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La cooperazione che fa bene al welfare. Cioè a tutti

Un compleanno per festeggiare i quarant’anni di una coop che diventa l’occasione per ragionare su cooperazione e welfare ai tempi dell’austerità e della recessione. Come se ne esce? Rimanendo se stessi, non svendendo l’anima e continuando a farsi domande

Arrivato a metà della sua relazione Carlo Alberto Rossetti assume voce e postura di un prete laico e si concede una battuta: “Ok – dice – vi ho appena descritto il Paradiso in terra, potete andare”. Il Paradiso in terra sarebbe la cooperativa Borgorete, di cui Rossetti è presidente e di cui si stanno festeggiando i quarant’anni nella sede nuova di zecca che viene inaugurata proprio oggi. Appena un paio d’ore più tardi su Facebook compare un post: “Il nostro presidente è quello che alla festa dei 40 anni della nostra cooperativa si siede in fondo a sinistra, ascolta tutti e ci presenta con umiltà e precisione”, si legge tra le altre cose. Ci trovassimo in un’impresa tradizionale, col capo-padrone e i dipendenti spesso costretti a scodinzolare o scodinzolanti per vocazione, ci sarebbero gli estremi per inorridire. Invece quella di Rossetti è una battuta, e la restante metà della relazione del presidente lo illustrerà ampiamente; il post invece l’ha scritto un socio che a Borgorete ha lavorato per anni, ma che da tempo ha iniziato una nuova vita a Brighton, è impegnato in tutt’altre faccende, e non gliene potrebbe importare di meno di scodinzolare, per di più da così lontano.

Quindi Borgorete è il Paradiso in terra? Non esattamente. Però ha di buono diverse cose: qui lo stipendio dei più alti in grado è doppio rispetto a quello degli operatori che stanno alla base. In un mondo in cui le differenze di retribuzione tra manager e maestranze si contano in multipli a due zeri non è poco. Qui si rispetta il contratto nazionale di lavoro; sì, dovrebbe essere scontato, ma sappiamo tutti che purtroppo non lo è. Ma soprattutto, qui ci si pongono domande. Serie. Che trasformano questo appuntamento personale, intimo – tutto sommato ci troviamo alla festa di compleanno di una cooperativa – in un’occasione per affrontare questioni generali. Questioni che, dice Flaviano Zandonai, sociologo ed esperto di imprese sociali invitato per la tavola rotonda che si svolge prima dei festeggiamenti, “riguardano tutto il mondo della cooperazione”. Alla fine, se si deve trarre un bilancio, forse Zandonai sbaglia per difetto. Perché qui si toccano questioni che vanno ben oltre il mondo della cooperazione e riguardano il welfare. Che poi è il modo in cui gli appartenenti a una comunità organizzano il loro modo di stare insieme. E da qui usciranno parole, esortazioni, suggesioni, echi, che andranno molto al di là del perimetro della cooperazione: “coalizione per lo sviluppo”, “nuovi modelli di business sociale trasformativi”. Qui si esorterà a superare le gare di appalto al massimo ribasso che strozzano la vita dei lavoratori, menomano la qualità dei servizi e che negli ultimi tre anni hanno caratterizzato l’86 per cento degli affidamenti pubblici in Umbria; perché è qui che ci troviamo ma è di una pratica italiana che parliamo.

“Quali prospettive per il welfare e la cooperazione”, è non a caso il tema della tavola rotonda che precede la festa. Cooperazione e welfare sono così connessi perché la cooperazione, quella buona, è generativa di cittadinanza sia al proprio interno che al proprio esterno. I soci, in una cooperativa sana, partecipano alla vita della loro impresa, ne determinano gli obiettivi, ne innervano l’attività; con la loro vita vissuta e il loro protagonismo la rendono un organismo sociale, che risponde a domande reali. Cioè sociale davvero, a differenza di quanto avviene per le imprese tradizionali, in cui la responsabilità sociale è spesso un bollino da appendersi al bavero della giacca per accrescere la propria brand reputation. E la cooperativa, sempre se è sana, è lievito per il territorio in cui è inserita, lo migliora, intercetta bisogni e tenta di dare risposte; qualcosa di più, di molto di più, rispetto all’indotto che si evoca quando si parla di impresa tradizionale. Qualcosa di generativo, appunto. Queste cose Rossetti le dice domandando, e non è un ossimoro. Perché nel descrivere la cooperazione ideale il presidente di Borgorete sottintende sempre gli obiettivi da raggiungere; e chiede a se stesso e ai soci in platea: “Lo stiamo facendo?”. Già domandarselo è un buon punto di partenza. E Rossetti non cerca il dito per nascondersi. Dopo aver descritto il Paradiso in terra, snocciola le criticità: “Siamo risucchiati dalla gestione quotidiana che non ci permette di aprire gli orizzonti come vorremmo, a volte la fiducia nei soci che amministrano tracima in delega e la partecipazione non è come la si vorrebbe; svolgiamo un lavoro usurante, che ti prende eccessivamente”. Tutto questo ha un’origine: carenza di risorse economiche. “Dipendiamo troppo dai fondi pubblici – dice senza sconti Rossetti – e questo ci inibisce anche un ruolo di critica dell’ente pubblico, tanto più necessario in un momento come questo”.

Già, qual è il momento? È quello descritto dall’austerità ai tempi della recessione. Un circolo vizioso cioè, che ha determinato lo scadimento della qualità della vita e come conseguenza ha portato all’allentamento dei legami sociali. Al “profit che mangia il sociale”, dice Roberto Bonifazi, presidente del Consorzio Abn di cui Borgorete fa parte, che sarà colui che inviterà a cercare le strategie per “nuovi modelli di business sociale” che includano gli esclusi. “Perché il rischio è che si pensi al welfare di chi sta dentro la cittadinanza, mentre ci sono crescenti pezzi di società che stanno venendo espulsi e che noi dobbiamo includere”, è l’indicazione della via di Bonifazi per non sedersi. Occorre “costruire politiche di sviluppo in ambito recessivo”, è la traduzione del concetto che fa Zandonai.

Si tratta di sfide difficilissime, anche perché la carenza di risorse (cioè l’austerità) rischia di trasformare le cooperative in macchine per vincere appalti al massimo ribasso, privandole di quella tensione ideale che le differenzia dal mondo dell’impresa tradizionale in cui il profitto è l’unica luce. Per questo c’è un disperato bisogno di non affogare dalla gestione quotidiana, per questo occorre mantenere aperte le vie di comunicazione all’interno e all’esterno di queste imprese per maneneterle sociali. Altrimenti il rischio non è solo che il profit mangi il welfare, ma che il principio del profit si sostituisca al principio generativo di cittadinanza che è il cardine della cooperazione sana.

Ma il momento, si diceva, è quello che è. Ed è aggravato in una regione, l’Umbria, in cui, rileva Andrea Bernardoni, responsabile ricerca LegacoopSociali nazionale, “storicamente la spesa procapite dei comuni per i servizi di welfare è inferiore di circa 30 euro rispetto alla media nazionale; una cosa che vale 30 milioni l’anno”. È la stessa regione che ha perso 15 punti percentuali di Pil negli ultimi dieci anni; ed è la stessa regione in cui, in tendenza contraria rispetto a quella italiana, gli addetti nelle organizzazioni no profit sono diminuiti. “Questo significa che sono calati gli addetti delle cooperative sociali”. È lo spettro delle gare al massimo ribasso che si fa reale. I tagli producono non solo disoccupazione, ma impoveriscono il tessuto socio-economico di cui le cooperative sane possono essere lievito. È il binomio austerità-recessione, bellezza.

Come se ne esce? Chiamando gli enti pubblici al loro ruolo, scandisce Bernardoni, che evoca una liberazione dalle gare al massimo ribasso chiamando le coop alla coprogrammazione degli interventi di welfare. Ancora: come se ne esce? “Con una coalizione per lo sviluppo”, esorta Vincenzo Sgalla, segretario regionale Cgil che punta il dito su un “modello capitalistico che non regge più”. Vero. Il modello del profitto a prescindere non regge più. Divora diritti e ambiente, cioè vita, e si è forse arrivati a un punto di non ritorno. La cooperazione (sana) può rappresentare una via d’uscita. A patto che continui a porsi domande, a essere generativa di cittadinanza, a non sedersi convinta di aver realizzato il Paradiso in terra. Si può essere generativi in tanti modi. E Zandonai ne descrive alcuni: si può diventare piattaforma di cittadinanza, cioè offrire servizi alle persone per farglieli gestire in autonomia; ci si può concentrare in un ambito specifico diventando leader di settore. Tutto si può fare, a patto di non smarrire la tensione ideale e la funzione sociale che si ha. Anche perché, viene da concludere, sono quelle le qualità per una cooperativa (sana) per restare in vita, innovare in tempi di austerità, dribblare la crisi, leggere la società e tentare di fornire risposte adeguate ai tempi. Sennò si diventa macchina da appalto, si accetta il massimo ribasso, che già di suo è una locuzione tetra, si perde la funzione generativa, che è la ragion d’essere della cooperazione. Si perde il senso, si diventa scodinzolanti. Farsi domande aiuta a cercare le risposte giuste, è una ricerca di senso in tempi che appaiono insensati. Borgorete lo fa. È un buon modo per festeggiare quarant’anni.

In copertina, illustrazione di Mohamed Hassan da www.pixabay.com

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