Comunità

La disumanità dei muri

Il coronavirus, nella sua logica mefistofelica, mette a nudo la debolezza di una civiltà basata sulle segregazioni e ci invita a restare umani

Il muro che divide in nome di una (s)ragione presentata sempre come superiore e irreversibile è perfido nella sua essenza di mattoni di ogni genere tenuti insieme da collanti di diversificate adesività. Solo una volta eretto nella sua fisica dirompenza o nella sua catastrofica impercettibilità dimostra quanto possa essere brutale e inadeguato, illusorio e controproducente, meschino e discriminatorio, insufficiente e tracotante, solo quando è troppo tardi, solo quando anche le sue macerie, il suo venir meno, sono in grado di produrre gli stessi danni se non di moltiplicarli.

Viene in mente l’euforia delle picconate accompagnate dallo stappare delle bottiglie che dovevano introdurre il mondo intero verso un futuro radioso dopo la fine della guerra fredda. Quel muro fintamente antifascista che aveva diviso Berlino e con essa il mondo intero in realtà non è mai crollato se non fisicamente. Quel muro così appariscente e demonizzato ha continuato a essere disegnato in ogni dove, è rimasto tratto fondante del pensiero dominante si è semplicemente smaterializzato per merci e denari e si è innalzato nuovamente frapponendosi regolarmente a ogni disperata migrazione umana, erigendosi a salvaguardia dei nuovi diktat che prevedono sottomissione del sapere alla produzione, adeguamento dei diritti alla produttività, mercificazione del denaro nel suo campo più infido, quello della finanziarizzazione.

I muri insomma, sono parte essenziale di un mondo costruito sull’efficienza prestazionale, i cui indici sono dettati in maniera arbitraria dai dominatori a rotazione (ennesima illusione del sol dell’avvenir fatta propria dal capitale dell’oggi) di un potere globale tentacolare e conflittuale al suo interno, un potere che ci ha ridotti a criceti di una ruota in cui fermarsi a pensare è crimine contro l’umanità, in cui l’aiutarsi gratuito con il solo fine dell’aiutarsi è lesa maestà, in cui tutto scorre grazie a un’asimmetria sistemica senza alternative.

Quei muri d’ignoranza fondati sulla paura dell’altro così funzionali nella loro omicida prestanza, dimostrano in certi momenti la loro fragilità impastata di ipocrisia. Perché, banale ricordarlo, i muri non solo non proteggono da un esterno minaccioso perché sconosciuto, i muri finiscono con l’imprigionare nella propria ottusità quell’interno più o meno patriottico che tanto si vuole difendere e di cui siamo, consapevoli o no, tutti vittime indistinte.

Il mondo interconnesso, seppur virtualizzato, che viviamo ci pone oggi più che mai di fronte all’esigenza di convivere negli spazi aperti, di organizzare le nostre vite secondo la complessità che le caratterizza senza illuderci di poterle indirizzare grazie al decalogo della banalità discriminatoria che tutto facilita. La sfida che oggi i virus, nella loro mefistofelica invisibilità, ci lanciano è proprio questa. Due più due oggi non fa più semplicemente quattro se non nelle chiacchiere da bar che non possono farsi, come troppo spesso è accaduto, politica. I virus, al pari delle merci e dei denari, tagliano il tempo e lo spazio fottendosene tanto della convenzione oraria quanto dell’arbitrio confine, riescono a far diventare cinesi i lombardi e discriminati i discriminatori con volatile perfidia. La cronaca, parte fondante dell’ingegneria dei muri contemporanei, esige dei ritmi così vorticosi da ridicolizzare i tempi lunghi della scienza e solo per questo è portatrice sana di paure; la cronaca per difendere la sua essenza cioè, troppo spesso fa carta straccia del sapere, teniamolo bene a mente soprattutto oggi che emerge in tutta la sua virulenza il suicidio di massa organizzato da chi ha legato strategicamente la salute (la vita) di tutti al profitto di pochi. È nei momenti di difficoltà dell’uno che si può capire l’imprescindibilità dell’altro. Basta restare umani.

Foto di Just killing time da pixabay.com

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