sulle grandi questioni dell’umano, perché essa non è risolvere problemi, ripristinare l’ascensore sociale o fare politiche per un non meglio precisato popolo che sbraita dal divano di casa. La democrazia esiste finché una società si concepisce come composta da individui che devono sempre elaborare il proprio posto nel mondo, la propria fragilità ontologica di esseri indeterminati e quindi liberi, non dipendenti da alcuna legge extrastorica, da alcun senso predeterminato. E richiede di alzare il sedere dal divano di casa.

In copertina, foto di Alezas Fotos da www.pixabay.com

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