Percorsi

Incastrati

Perché la sicurezza non dà la felicità
Una famiglia di una grande città italiana. Due lavori garantiti, una bambina. Quindi la sicurezza. Ma di cosa? Dello stipendio, della pensione, delle ferie, della malattia. Ma anche di perdere il senso del proprio lavoro e della propria giornata. Insieme alla prospettiva di vita.

Ugo Carlone

Alessio, Romina e Martina sono una famiglia di una grande città italiana. Due lavori sicuri, il papà e la mamma. Due anni appena la terza, nata da ferreo desiderio e altrettanta volontà. Dicevo due lavori sicuri: entrambi in un ente pubblico, di ruolo. Assunti, insomma sicuri. Ma poi non troppo. Perché la domanda è: sicuri di cosa? Certo, dello stipendio, della pensione, delle ferie, della malattia e ovviamente del posto. Ma sicuri anche di rimanere nello stesso posto, con la stessa paga, gli stessi problemi, gli stessi disagi di oggi come tra dieci anni come dieci anni fa. Quindi, tecnicamente, incastrati.

Vediamo meglio. Alessio era occupato in un ente pubblico, non proprio in quello principale, ma in uno “secondario”, non pubblico-pubblico. Era. Perché ad un certo punto, quellʼente “secondario” viene in parte privatizzato e, come si sa, i privati sono i privati e lui perde il posto di lavoro e viene licenziato in tronco perché quellʼente “secondario”, anche se di origine pubblica, deve essere in parte smantellato. Lui non ci sta, ed insieme ad altri colleghi decide di ricorrere al giudice per licenziamento senza giusta causa. La controversia va avanti, chiaramente per anni, durante i quali il nostro si inventa dei lavori, anzi dei lavoretti. A dire il vero, sfrutta la sua grande passione per lʼaria aperta, la natura, la montagna, e qualche soldo lo racimola. Ma tutti frutto di contratti che non sono contratti, ma prestazioni occasionali o al nero o al massimo al grigio: qualche ora segnata, parecchie no. In fin dei conti, quello che fa è quello che vuole: essere pagato per stare allʼaria aperta. Ma si può tirare su famiglia con lavori che sono lavoretti? In più in una grande città? E poi ancora non vi ho detto che Alessio aveva 43 anni quando ha perso il lavoro sicuro. Come fai a mettere su famiglia tra i 40 e i 50 con i lavoretti? E allora, quando arriva, finalmente, la sentenza del giudice che gli dà ragione (nel frattempo i suoi colleghi avevano abbandonato la lotta) e lo rientregra, a 48 anni, nel suo posto di lavoro sicuro, non può che accettare: certo, lo stipendio è inspiegabilmente più basso (perde i bonus che prima aveva); certo, lo mettono in una specie di non-luogo, una stanza senza neanche un computer, una scrivania, una sedia tutta sua e – udite udite – una finestra, in un non-ruolo che di fatto lo trasforma in un non-lavoratore. Ma che fai, ti metti a fare causa per mobbing? Nel frattempo lʼente pubblico ha fatto appello e quindi cʼè da portare avanti la causa in secondo grado. Che fai, ne cominci unʼaltra? Almeno una alla volta. Quindi stipendio più basso (non vi ho detto che è di 900 euro) e non-lavoro: ma paga, pensione, ferie, malattia e posto sicuri (sempre che in secondo grado vada bene). E possibilità di mettere un punto, o meglio un punto e virgola e decidere di fare famiglia. Ovviamente con Romina, con cui sta insieme da sempre.

Anche Romina lavora in un ente pubblico, però “primario”, quindi non rischia il licenziamento. Anche lei non prende molto: 1.300 euro. Ma sicuri, così come pensione, ferie, malattia. E fa anche un lavoro che tutto sommato le piace. Certo, deve sottostare a meccanismi che difficilmente chi non frequenta gli enti pubblici può capire; certo, quella sua amica raccomandata le è passata avanti. Però: paga, pensione, ferie, malattia e posto sicuri. Quindi può mettere un punto e virgola e decidere di fare famiglia. Ovviamente con Alessio.

E nasce Martina. Voluta e stra-voluta: a volte sono più incisivi i punti e virgola che i punti, sebbene un poʼ più sbilenchi. Martina è carina, dolce, mora, simpatica, anche tranquilla. E curiosa, gioiosa. Insomma è una bambina.

Romina va in maternità (ce lʼha, e la usa), poi prende il congedo (che ha) e poi rientra al lavoro. E dice ai suoi superiori: perché non mi trasferite in un posto dove posso permettermi di tornare in orario, e non più, come le capitava spesso prima, anche a mezzanotte? Ok, detto fatto: spostata non proprio in un non-luogo come Alessio, ma in un mezzo-luogo, dove è già tanto se, di otto ore, ne lavora tre. Ma lei aveva solo chiesto di tornare in orario, di certo non di non lavorare. Anzi, aveva proprio chiesto di essere messa nelle condizioni giuste per poter lavorare bene: entrare ad una certa ora, e soprattutto uscirne ad unʼaltra, altrettanto certa. E invece no, messa a mezzo-lavorare. E comunque, ora esce alle sei e mezza. Per fortuna che Alessio esce alle tre, così va lui a prendere Martina al nido e ci sta fino a che Romina non torna. Che poi ora che torna sono le sette, e la bambina la vede sì e no un paio dʼore, quando non crolla prima (la bambina). Ah, unʼaltra cosa: il mezzo-luogo dove lavora ora Romina non è un bel posto: zona inquinata, rumori assordanti, sporcizia diffusa, anche qualche pericolo per lʼincolumità. Insomma una di quelle situazioni-scommessa tanto italiane, dove si sa che cʼè pericolo (per la salute e anche per lʼincolumità), ma si sa anche che non si farà nulla per farvi fronte. E vai avanti con rassegnazione e speranza (perché dovrebbe toccare proprio a me?).

Quindi il quadro è questo: due posti sicuri (sempre che Alessio non perda in secondo grado); 2.200 euro di budget che in una grande città devi fare i salti mortali per farli bastare per tutto il mese; una bella bimba di due anni. Ma dimenticavo due cose. La prima: Alessio quando stacca ed esce (in perfetta puntualità, perché non vuole regalare allʼente pubblico che prima lo licenzia e poi lo mobbizza nemmeno un secondo in più della sua vita) si sente come se avesse lavorato dodici ore in fabbrica, perché la stanchezza mentale è tale che ogni ora passata nel non-luogo ne vale due. Provateci voi a stare in una stanza senza finestra e senza una sedia solo tua, sostanzialmente a non-lavorare, cinque giorni su sette. Ti scoppia il cervello. E se magari siete amanti dellʼaria aperta e della montagna, forse unʼora equivale a tre. La seconda: Romina ha smarrito (lei pensa per sempre) il senso del suo lavoro, appoggiata comʼè in un mezzo-lavoro che la mezzo-stanca, e lʼaltra metà è fatta di frustrazione, noia, domande che non hanno risposta, pocket coffee, cazzeggio sui social, delusione. Insomma, chi sta bene è solo Martina, incolpevole creatura non socializzata alla vita adulta e soprattutto in età non lavorativa.

La voglia di cambiare vita è gigantesca. Ma come fai? Alessio ha 50 anni, Romina (dimenticavo) 43. Non sono pochi, per una coppia, 93 anni in due. E poi dove vai? E, soprattutto, che lavoro vai a fare? Chi ti dà 2.200 euro e ferie, pensione e malattia sicuri (sempre che Alessio non perda in secondo grado)? Come fai a cambiare lavoro? Con la crisi? Alessio ricomincia con i lavoretti? E Romina cosa si mette a fare? Chiede un trasferimento? Per dove? Per tornare di nuovo a casa a mezzanotte?

E poi non ti puoi neanche incavolare: migliaia, milioni di ultras con le facce di disoccupati, precari, esodati, monoreddito, senza tetto, ammalati, immigrati urlerebbero dagli spalti il coro assordante che fa “cʼè chi sta peggio!!!” (dimenticavo anche di dire che hanno la casa di proprietà – piccola, 65 metri quadrati, ma di proprietà), e quindi tu, Alessio, e tu, Romina (e tu, Martina, anche se ancora non lo sai) devi stare zitto, accontentarti, non lamentarti, possibilmente rassegnarti e assolutamente non manifestare in nessun luogo pubblico il tuo malessere, perché questo luogo si trasformerebbe immediatamente, come in un giochino da playstation, in uno stadio da milioni di posti con gli ultras di prima che griderebbero a squarciagola, facendoti sentire una specie di verme o al massimo un borghesuccio insoddisfatto (lʼunica cosa che ti rimane è, forse, e se non ti fa sentire ancora più in colpa perché prima eri di sinistra, votare grillino).

E allora con chi prendersela? Con se stessi? Ma perché!? Alessio ha lottato contro un padrone enormemente più grande di lui, ed ha anche vinto (sempre che non perda in secondo grado). Il posto di lavoro sicuro (e le ferie, la pensione, la malattia) se lʼè proprio conquistato, con tanto di sudore pulito. E che dire di Romina? Ha solo chiesto di entrare e soprattutto uscire in orario e poter lavorare bene, tutto qui. Ma non torna: sono insoddisfatti, non va bene, sono delusi, scoglionati, stanno per diventare rancorosi contro il mondo e forse anche grillini. Non hanno appigli, né alibi: posti sicuri (sempre che Alessio…), 2.200 euro che non sono tanti ma neanche pochi, una bambina (che con tutta probabilità, a meno di incidenti clamorosi che poi non possiamo chiamare incidenti, rimarrà una), casa di proprietà (dimenticavo anche di dire che la casa è in un quartiere che conta, “ben abitato”, ma buio anche di giorno, caldissimo dʼestate, con un solo spazio verde pubblico che non solo non è più verde, ma è talmente pubblico che è sempre pieno di sporcizia, vetri rotti, cartacce, etc.). E anche il lavoro vicino, dimenticavo anche questo: Alessio e Romina vanno al lavoro a piedi. Insomma, come lamentarsi? Cosa manca?

Manca la prospettiva futura. O meglio: la prospettiva futura è talmente certa che diventa una linea retta, anzia piatta. I due lavori sono totalmente sicuri (sempre che Alessio…), ma anche talmente fissi e stabili che non cambieranno, né in peggio, né tantomeno in meglio: quelli saranno e quelli rimarranno, perché (come fai?), ti licenzi e cambi lavoro? Quale lavoro?

E manca il senso. Evito ogni considerazione sociologica sul lavoro come generatore di identità e appartenenza. Men che meno su classi sociali e condivisioni di bisogni e visioni del mondo. E lasciamo perdere la carriera, le soddisfazioni economiche, gli status symbol. Rimaniamo sul quotidiano: manca il senso di quello che si fa giorno per giorno. Alessio e Romina vanno a lavorare, ma di fatto non lavorano (e non per colpa loro, e di certo non ci marciano). E sono alienati: Alessio sicuramente, Romina un poʼ meno, ma tutti e due, nel lavoro e quindi in una bella fetta della vita, sono delusi, scontenti, sostanzialmente tristi.

E incastrati.

(Alessio, Romina e Martina esistono davvero. Non si chiamano così, ma ci sono: ci ho parlato e li ho, a loro insaputa, intervistati. Qui ho raccontato, con il loro assenso – tranne quello di Martina – la chiacchierata che abbiamo avuto. Alcuni particolari sono di fantasia, ma talmente verosimili che non cambiano il succo della storia. Dimenticavo: Alessio ha tutto il diritto di fare gli scongiuri per il secondo grado).

[Foto: Siaron James, https://www.flickr.com/photos/59489479@N08]

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Un commento su “Incastrati

  1. Ho seguito gli articoli “sociologici” , quello sugli psicofarmaci, il reportage su Calamaio… Ma questo credo che sia arrivato davvero a toccare qualcosa, del nostro vivere. Bravo Ugo, M.

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