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Film da quarantena: Io e Annie di Woody Allen

Io e Annie (Annie Hall, 1977) è, per ammissione del suo stesso autore, il film della svolta di Woody Allen. Il regista spezza infatti con questa pellicola la sequela dei film caricaturali che hanno come obiettivo primario quello di far ridere, per raccontare il dramma intimo di un uomo e del suo tormentato rapporto con una donna. Il film è ancora una commedia, ma più matura, basata sull’osservazione: si ride – le battute sono tantissime e i dialoghi brillanti – ma si riflette anche. Insomma la comicità fisica lascia decisamente posto a quella linguistica e intellettuale.

Originariamente il film avrebbe dovuto intitolarsi Anhedonia, parola che sta a indicare l’incapacità di provare gioia nella vita. “Anedonico” è certamente Alvy Singer, il protagonista maschile che, tormentato da tutto e da niente, nella prima inquadratura si rivolge direttamente al pubblico raccontando una storiella: «La sapete quella di…hm…di quelle due vecchie signore in villeggiatura, sui monti Catskills, e una dice: “Mamma, come si mangia male in questo posto!” “Oh, si, il vitto fa schifo” dice l’altra, “e oltretutto ti danno porzioni così piccole!”. Beh, questo è essenzialmente quel ch’io provo nei confronti della vita: piena di solitudine e squallore, di guai, di dolori, di infelicità… e oltretutto dura troppo poco. C’è poi…c’è quell’altra battuta – importante per me – di solito attribuita a Groucho Marx… ma io credo che risalga a Freud, quando parla del motto di spirito e dei rapporti fra le barzellette e l’inconscio. Dice…cito a memoria… dice… hm… parafraso… dice: “Non accetterei mai di far parte di un circolo che accettasse tra i suoi membri uno come me…».

Io e Annie, opera dichiaratamente autobiografica, ci presenta per la prima volta Woody Allen come personaggio, come comico di professione che parla di sé in modo diretto al suo pubblico e non è poi così errato attribuire ad Annie la “funzione” di paravento, di specchio del Narciso/Woody. Già a partire da questo lavoro Allen chiama in causa il suo nume tutelare Bergman. Sembra infatti in qualche modo di assistere ad uno dei suoi film: Il posto delle fragole (1957), meditazione sull’egoismo e sulla vecchiaia di un regista appena quarantenne, oppure L’immagine allo specchio (1976), sulla crisi di una donna alle prese con il dilemma tra successo e collasso nervoso. Oltretutto L’immagine allo specchio è il film che i due protagonisti cercano di vedere per poi scegliere invece Le chagrin et la pitié (1970), film-documentario sull’olocausto di Marcel Ophuls.

Il suo parlar di sé comprende anche il presentarsi esplicitamente come ebreo. Sebbene il suo umorismo (anche quello dei primi anni) abbia in realtà poco a che fare direttamente con i temi ebraici e nonostante egli sia soprattutto il comico dell’alienazione moderna prima che comico ebreo, è comunque chiaro come ogni suo gesto riveli la sottile vena tipica dell’ebreo americano integrato. D’altra parte, Allen, prima di raggiungere la massima notorietà con questo lavoro, cavalcava nervosamente le scene dei night club evocando le mitologie eroiche del gotico ebraico americano. Per il giovane Woody, che arrivava sulle scene come l’emarginato (pseudo-eroe che conquistava i suoi aguzzini con l’arma fornitagli dalla mente comica), l’ebraismo non fu molto di più che un travestimento conveniente da usarsi per deliziare il pubblico.

Quello che si presenta allo spettatore attraverso l’uso del camera look e del flashback dunque non è più il semplice schlemiel, ma un personaggio completo in grado di compiere un’autoanalisi; e per farlo Alvy/Woody sceglie l’iter di un personaggio, Annie, che sia il suo alter ego, in un falso omaggio al mondo femminile. Nonostante i limiti del decennio che attraversa, l’emancipazione della donna, la vita dei primi single, la politica che cade di fronte alla ricerca del successo personale e malgrado due matrimoni falliti, Alvy scommette di nuovo su sé stesso e sull’amore. Assumendo il ruolo del Pigmalione, cerca da subito di esercitare il suo “potere maschile” sulla ragazza che è lo sdoppiamento delle sue insicurezze, delle sue manie e della sua gestualità. Ben presto però la ragazza cresce e dimostra di non avere più bisogno di una guida e di sapersela cavare da sola al punto da intraprendere una nuova strada che la porterà alla separazione definitiva dal suo uomo, costringendolo anche a cambiare.

Come ha giustamente notato Serge Daney, c’è una cosa rara in Io e Annie, quello cioè che può definirsi come lo sdoppiamento del protagonista: Woody Allen non crea con Diane Keaton/Annie Hall un doppio femminile ma, cosa ben più difficile, fa esistere al suo fianco un Altro, per di più una donna. Annie esiste, fuori del film, non è un personaggio enigmatico, ma realistico, con tutte le sue lacune. Per molti aspetti Annie è complementare ad Alvy, ma il rapporto tra i due non è molto facile: lei è un’insicura, tendenzialmente soggetta agli sbalzi d’umore e, pur compensando con sua spontaneità la ritrosia affettiva di Alvy, quando gli propone la convivenza non fa altro che spaventarlo, mettendolo sulla difensiva.

Alle contrapposizioni WASP/ebreo, uomo/donna, se ne aggiunge un’altra altrettanto determinante: quella tra la capitale americana dell’Atlantico e quella del Pacifico: New York e Los Angeles. L’avversione del protagonista per la California e i suoi connotati culturali è dichiarata sin dall’inizio, quando Alvy passeggiando con Bob dice: «Los Angeles è una città dove il solo progresso culturale è che puoi voltare a destra con il semaforo rosso». La polemica contro gli show-spazzatura e l’industria dello spettacolo deve a questo punto necessariamente trovare uno sbocco. L’unico possibile è quello dell’arte. In fondo è proprio l’arte che alla fine domina la vita con la trasposizione della vicenda vissuta dalla coppia in forma di commedia con tanto di happy end; una speranza che riporta alla mente l’affermazione di Alvy quando, in fila per entrare al cinema, è disturbato da un individuo dietro di lui che straparla e pontifica su tutto, comprese le teorie del massmediologo Marshall McLuhan. Questi, apparso in carne ed ossa dal nulla, zittisce il logorroico intellettuale e Alvy rivolto al pubblico sospira: «Ragazzi, se la vita fosse davvero così!». Il finale del film ci riporta però al mondo reale: «Fu bello rivedere Annie… pensai a quanto fosse in gamba… era un piacere solo averla conosciuta… e allora ripensai a quella vecchia barzelletta, quella in cui c’è questo tizio che va dallo psichiatra e gli fa: “Dottore mio fratello è pazzo. Crede di essere una gallina.” E il dottore: “Perché allora non lo rinchiude in manicomio?” “Già, ma io ho bisogno delle uova!”. Insomma mi pare che i rapporti umani siano così, assurdi e irrazionali ma li sopportiamo perché tutti abbiamo bisogno delle uova».

Insomma, è irrefutabile che con questa opera siamo di fronte a un regista diverso che «va al di là dell’allusione politica arrogante, la strizzatina d’occhio e il brio “up to date” di Morth Sahl o Bob Hope». Per Allen è davvero il film della svolta: tutti i temi in esso toccati (dalla contrapposizione N.Y./L.A. a quella arte/vita, dall’analisi dell’ambiente alto borghese all’amore per il cinema, anche come citazione, fino naturalmente al rapporto uomo/donna) saranno da questo momento in poi sviluppati, insieme o separatamente, in tutti i suo futuri film.

Articolo originariamente pubblicato su www.vadoalcinema.it.

Foto di copertina tratta da Wikipedia.

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