Percorsi

Inceneritori? No, grazie

L'esempio di Capannori
La parabola di questo comune toscano testimonia come su rifiuti e compromessi al ribasso con i colossi delle multiutilities ci sono delle alternative virtuose e percorribili fin da ora. Basta volerlo.

Fabrizio Marcucci

Capannori sta sulla terraferma ma è un isola. Però è parte di un arcipelago nel quale emergono via via sempre più terre. Sono quelle in cui sono stati messi al bando i rifiuti. E non per questioni olfattive o estetiche, ma perché i rifiuti, quando finiscono in discariche e inceneritori, costano: soldi, salute e futuro. Insomma: vita. A tanti. E il problema è che possono essere un affare per pochi. Potenti. Se capovolgi il problema però, i rifiuti possono anche trasformarsi in una ricchezza per tanti. Insomma, dipende dalle scelte. E da chi le fa. Capannori ha puntato sull’interesse dei tanti, i 46mila residenti in questo pezzo di Toscana pianeggiante. E ha messo al bando quello dei pochi potenti che antepongono il guadagno in soldi a tutto il resto. Facendolo, questo comune che ha la peculiarità di essere un’unione di decine di frazioni ed è sempre vissuto all’ombra della più scintillante Lucca, che si trova a un quarto d’ora di macchina, è uscito dall’anonimato diventando esempio in Italia e in Europa. Ed è ora in cima a una lista di più di duecento municipi in cui vivono complessivamente quattro milioni e mezzo di italiani. È la lista dei comuni che perseguono la strategia “Rifiuti-zero”, che si allunga quotidianamente.

Gli scettici diranno: “Sì, rifiuti zero, e come?”. Tra un po’ lo vedremo, e ripercorreremo le tappe di un percorso che oltre ad essere virtuoso ha dell’esaltante. Intanto, si può prendere nota: qui, nelle pieghe di queste frazioni a una manciata di chilometri dal mare della Versilia, i rifiuti differenziati che escono dalle case dei capannoresi sono ormai da anni l’85 per cento. Il doppio, o giù di lì, della media italiana. E attenzione, non è un miracolo. Solo gestione avveduta delle risorse. Cosa che ha consentito di mettere in campo una serie di misure di tipo diverso, ma tutte convergenti verso un obiettivo: ridurre l’immondizia da mandare in discarica o all’incenerimento. Anzi, valorizzarla. Semplice.

La stella polare

È seguendo la stella polare della diminuzione delle cose inutili che poi diventano anche dannose che a Capannori hanno abolito posate e stoviglie in plastica per i pasti nelle scuole: qui solo ceramica e vetro che vengono lavati a fine pranzo e riutilizzati il giorno dopo; è in base al perseguimento di quell’obiettivo che hanno riqualificato quindici fonti d’acqua sparse sul territorio, iniziativa che oltre a valorizzare luoghi che hanno fatto la storia di questa comunità, rappresenta un formidabile incentivo a evitare l’usa e getta delle bottiglie: si torna a riempire sempre le stesse, una volta che si sono svuotate, negli antichi abbeveratoi. Ancora: è lo stesso fine della riduzione dell’uso di plastica e carta che ha portato all’installazione nella frazione di Lammari, proprio a fianco della scuola elementare, di un distributore di latte fresco che invita al riutilizzo del medesimo contenitore giorno dopo giorno evitando che questo diventi immondizia; così come succede ai distributori di acqua naturale e gassata (a 10 centesimi al litro). Qui la pubblica amministrazione si è impegnata all’acquisto di beni e servizi certificati per essere a basso impatto ambientale e qui la farmacia comunale distribuisce pannolini e assorbenti ecologici; ancora: qui ci sono almeno dieci punti vendita in cui si possono acquistare detersivi alla spina, cioè senza il contenitore di plastica intorno che viene portato, anzi ri-portato da casa. Insomma, da queste parti tutto gira intorno alla riduzione dei rifiuti: dal riutilizzo prima, alla differenziazione poi, e infine al recupero. E gira bene. Tanto che secondo una ricerca dell’università La Sapienza pubblicata all’interno del “Rapporto Italia 2011” dell’Eurispes, il 94 per cento dei capannoresi è soddisfatto del servizio di raccolta dei rifiuti, che è ovviamente porta a porta, prevede la tariffa puntuale (cioè il pagamento in base alla produzione effettiva: meno immondizia produci, meno paghi) ed è gestito da Ascit, società a capitale (udite, udite!) completamente pubblico.

Capannori, comune che persegue la strategia "rifiuti zero"

Progettare il riciclo

Con l’85 per cento di raccolta differenziata e con un ciclo virtuoso come quello appena descritto, la maggior parte delle amministrazioni e dei cittadini andrebbero in giro a pavoneggiarsi. A Capannori no. Non contenti, hanno messo in piedi un centro di ricerca che si occupa di analizzare la cosidetta frazione residua, cioè quel 15 per cento di rifiuti teoricamente né riutilizzabili né riciclabili. Non solo: si analizzano i guasti e i difetti più frequenti degli oggetti che vengono buttati e si invitano le case produttrici a porvi rimedio, perché il riutilizzo e il recupero dei materiali cominciano con una progettazione che tenga conto già dalla nascita del fine-vita delle merci. E i risultati sono clamorosi: è grazie a una segnalazione e alla collaborazione del centro di ricerca toscano che Lavazza ha trasformato le cialde del caffè, che una volta finivano in discarica, in materiale compostabile, cioè utilizzabile come concime in agricoltura. Il centro di ricerca studia come estrarre metalli e altro materiale prezioso da piccoli elettrodomestici e cellulari, che “sono una miniera”, dice Rossano Ercolini, anima del “laboratorio” Capannori, insignito di numerosi premi per il suo impegno in campo ambientale, autore di pubblicazioni, presidente dell’associazione “Zero Waste Europa”, coordinatore del centro di ricerca di Capannori e all’origine del movimento senza il quale questo comune sarebbe rimasto un insieme di frazioni in una piana più o meno anonima in mezzo alla Toscana.

In principio fu la lotta

Riutilizzo, riciclo, ricerca e attivazione di economie circolari e ricchezza “buona” intorno ai rifiuti. A Capannori, per dire, ha avuto inizio l’esperienza di Effecorta, impresa che vende prodotti sfusi e di provenienza locale senza packaging; c’è un centro di riuso dove portare oggetti in buono stato che non si utilizzano più per metterli a disposizione di chi ne abbia necessità; il comune promuove un mercatino di scambio e baratto. Già, ma come si è arrivati a tutto questo?, a questo sistema dove tutto funziona come dovrebbe? La storia prende il via nella seconda metà degli anni novanta del secolo scorso. La illustra lo stesso Ercolini, maestro elementare al mattino e attivista infaticabile di pomeriggio. “La Regione voleva realizzare un inceneritore qui. Se non volevamo respirare i miasmi dell’immondizia bruciata, dovevamo dimostrare che i rifiuti potevano essere trattati in un altro modo. Io e il mio gruppo abbiamo iniziato a mobilitarci: la mattina spiegavo ai bambini l’importanza di corrette abitudini e la necessità di evitare sprechi, nel pomeriggio battevamo le frazioni palmo a palmo con assemblee e iniziative varie per comunicare che un’alternativa c’era”. E la via dell’alternativa è stata imboccata. La popolazione ha risposto attivandosi e l’inceneritore non è mai stato realizzato. A Capannori è stato creato un modello che ora Ercolini e i suoi vanno illustrando in Italia e in Europa. “La gente è orgogliosa, siamo il comune capofila per la gestione dei rifiuti in provincia”, dice Ercolini. Per una volta davanti a Lucca, l’“ingombrante” città che per secoli ha fatto ombra alla piana. Nel 2007 il comune ha fatto sua la strategia “Rifiuti zero” e l’amministrazione attuale guidata dal sindaco Luca Menesini è la seconda a impegnarsi attivamente su questo fronte, che è diventato un fiore all’occhiello.

Rossano Ercolini, coordinatore del centro di ricerca sui rifiuti di Capannori
Rossano Ercolini, coordinatore del centro di ricerca sui rifiuti di Capannori

Sì, ma ne è valsa la pena? Cioè: invece di sbattersi per riutilizzare, differenziare, riciclare, recuperare, non sarebbe meglio lasciare liberi i cittadini di buttare tutto in un unico sacco e poi incenerire o buttare in discarica? Al di là del fatto che “nei cassonetti c’è una miniera”, come ripete sempre Ercolini, e al di là del fatto che recuperando si divorano meno risorse, lasciandole disponibili a chi verrà dopo di noi e lasciando le cose più in equilibrio di quanto abbiamo fatto negli ultimi decenni, ci sono studi che dimostrano che sì: riutilizzare, sprecare meno, differenziare, riciclare e recuperare fa bene. Alla salute e all’ambiente. E fa pure risparmiare soldi. Cominciamo proprio dai soldi: nel suo Rapporto sui rifiuti urbani del 2014 l’Ipsra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) analizza i costi di gestione dei rifiuti con delle proiezioni. Nei differenti scenari per classi di residenti, a una differenziata più spinta corrispondono sempre – ma proprio sempre – costi di gestione, e quindi tariffe, più bassi. Per quanto riguarda invece salute e ambiente, in una pubblicazione dell’agosto scorso l’Isde (International society of doctors for environment) mette nero su bianco che, per quanto riguarda le discariche, “considerando soltanto le discariche per rifiuti solidi urbani apparentemente ben gestite, uno studio osservazionale condotto in Italia, per un periodo di nove anni e in un’area che comprendeva otto Comuni (oltre 11.000 residenti) limitrofi a una discarica, ha mostrato eccessi di mortalità anche per malattie non neoplastiche (cardiovascolari, respiratorie, dell’apparato digerente e del sistema nervoso). Un altro studio condotto tra il 1995 e il 2000 su una vasta area della Toscana (sei discariche localizzate in cinque diverse province) ha rilevato eccessi di mortalità per malattie cardiocircolatorie e cerebrovascolari, per tumori maligni del sistema ematolinfopoietico, del fegato e della vescica. È stato inoltre riportato un aumentato rischio di malformazioni congenite in popolazioni residenti in prossimità di discariche”.

L’incenerimento è senza dubbio il peggior modo
di trattare i rifiuti, perché ne riduce solo il volume.
Per di più, questa metodica
da un solo tipo di scarto ne genera tre

E gli inceneritori? Qui se possibile gli studiosi dell’Isde sono anche più recisi: “L’incenerimento – si legge nel documento – è senza dubbio il peggior modo di trattare i rifiuti, perché ne riduce solo il volume. Per di più, questa metodica da un solo tipo di scarto ne genera tre (aeriformi, liquidi, solidi), ciascuno dei quali contenente sostanze tossiche, mutagene e cancerogene. A loro volta, le frazioni liquide e solide devono essere smaltite, mentre quella aeriforme viene direttamente smaltita nell’atmosfera, che viene così trasformata in una sorta di discarica per rifiuti speciali pericolosi. Se anche l’incenerimento fosse innocuo per la salute, esso non lo è di certo da molti altri punti di vista: ecologico, energetico, delle risorse disponibili, in quanto distruttore di risorse altrimenti utilizzabili, dissipatore di energia, dannoso per l’uomo e gli animali”.

I diritti di tutti, il guadagno di pochi

Insomma: sì, a Capannori hanno fatto la cosa giusta. Tutti: attivisti, cittadini e amministratori. Ma allora perché questo lembo di Toscana rimane un’isola, seppure l’arcipelago di cui fa parte diventa sempre più ampio? “Perché in Italia abbiamo il governo più arretrato d’Europa in tema di rifiuti”, dice senza mezzi termini Ercolini, che indica ad esempio il famigerato articolo 35 del decreto Sblocca Italia, il quale prevede l’autorizzazione di 12 nuovi inceneritori nella penisola. “In Europa – aggiunge l’ambientalista – tira un’altra aria e se fossi un bookmaker scommetterei sulla strategia “Rifiuti zero” piuttosto che sull’incenerimento, visto il movimento che si sta creando”. In effetti, basta digitare su Google “gestione rifiuti Ue” e cliccare su un paio di link per arrivare a un elenco di provvedimenti e misure e rendersi conto che “riduzione”, “recupero” e “sostenibilità”, nei documenti europei sono parole assai più utilizzate rispetto a “incenerimento”. Il punto è che dietro l’incenerimento dei rifiuti in Italia ci sono colossi che si chiamano multiutilities. Le principali: Acea, A2A, Hera, incamerano annualmente una mole di ricavi equivalente al bilancio di una regione media come le Marche, per dire. Vale a dire tra i 3 e i cinque miliardi di euro. La potenza di queste realtà, in termini di lobbismo, pubblicità, relazioni con amministratori e politici e quant’altro, è immediatamente comprensibile. Spesso con buona pace dell’interesse dei più. Alla luce di questi dati si capisce anche perché in dieci anni, dal 2003 al 2013 si è assistito in Italia a un’impennata clamorosa dei rifiuti inceneriti (+70,3 per cento), a fronte peraltro di una diminuzione generale della produzione di rifiuti che nello stesso periodo è stata dell’1,2 per cento. Numeri, bilanci, guadagni, studi, che fanno capire da che parte sta l’interesse dei tanti e quello di pochi. E che dimostrano che sì, a Capannori fanno la cosa giusta. E forse conviene a tutti seguire il loro esempio. Per il bene di salute, tasche e futuro.

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