Idee

Il vocabolario nuovo del virus

Col virus alle porte una riflessione organica è pressoché impossibile da fare. Viviamo un momento che scompagina certezze consolidate, anche se a volte senza fondamento. Il massimo che si può fare, forse, è ragionare per singole parole

Il panorama è distopico e straniante. Lungi dal voler fare previsioni e dalla presunzione di essere esaustivi, anzi, con le premesse opposte, si può provare a ragionare su parole e significati evocati dallo scenario inedito in cui siamo piombati. Con un’avvertenza: nonostante ci siano cenni a ciò che potrà essere, non si tratta di previsioni da futurologi bensì di riflessioni fatte a partire dagli elementi che si hanno a disposizione qui e ora; o meglio, da quelli che si riescono a cogliere, per ragionare sul qui e ora. Sugli sviluppi futuri pesano tantissime incognite. Le parole che leggerete sono suggerite dall’accaduto e dall’accadente. E sono state sviluppate solo con l’intento di fornire un abbozzo di ragionamento. Un corollario a questa breve premessa: questa crisi ci conferma quanto sia importante prendere le distanze anche da noi stessi, per questo iniziamo con il termine che forse caratterizza meglio questo tempo.

Ignoto

Parola che andrebbe abbinata alla locuzione senso di onnipotenza. Cioè a quell’approccio che fa sentire inconsciamente gli appartenenti alle società a capitalismo avanzato esponenti di una specie dominatrice per eccellenza; di spiccata, inedita e indiscutibile razionalità; invincibile perché dotata di mezzi tecnici poderosi. Trovarsi a fronteggiare la minaccia di un organismo peraltro così piccolo da essere invisibile a occhio nudo, decerebrato ma spietato nella sua intelligenza biologico-riproduttiva, così incontrollabile e potenzialmente letale da averci costretto repentinamente a barricarci nelle rispettive case, ci ha messo di nuovo di fronte all’ignoto che abbiamo rimosso come civiltà. Cos’è questo virus? Come si è generato? Come si combatte? In quanto tempo riusciremo, se ci riusciremo, ad avere la meglio su di lui? Ci sarà un vaccino? E in quanto tempo ci arriveremo, al vaccino? Sono solo una piccolissima parte della serie di domande che ci portano a fare i conti con una dimensione che avevamo cancellato da un orizzonte che credevamo di controllare in tutte le sue infinite variabili, essendo diventati erroneamente convinti di conoscere e dominare tutto. L’ignoto è parte integrante della vita stessa, intimamente connaturato ad essa, al suo scoccare e alla sua fine. La sua rimozione dall’orizzonte di esseri onnipotenti quali ci sentiamo è stato l’esatto contrario di un avanzamento. È un’amputazione del nostro essere. Saper convivere con l’ignoto, tenerlo sempre presente, ci renderebbe forse meno dannosi, meno letali finanche per noi stessi perché maggiormente in grado di pesare le nostre attività che da troppo tempo ispiriamo a un principio unico e divoratore di tutti gli altri: produrre. Ci consentirebbe di prendere le distanze da noi per abbracciarci meglio. Il virus sta inoculando in noi non solo se stesso ma anche la molecola impercettibile eppure immanente dell’ignoto. È difficile dire se quando sarà passata questa tempesta resterà memoria, nel nostro corredo interiore, di questo riaffacciarsi dell’ignoto. Sottolinearne la ricomparsa e il nostro essere così impreparati ad affrontarlo può comunque servire, seppure da una tribuna modesta come questa.

Essenziale/inessenziale

È una diade emersa con forza simbolica in sede di approvazione del decreto che ha dovuto dividere le attività essenziali dalle non essenziali per procedere alla chiusura delle seconde. Essenziale e inessenziale riportano a un che di primario, archetipico. Eppure definirne i contorni è arduo. In particolare, si è visto come anche su questo terreno sono gli interessi di parte a definire gli schieramenti, nonostante essenziale e inessenziale potrebbero essere scambiati per concetti oggettivi. Così si scopre che per gli industriali sono essenziali tutta una serie di produzioni e servizi che per i lavoratori o le persone comuni non lo sono. Ma al di là dell’oggettività farlocca, anche un’altra conclusione si può trarre. Nel dover fronteggiare il coronavirus abbiamo scoperto che tutta una serie di attività di cui sono intrise e da cui sono scandite le nostre vite non sono essenziali ad esse. Cioè non sono legate alla nostra sopravvivenza su questo pianeta. È una lezione non da poco. Perché sì, ci stiamo sottoponendo a una serie di limitazioni che in parte recingono la qualità della vita e la depauperano. Ma forse stiamo imparando anche che molti degli orpelli che adornavano le nostre esistenze prima del coronavirus – e le produzioni per generarli, e il reddito per garantirseli, e le corse, anche e soprattutto esistenziali per accaparrarseli – ci hanno imposto una scala di misurazione di quella qualità che non è quella più esattamente a misura umana.

Sfera pubblica

È la rivelazione di queste settimane. Dopo decenni di costrizioni, tagli, ridimensionamenti e vituperazioni di qualsiasi cosa odorasse di pubblico o di comune; dopo decenni di odi al privato ontologicamente sano e quintessenza di efficacia ed efficienza, il panorama che ci restituisce il passaggio dello tsunami del coronavirus è sorprendente. Non solo ciò che ci sta trascinando fuori dall’occhio del ciclone sono  risorse prettamente pubbliche (donne, uomini, soldi, competenze diffuse), ma qualsiasi atto privato oggi assume un significato pubblico. È quasi sempre così, ma il fatto che finanche il restare a casa venga descritto – come in effetti è – come un atto che serve a curarsi non solo di se stessi ma pure della comunità di cui si fa parte, è una conquista non da poco. La dimensione privata, in un momento così cruciale quasi per la stessa sopravvivenza della specie, è clamorosamente all’angolo; e ciò stride con l’apologia dell’individuo svincolato, dell’imprenditore di se stesso che è stato il protagonista di una vulgata ideologica che ha contribuito a dividere e indebolire lo spirito pubblico, il sentirsi parte, a tutto vantaggio dei pochissimi che hanno, loro sì, il potere economico per fare da sé. Chiunque oggi si azzardasse a perorare la causa della sanità privata finirebbe alla gogna. Lo sforzo da fare, lo abbiamo già scritto, sarebbe ora quello di invertire la rotta anche su altri settori della vita pubblica che per il loro essere intimamente connessi allo sviluppo umano non possono stare alla mercè del mercato: scuola, assistenza eccetera. Ma c’è da fare parallelamente un salto di paradigma nella stessa concezione di privato. Il privato non è solo il grande investitore che tira su palazzi dove c’erano parchi, il fondo di investimento che fa attività di lobby per tagliare le pensioni affinché i lavoratori siano costretti a trasferirgli parte del reddito per garantirsene una privata, la banca che pignora l’appartamento al povero cristo che non riesce a pagare il mutuo. Il privato può anche essere la comunità che si autorganizza per darsi servizi a partire dai suoi bisogni reali, per condividere spazi comuni, per progettare in comune la città. Se la sfera pubblica riesce a sottrarsi dal cono d’ombra in cui è stata relegata in questi decenni di stato di ebbrezza per il privato e a ridisegnarsi, forse c’è la possibilità di ridefinire ruolo e bontà del pubblico e significato stesso di privato.

Solidarietà/diffidenza

C’è una ricerca dell’altro purché sia in queste settimane. È come se la solitudine auto-imposta ci avesse fatto percepire quanto siamo bisognosi di socialità. Anche il solo moltiplicarsi delle videochiamate ne è un significativo, seppur superficiale, indicatore. Non è automatico che dall’innato bisogno di socialità si dispieghi la solidarietà, che è una presa d’atto che necessita consapevolezza. Parrebbe di poter dire però che se non altro il terreno potrebbe essere ora meno avverso. Si moltiplicano le iniziative per chi si trova in stato di difficoltà, e il solo fatto che si parli di e si agisca per chi è in difficoltà più di altri (per condizioni materiali, per età, per reddito o altre fragilità) in una situazione che è di difficoltà generale, non è da sottovalutare. Solidarietà però è uno dei termini del binomio; l’altro è diffidenza. Ognuno di noi è potenzialmente un diffusore di virus, questo può portare a far accrescere le barriere, non solo fisiche, che potremmo voler alzare anche quando sarà tutto finito. C’è un’incognita, su tutto questo, che rimanda al punto successivo.

Controllo

L’esigenza di individuare i potenziali diffusori, di tracciarne i movimenti e limitarne l’agibilità; tutto questo unito alla potenza pervasiva di cui la rete e i suoi gestori-padroni sono tecnicamente capaci, potrebbero aprire uno scenario degno di un romanzo distopico mai scritto (a dire il vero Orwell con 1984 c’è andato vicino). Peggio ancora: lo scenario potrebbe essere agevolato da folle di persone sfiduciate per quanto riguarda le possibilità di autodeterminazione proprie e del prossimo. C’è il rischio concreto insomma che lo stato di emergenza, oggi necessario, si insinui come modo di regolare la comunità, e da straordinario che è si normalizzi; e che con esso si avanzino richieste dal basso di frontiere, muri, limitazioni alla libertà personale, controlli sempre più invadenti e invalidanti delle libertà. Richieste alle quali non manca il personale politico in grado di dare rappresentanza.

Risorse

Di fronte all’emergenza si è sciolto come brina al mattino quel patto di stabilità che ha tenuto stretto il cappio intorno ai governi e quindi alle genti d’Europa. L’austerità assurta a religione di stato si è dovuta ritrarre mostrando la propria inadeguatezza a fare da principio regolatore in una fase in cui è la stessa vita a essere in pericolo. Di colpo, anche i cantori più strenui delle compatibilità dei bilanci da cui sono scaturiti i tagli che oggi si criticano, si vanno convertendo e paiono comprendere la inumanità di regole che hanno strangolato interi paesi e strati sociali, svendendoli a poteri senza volto di una ricchezza smisurata. La pandemia potrebbe essere il preludio di una augurabile redistribuzione, che arriverebbe dopo decenni in cui l’allargamento della forbice delle disuguaglianze è stata una costante che ha prodotto tensioni e una precarizzazione tale da essere diventata esistenziale, come se fosse legata ontologicamente all’essere umano. Le risorse ci sono, lo dimostra lo stesso establishment che le negava, sbaraccando oggi vincoli e patti fanatici che venivano perorati fino all’altroieri come leggi di natura: occorre stabilire come allocarle, le risorse; chi, cosa, come e perché beneficiare. Finora queste attività sono state pressoché a senso unico, dominate da pochissimi e subite da quasi tutti. La cesura tremenda che stiamo vivendo potrebbe contribuire a invertire la rotta. Potrebbe.

Foto dal profilo Flickr di Stock Catalog

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